La Gestalt è invisibile
G. Paolo Quattrini – Psicoterapeuta Direttore Responsabile IGF
Pubblicato sul numero 48-49 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia
Abstract:
L’articolo esplora il concetto di invisibile nella Gestalt, nella conoscenza umana e nella spiritualità, sottolineando come le esperienze più significative – amore, arte, intuizione – sfuggano alla pura percezione sensoriale. Attraverso il confronto tra oggetti, astrazioni e simboli, si evidenzia il rischio della reificazione, che riduce l’esperienza a cose tangibili. La capacità di “vedere l’invisibile” è essenziale per
comprendere la vita in profondità, al di là delle mere categorie logiche e materiali. La Gestalt, in questo senso, si pone come una chiave di accesso alla realtà esperienziale, aprendo nuovi spazi di significato.
Parole chiave:
Invisibile, Gestalt, percezione, esperienza, reificazione, trascendenza, conoscenza, simbolo, intuizione, realtà esperienziale.
Nell’implicito del nostro pensare quello che non si vede non c’è. L’invisibile nel nostro mondo è un’inesistenza: si continua a guardare finché non si arriva a qualcosa che si vede, perché, come San Tommaso, se non si vede non si crede. In un acquario, visto che il pesce a seconda di come si presenta alla vista, è lungo, stretto, largo, corto ecc, guardandolo si ha l’impressione che cambi di dimensioni: se mi sembra sempre delle stesse dimensioni anche se si mette di taglio, è perché la percezione che ne ho è quella di tutto un insieme di connotazioni, che produce un’immagine coerente anche se il pesce si sposta. Come posso continuare a vederlo nel suo insieme? Perché guardo l’invisibile.
Se si mette da parte l’invisibile, quello che rimane sono solo due ordini di realtà: gli oggetti e le astrazioni. Gli oggetti sono visibili, e il mondo normalmente conosciuto è un mondo di oggetti, il che significa anche un mondo di cose, e sarebbe piuttosto squallido, se tutta la vita fosse riducibile solo a una somma di cose, sarebbe abbastanza striminzita e di poco interesse. Le astrazioni sono maneggiabili solo se hanno nome, e attraverso questo diventano visibili: a differenza del mondo concreto non portano la persona nell’esperienza, ma rimangono su un piano di realtà non sensoriale. C’è invece molte cose importantissime che sono invisibili: in realtà sono invisibili proprio le cose più importanti. Per esempio l’amore: l’amore non si vede, è un campo di forze fra le persone. Non si vede, però si percepisce, ci se ne accorge perché appunto invisibile non significa non percettibile. Non è visibile con gli occhi della testa, è percettibile con l’intuizione, con la capacità della mente di vedere una realtà possibile.
Per esempio anche la poesia è invisibile, è cosa trascendente, e per trascendente s’intende che trascende la realtà concreta. In effetti leggendo una poesia, non necessariamente la si capisce, e molto spesso quando si capisce è come se si accendesse un faro dentro, e ci si accorge che la poesia ha poco a che vedere con le parole: cioè dipende dalle parole, ma ci sta sopra, trascende le parole con cui è stata scritta. Se invisibile è il prodotto dall’arte e della scienza, allora è di gran lunga più importante di quello che è visibile, che rimane la parte fondamentale ma paradossalmente meno importante della vita. La parte invisibile sta sopra la realtà concreta, ed è una realtà esperienziale: è realtà perché è esperienziale, ma si connette alla parola esistere piuttosto che alla parola essere. Gli oggetti si possono indicare con il verbo essere, tipo quella lì è una sedia, ma non si può veramente dire che è un qualcosa che avviene fra le persone. Si può dire: mi sembra che tu sia arrabbiato, e in questo modo non sto descrivendo quello che vedo, ma sto evocando accanto al fenomeno che vedo, l’immagine che è per esempio “l’essere arrabbiati”.
Le cose spirituali non chiedono di essere viste: c’è un invisibile che è considerabile reale, in modo diverso dalla realtà concreta, ed è una realtà, si potrebbe dire, trascendente. Ora, il trascendente lo avocano a sé le religioni, ma non è di proprietà delle religioni, è un fatto che riguarda anche la vita non religiosa, come il termine spirito che non è avocabile solo alla cosa religiosa. Sono cose dello spirito quelle che non sono concrete, ma hanno valore nell’esperienza umana.
Esegesi e ermeneutica
Si tratta di termini adoperati in maniere diverse da autori diversi in tempi diversi: è interessante esplicitare una differenziazione perché possano essere utilizzati per scopi differenti e necessari che non devono essere sovrapposti o confusi:
esegesi (greco: ex-egeomai) è un termine che allude al portar fuori di qualcosa che tenderebbe a rimanere dentro, senza una specifica su cosa si tratti;
ermeneutica (greco: ermeneutike) significa arte dell’interpretazione, di un’elaborazione concettuale che aiuta a capire.
L’aggettivo esegetico, applicato alla critica dell’arte, specifica l’intenzione dell’operazione, che è quella di portare fuori dall’opera, per esempio un quadro1, il vissuto che induce in chi lo guarda: la critica esegetica è quella che apre naturalmente le porte della percezione2, permette la visione del quadro invisibile, come dice Gasparotti3, e inizia all’esperienza non digitale dall’opera. Per capire cosa questo comporti, bisogna tenere presente i due emisferi del cervello e la differenza dei due processi conoscitivi che mettono in atto: quello analogico e quello digitale.
La conoscenza di tipo digitale si produce per via deduttiva, cioè seguendo una via di provenienza e arrivo, cioè di causa ed effetto, verificabile oggettivamente, cioè riportabile a una serie di equazioni dove il metro di misura è l’uguaglianza e lo strumento è giusto-sbagliato.
La conoscenza di tipo analogico è invece una via di rimbalzi per somiglianza, non verificabile con metri oggettivi: qui lo strumento di verifica è mi piace-non mi piace, il massimo della soggettività.
L’uguaglianza è un elemento strutturale, fondamentale per la descrizione: ben descritta, ogni cosa è, per via concettuale, individuabile e non confondibile con un’altra, e da qui nasce ogni conoscenza scientifica e astratta. La somiglianza invece non descrive ma evoca, e la metafora è lo strumento di connessione: è come se fosse… “Nel mezzo del cammin di nostra vita” è una delle metafore più conosciute dalla letteratura, e senza descrivere nessun particolare, apre all’immediato riconoscimento di quell’inconoscibile che è la vita, fra l’altro infinitamente differente a seconda della persona che la vive. Si tratta in questo caso di una conoscenza esperienziale.
Conoscenza scientifica e conoscenza esperienziale sono ambedue fondamentali per l’essere umano: quella scientifica soprintende alla tecnica, e quella esperienziale all’esistenza. L’unica conoscenza degna di questo nome nella cultura occidentale è quella scientifica, mentre quella esperienziale è riferita a operazioni considerate di basso livello, come l’artigianato, e non è presa in considerazione come conoscenza vera e propria. Bene, ma prima che Platone con il mondo delle idee teorizzasse il digitale, e prima di quella cultura digitale che si è formata nei pochi secoli passati, l’umanità conosceva il mondo, e lo conosceva così bene da fare opere straordinarie come ad esempio le piramidi egiziane e le città inca: i peruviani di Cuzco, mostrando le mura inca accanto a costruzioni spagnole di mille anni dopo, commentano: ecco, queste mura le hanno fatte gli inca, e quest’altre gli incapaci.
Il mondo concreto è localizzato nel tempo e nello spazio, ma astrazioni e spiritualità occupano un’area più indefinibile, nella quale non si possono fare affermazioni decise, tipo c’è o non c’è. Sembra paradossale, ma un’emozione, un pensiero, non sono localizzabili oggettivamente nel tempo e nello spazio, svaniscono e ricompaiono per via associativa.
Un grande problema degli esseri umani è che non sopportano l’invisibile, perché lo interpretano ognuno come gli pare e non sono costretti a un accordo (de gustibus non est disputandum). Quindi un gruppo di persone di fronte all’invisibile ha varie versioni differenti, e non è facile tenere insieme una compagine umana senza un accordo sulla realtà. Da che mondo è mondo le religioni hanno detto cosa è sacro e cosa non lo è; per i cristiani il sacro sono certe cose, per gli islamici sono altre: questa dichiarazione serve per tenere insieme la compagine umana, per tenere insieme i cristiani, per tenere insieme gli islamici, non è che sia importante di per sé. Se un crocifisso è sacro o non è sacro, non ha nessuna importanza, tutti quelli che pensano che sia sacro, si riconoscono fra loro.
Qui c’è un problema molto importante, che ha a che fare con un termine molto specialistico, che è reificazione. Reificazione significa ricondurre qualcosa a res, a cosa, è una cosificazione: da che mondo è mondo gli esseri umani hanno disperatamente cosificato quello che hanno incontrato di invisibile, perché cosificato assume una dimensione stabile, che si può riconoscere e che non si perde nel tempo. Le religioni primitive mettono su totem, venerano tombe, tutte cose che attribuiscono a una dimensione trascendente. In realtà tutte le religioni reificano: si pensi a tutti gli oggetti sacri che ci sono nel cristianesimo, la Sindone secondo la religione cristiana sarebbe il lenzuolo dove è stato avvolto Gesù, ma gli esami del carbonio 14 dicono che data più o meno un migliaio di anni, cioè un migliaio di anni dopo la storia di Gesù, e malgrado sia scientificamente un’assurdità, continua a permanere nella tradizione cristiana con tutta la forza della sacralità.
In realtà gli oggetti sacri non sono sacri in sé, ma sono strumenti per l’evocazione di qualcosa di sacro: per la religione non importa fare questa differenza, ma per la psicologia importa tantissimo perché i problemi che le persone hanno sono strettamente legati alla sacralità di oggetti, per esempio di oggetti famigliari, e alla fondamentale reificazione del mondo moderno: il denaro. Nel mondo moderno i soldi sono diventati la materializzazione più diffusa dello spirito, magari in America più che in Europa: è impressionante come nella cultura americana si arrivi sempre al tema dei soldi, come se fossero la cosa più importante di tutto. Sono una cosa importante nel senso che sono energia liquida, che si può trasformare in qualunque cosa: solo però di basso livello, non sono energie di tipo trascendente. È importante qui la differenza fra ermeneutica e esegesi, perché nel parlare su di un’opera l’effetto dell’ermeneutica è diverso dall’effetto dell’esegesi: nell’ermeneutica si allarga il punto di vista, e l’opera decolla in cieli infiniti, mentre nell’esegesi l’ascoltatore entra in un’esperienza vasta, dove guardando l’opera vede l’invisibile della sua stessa vita, e a volte il futuro gli si apre.
L’invisibilità dell’arte
Probabilmente il jazz si può guardare come un esempio di suoni che sarebbero dissonanti, ma che sono messi insieme in una maniera tale che diventano musica. Altro esempio: le macchie sono note per essere cose brutte (guarda come ti sei macchiato!). Ma Kandinskij con le macchie ci faceva quadri!!! Le macchie in quel caso sono l’anima stessa della pittura: come ci riescono? Dipende dalla relazione fra loro: nella relazione le macchie diventano pittura. Guardando Cézanne, si nota che in alcuni quadri è come se dal figurativo passasse direttamente all’astratto: si vedono alberi, ma non sono più alberi, ricordano bene gli alberi ma non lo sono davvero. Sono immagini che stanno in bilico fra alberi e macchie di colore: si riconoscono come alberi, però sono come costretti da un pugno di ferro ad uscire dalla loro connotazione arborea e a essere anche qualcos’altro. E questo è piuttosto importante, perché fa vedere che le due cose sono in bilico una con l’altra. Per vedere l’arte di un quadro di Kandinskij bisogna guardare l’invisibile, non è mica che il quadro sia quelle linee di colore e quelle forme che di per sé non hanno nessun significato, il quadro è il senso che questo insieme dà: ma questo senso è invisibile, è possibile percepirlo solo con gli occhi dell’immaginazione.
«Il quadro invisibile»4 è un libro che mostra chiaramente come il quadro non è quello sulla parete, ma qualcosa che c’è fra chi guarda e il quadro: è un campo di forze, questo è il vero quadro. In tante opere medievali per esempio c’è una Madonna col bambino: ce ne sono di tutti i tipi, di tutte le forme. Perché un quadro di Giotto dovrebbe essere meglio di un quadro di qualcun altro che rappresenta lo stesso soggetto? Non è il contenuto l’importante, ma quello che c’è fra il quadro e chi lo guarda, quello che, essendo invisibile, non si può risolvere concettualmente. Qui entra la critica esegetica, che accompagna l’osservatore ad incontrare quello che viene fuori dal quadro, diversamente da una critica che potremmo definire analitica, che invece spiega da dove proviene storicamente l’opera, che relazione ha con varie teorie dell’arte ecc.
Intimità e legame5
Anche in una terapia di gruppo le persone raggiungono fra loro livelli di intimità piuttosto consistenti, ma senza un legame, cosa che all’interno di un gruppo di terapia è sconsigliato, perché costituisce un limite per l’intimità. Per esempio, avendo un legame sentimentale con una persona non gli si può fare vedere tante delle proprie parti oscure e dannate. Questi lati oscuri non si ha possibilità di farli vedere in una relazione d’amore, ma in una relazione di psicoterapia sì! In un gruppo di terapia le persone fra loro dovrebbero appartenere pochissimo, perché più appartengono più inciampano il processo. Il legame dice: “non mi puoi far questo, io mi fidavo che non me lo avresti fatto”. Vuol dire che non permette all’altra persona di mettere fuori le cose che vanno a discapito del legame, che è un ponte, e un ponte ha un limite di tolleranza di peso, non ci si può far passare carichi troppo pesanti. Quando l’altro dice: “non mi puoi far questo!” Vuol dire che si sta facendo passare sul ponte qualcosa che il ponte non sostiene: il fatto è che l’intimità è pericolosa, e da tempo immemorabile gli individui stabiliscono intimità solo con le persone che possono tenere a bada attraverso il legame. Nelle relazioni siamo sempre limitati da quello che il legame permette: un gruppo di terapia invece offre occasioni di intimità che da altre parti non sono possibili. In un gruppo di psicoterapia si può dire all’altro “la verità è che quando dici questo mi verrebbe voglia di ammazzarti!” Non si può mica dirlo a un amico, mentre nella terapia, se non può essere agita, qualunque emozione può essere espressa: chi non lo sopporta deve rinunciare all’esperienza, perché la terapia di tipo esistenziale funziona proprio attraverso l’espressione.
A volte sono cose positive quelle che non riescono a venir fuori in un legame affettivo, e non si può dire una cosa per paura di rimanerci incastrato: a volte non si può dire quanto davvero si ami, perché poi sembra di cadere dentro una voragine dalla quale non si uscirà mai più, cosa magari più comune negli uomini che nelle donne. Si direbbe “diglielo che l’ami, perché la fai tanto lunga?” Il rischio è che poi la persona diventi come era da piccolo/a, nelle mani della donna amata, la mamma, ma se non lo dice allora le cose diventano inutilmente più difficili: in una situazione di terapia dove lo si può manifestare perché non c’è legame, forse ci si accorge che non succede niente se lo si dice. Ciò che è invisibile non si può vedere con gli occhi della testa, ma solo con quelli dell’immaginazione. Non si può sperimentare qualunque cosa; per sapere cosa si sente ammazzando qualcuno bisogna immaginarlo, e con l’immaginazione toccare quello che comporta: un antico detto ricorda che “gli uomini buoni immaginano quello che gli uomini cattivi fanno”.
Il terapeuta deve accompagnare la persona a guardare anche sopra l’ombrello dell’io: l’ombrello rimane sempre dov’è, ma l’occhio in parte sta sotto, perché quando si vuole comprare qualcosa bisogna fare i conti con quanti soldi si ha in tasca, e una parte va sopra. Per capire qualcosa di importante si può anche stare alzati la notte, che è fare fatica sotto l’ombrello dell’io perché c’è qualcosa sopra l’ombrello che interessa di più. Di questi tempi c’è un sacco di medici che stanno rischiando la pellaccia, sono degli atti di coraggio lodevoli: ma non è che devono scordarsi che rischiano la pellaccia, meglio che lo facciano sapendo di farlo, stando un po’ sotto e un po’ sopra l’ombrello dell’io.
Sopra l’ombrello dell’io tutto è invisibile, ci sta tutto quello che è trascendente. Le religioni sono culture del trascendente: non è che il trascendente che trattano loro non ci sia, è solo che non ci sono le forme che gli danno, perché quelle sono reificazioni. Il trascendente è trascendente per tutti: quello che non c’è per esempio è un Dio padre onnipotente, perché questa è una reificazione del mondo trascendente nell’immagine del padre. Ora, ci sarà stato un tempo in cui i babbi sembravano onnipotenti, ma ormai è passato da parecchio: chiamare oggi il babbo onnipotente fa ridere i polli, perché poi il ragazzino fa due conti e dice: “ah, è onnipotente? Ma se ne busca sempre dalla mamma!?” Le immagini religiose sono metafore, che diventano reificazioni del mondo dello spirito per le persone ignoranti: l’ha detto anche Ratzinger, teologo e papa, la vita dopo la morte è una favola per curati di campagna6. I campagnoli infatti sono furbi, ma dal punto di vista dell’invisibile in genere non lo sono tanto.
Questo non significa che il popolo sia esposto alle reificazioni più delle classi più alte: forse sia nel popolo che nelle classi intellettuali ci sono persone che capiscono la trascendenza senza bisogno di reificazione e persone che se non reificano si sperdono, sta di fatto che la grande parte dell’umanità reifica come può. Lo spirito è invisibile, tutto quello che ha a che fare con lo spirito non è inesistente, è solo invisibile, e quello che è stato visualizzato sono tutte reificazioni o, detto in altre maniere, sono illusioni.
Come il Santo Sepolcro: cosa può avere di spirituale? È un posto dove si massacrano dalla mattina alla sera per ragioni nazionaliste. È che le religioni sono delle culture dello spirito legate alle culture nazionali da cui nascono. L’Islam nasce da un mondo di persone che vivono nel deserto, ed ha tantissimo a che fare con la cultura del deserto. Il Cristianesimo è una religione che si forma nella cultura romana, con la pax romana, con le vie romane, con l’imperialismo romano. Ogni religione ha questo tipo di appoggio con una cultura concreta, e i lati limitanti sono quelli culturali, cioè per esempio mai una visione trascendente potrebbe dire che le donne non sono all’altezza degli uomini: l’hanno detto le culture maschiliste, non perché fosse vero, ma perché gli tornava comodo avere qualcuno che gli tenesse in piedi la famiglia mentre loro facevano la guerra.
Lo spirito, la trascendenza sono caratterizzati dall’invisibilità, e per perseguirli, per trovarli, per dargli dietro bisogna diventare capaci di vedere l’invisibile. Se hai un fidanzato non puoi andare a vedere cosa c’è nel suo computer o nel suo telefono, per esser sicuro che ti voglia bene, bisogna che guardi l’invisibile, cioè quello che c’è fra te e lui; è lì che senti se ti vuole bene o no, mica nel suo cellulare. Visibili sembrano i simboli, ma in realtà evocano, fanno nascere dentro un’esperienza: cosa c’è per esempio di più coinvolgente di una giovane mamma povera con un bambino? È una cosa che porta via l’anima, ed è semplicemente il simbolo della maternità: non si può restare indifferenti a una cosa del genere.
La trascendenza reificata, letta in chiave simbolica, aiuta a fare un’esperienza, perché se si smette di guardarla come oggetto e la si guarda come simbolo, chiama qualcosa di esperienziale: l’esperienza è invisibile, si può vedere la cosa che si tocca, ma non l’esperienza del toccare. Il simbolo è come se illuminasse un posto dove non c’è forma: se esiste già dentro di noi, allora lo evoca direttamente, ma può essere la prima volta che si sente e allora evoca una sensazione sconosciuta, che poi rimane e di cui si può fare tante cose, tradurla in una cosa artistica, oppure in qualcosa di scientifico. Le scoperte scientifiche avvengono così, cioè prima succede che la persona si dica: toh, mi sa che le cose potrebbero stare così… e poi cominci a pensarci e magari gli ci vogliono anni per passare da quella intuizione a formulare qualcosa di dimostrabile.
Il valore
L’invisibile è faticoso vederlo, e in genere le persone ci rinunciano, perdendosi così la parte più importante della vita: è chiaro che prima o poi si muore, e che si è vissuto a fare se poi si muore? Si vive per sperimentare l’invisibile, che si sintetizza in tre aree, Bello, Buono e Logico7, come avevano detto i greci a loro tempo. Bello, Buono e Logico non sono traducibili in immagini: ci sono immagini che odorano di bello, ci sono relazioni che odorano di buono, ci sono pensieri che odorano di logico, ma odorano, non sono. Se si crede che siano, si è mancato il bersaglio, se invece ci si accorge che odorano, allora si persegue l’odore, non l’oggetto. Ora Bello, Buono e Logico rappresentano il valore, che non è dato da oggetti ma da esperienze, perché la vita umana va in su e in giù ma poi finisce, e quando finisce, essere un re o un disgraziato non fa nessuna differenza, quello che fa differenza è come è andata la vita. Ci sono vite che scorrono piatte, e se a uno va bene, buon per lui; ce ne sono invece altre dove nel tempo che gli è dato le persone sperimentano di qua e di là e arrivano in fondo avendo vissuto abbastanza da poter dire: ora posso anche morire!
Un problema si presenta a proposito dell’autenticità. Il fondamento di questo termine è l’idea che dentro siamo un pezzo unico, che l’anima sia unica e indivisibile: “autenticità” è un termine del pensiero cristiano, che è alquanto confusivo in un’ottica psicologica, dove il mondo interno è molteplice. Se ci sono tante parti, come si fa a dire che una è quella autentica? Sono autentiche tutte. Quindi la differenza sta fra qualcosa dove partecipano tante parti interne della persona e qualcosa dove compare solo una piccola parte del suo mondo interno: se ci sono poche parti, sì, è autentico, ma magari è l’1%. Diciamo che la corrispondenza al termine autentico in una logica di questo genere sarebbe una composizione di tante parti interne che compongono un quadro d’insieme, anche se magari strano: più strano di Guernica ce n’è pochi, eppure se ne afferra benissimo il senso.
Quando quello che appare è come negli autoscatti fatti al telefonino, si tratta di una facciata che fa vedere solo la parte di sé che alla persona sembra tanto carina: invece si può dire “autentica”: un’immagine fatta da tante parti della persona, che non risulta accomodata ma magari sgangherata, piena di imperfezioni e via dicendo. Fenomenologicamente parlando tutto è autentico, quello che si sente è inevitabilmente autentico: la parola autentico nella relazione con l’altro non serve a niente, andrebbe buttata nella spazzatura.
A prescindere dalla formazione cattolica o non cattolica che abbiamo avuto, la nostra cultura è cristiana, si ragiona in maniera cristiana, si pensa con postulati cristiani. E questo è un fatto radicale: si dice “io sono autentico” perché si pensa che quello che ho fatto rappresenti davvero la mia anima, ma è la peggiore delle idiozie che si possa dire da un punto di vista psicologico. Certo, quello che ho fatto c’è nella mia anima, ma “io ho scelto di fare questo e non qualcos’altro”, e non so se questo si può chiamare autentico, in genere si chiama prudente.
Noi esseri umani siamo isolotti che galleggiano su un mare infinito, quello che gestiamo è pochissimo, e intorno c’è l’ignoto. Il problema è la modestia: bisogna rendersi conto che quello che amministriamo del mondo è robetta, e che non possiamo fare veramente affermazioni tipo questo è così! Si può dire mi sembra così, vi propongo che potrebbe essere così, ma non è così, che sarebbe un’idiozia stratosferica dal momento che non sappiamo quasi nulla del mondo: siamo in piedi sopra un tavolino, guardiamo le cose che sono sul tavolino e crediamo che tutto il mondo sia lì. C’è da ridere a pensarci!
Abbiamo una visione limitatissima della realtà, e l’importante è cosa farci. Bisogna arrangiarci con questa visione limitata, con la quale l’umanità ha costruito comunque delle cose pazzesche: è riuscita ad andare anche sulla luna, e ieri l’altro era ancora sulle palme a cogliere noci di cocco! L’umanità è riuscita a costruire opere d’arte meravigliose, oltre che meravigliose cose scientifiche. Bisogna accontentarsi, ma non fare finta che quello che abbiamo raggiunto sia tutto: sarebbe anche un brutto scherzo per il futuro, perché se abbiamo già afferrato tutto non c’è più spazio per qualcos’altro. Se invece si sta dentro un universo misterioso e impossibile da afferrare, si può per esempio prendere in considerazione che uno dei modi per vedere di più di quello che vediamo è guardare l’invisibile. Se si vede il concreto e si vede anche l’invisibile, si vede parecchio di più del mondo.
Arte scienza e trascendenza
Nell’area dell’invisibile non ci sono poi tanti attriti fra scienza, religione, arte ecc. perché sono tutte modalità di gestione della stessa materia: il problema è non prendere sul serio gli oggetti, ma l’esperienza che gli oggetti producono. In un museo d’arte c’è da chiedersi che effetto mi fa questo quadro, e che effetto mi fa quest’altro? In una chiesa, che effetto mi fa questa chiesa? Che effetto mi fa quel crocifisso? Che effetto mi fa quel dipinto sacro? Non guardare l’oggetto, guarda come reagisci: ci sono dipinti sacri che non fanno nessun effetto, altri che fanno effetto, come ci sono dei quadri laici che fanno effetto e altri che non fanno alcun effetto, o poesie che non fanno nessun effetto e altre che hanno un effetto esplosivo. L’importanza dell’invisibile consiste nel fatto che al di là della realtà concreta esiste una realtà invisibile che è altrettanto effettiva, e anzi è molto più potente: allora, se si ha un oggetto, l’importante non è mica averlo, ma che faccia un effetto. Un soprammobile fa di una stanza un posto più vivo: un soprammobile che è costoso ma che non fa nessun effetto, sono soldi sprecati.
Il lato oscuro delle religioni non sono le religioni in sé, ma l’ignoranza che ne sposa le reificazioni. L’Islam non è l’ISIS, quelli sono una manica di delinquenti nazionalisti come ce n’è e ce ne sono stati tanti anche nel mondo cristiano: questo non vuol dire che la religione islamica sia spiritualmente deleteria, il disastro è mescolare una cosa seria come la trascendenza con oggetti, regole e affermazioni, e soprattutto con ideologie. Le ideologie sono astrazioni: l’ideologia cristiana per esempio può essere accettabile o meno, ma non c’entra niente con il valore del cristianesimo. Questo si vede dai suoi effetti collaterali, di cui uno è il fatto che la democrazia funzioni praticamente solo nelle arie di derivazione cristiana o ebraica, che in qualche modo hanno la stessa base culturale: dove ci sono religioni di altro tipo, la democrazia non funziona.
Il capo di una nazione democratica come l’Egitto è un criminale: lui sa benissimo che il povero ragazzo che hanno massacrato l’hanno massacrato i suoi agenti, e questo non costituisce problema perché non solo il potere riveste un’importanza superiore, ma anche tutti sono d’accordo con questo. Nel mondo islamico non esiste il concetto base della democrazia, il fatto che una persona abbia gli stessi diritti di un’altra: le persone sono diverse, in gran parte secondo tradizione, cioè secondo le famiglie di provenienza. Anche nel cristianesimo un marchese non è uguale a un disgraziato, nell’area cristiana però la democrazia cerca di far esistere questa uguaglianza, mentre il mondo islamico non ha nessunissima intenzione di questo genere.
Gli esseri umani che non hanno un mondo interno molto sviluppato, nell’invisibile naufragano: senza un dio padre onnipotente, anche se hanno l’intuizione di qualcosa che sta sopra l’io, dopo un po’ lo perdono. La reificazione permette di continuare a vederlo riportandolo a qualcosa di concreto: anche senza credere a queste balle però tutti comunque lo fanno, festeggiando la domenica, il compleanno, il Natale. E sono reificazioni, che nel mondo di Alice vengono ribaltate in modo interessante con l’abitudine di festeggiare il non compleanno. Perché festeggiare i compleanni? Perché aiuta a dare l’energia per comprare un regalo, per entrare in una dimensione particolare.
La reificazione è normale, completamente normale: cos’è un semaforo? Un oggetto molto utile, verde si passa, rosso ci si ferma: è la reificazione cioè di una regola del traffico. Gli attaccamenti alle proprie cose, ai vestiti, alla casa, alla macchina, sono sempre reificazioni: non significa che non si possano avere, ma sarebbe importante non prenderle sul serio: sono semplicemente cose, non c’è bisogno di starci aggrappati. La raccomandazione sarebbe fregatene delle cose e occupati dell’invisibile, cioè di quello che succede fra le cose. Non importa se una cosa la possiedi, importa che ti piaccia: se la perdi, l’importante è trovare il “ti piace” in un’altra cosa.
I riti
Dalla notte dei tempi il rito8 è stato il viatico per l’invisibile: è più facile accostarsi così all’invisibile. I riti sono reificazione per eccellenza, ma mentre gli oggetti sacri stanno fermi, nei riti è coinvolto tutto il corpo ed è più facile entrare in una dimensione trascendente attraverso il movimento. Ci sono riti di tanti tipi e specie, alcuni banali, altri straordinari. Un errore catastrofico della Chiesa cristiana è stato tradurre le messe in italiano, perché in latino erano un rito di una potenza evocativa straordinaria, che ora non ha più. Averle tradotte è in sé una cosa sensata, ma quello che si è perso probabilmente è più di quello che si è guadagnato: il rito non va capito, va sperimentato, traducendolo l’hanno fatto diventare comprensibile, ma si è perso l’invisibile: è come ci fosse stato un passaggio dal digitale all’analogico.
La nostra cultura sta pagando un prezzo altissimo per la perdita dei riti, nel sacro ma anche nel profano: senza dover tornare alle baccanti, tutte le ritualità anche delle varie tradizioni religiose, si vanno perdendo. La nostra cultura ha una malattia fortissima che è appunto quella del cosificare, che poi è evidente nella tendenza alla fissazione sulla digitalizzazione, una follia che nessuno contrasta. Si vede bene per esempio nella differenza fra la musica su vinile e la musica in digitale: il sapore è veramente diverso.
Con la psicoterapia si lotta contro questa follia lavorando in senso inverso, dal digitale all’analogico. La persona parla e il terapeuta commenta: mi stai dicendo cosa pensi, e cosa senti mentre pensi questo? La risposta è difficile, perché cosa si sente non è importante per nessuno: è uno sbaglio perché quello che si sente è l’esperienza, quello che si pensa no. Capire che questa è una torta di crema non è come assaggiarla e dire che mi piace! Il fatto che una torta sia di crema non significa che sia buona o cattiva, ma solo che è fatta in quella maniera: se mangiandola anche senza sapere di cosa è fatta ti piace, è tutta un’altra storia.
Per quanto riguarda la terapia, il problema non è mica non capire quello che succede, è il fatto che quello che succede si appoggia su di un sentire che non si riesce a gestire. Vuol dire che quello che si sente bisogna lasciarlo salire fino in cima, se no poi non ridiscende: interrotto a metà si cronicizza è resta sempre uguale. È inutile cercare di capire le ragioni della rabbia con la mamma, il problema è che si è cronicizzata in un momento in cui invece di mandare la mamma a quel paese, l’aggressività è stata repressa.
L’arte, la poesia, riescono a gestire le emozioni attraverso l’espressione: poetesse famose, la Dickinson per esempio, oppure le sorelle Bronte, hanno vissuto gran parte della loro vita in casa: non gli è successo quasi niente, ma guardando l’invisibile hanno vissuto più di qualunque persona normale. Anche Pessoa quanto a invisibile non scherzava. Lui disse: perché andare in giro per il mondo, basta affacciarsi alla finestra e guardare giù in strada, si vede abbastanza da soddisfare qualunque voglia. Il fatto è che mentre gli altri non ci vedono niente, lui ci vedeva davvero: guardava dalla finestra del suo ufficio in rua dos douradores, una finestrella piccola, e osservando quella modesta parte del mondo ha scritto uno dei libri più fondamentali del mondo moderno, «Il libro dell’inquietudine»9. Kandinskij ha inventato l’arte astratta andando sulle colline della sua città a guardare l’aurora, che è stata la grande sorgente della sua vis poetica: guardava l’aurora e si lasciava stravolgere dalla meraviglia dei colori. L’aurora a guardarla porta via l’anima a tutti, solo che di solito la persona di questo non sa cosa farne: Kandinskij s’è fatto portar via l’anima e poi l’ha messa sulle tele. Lo spirito non si pensa, si sperimenta e, per via associativa, gli si può dar forma e farlo esistere in infinite maniere.
Bibliografia
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- BUBER M., «Il principio dialogico e altri saggi», Cinisello Balsamo, San Paolo Edizioni, 2011.
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- CANTARO F., GUASTALLA G., «I segreti della PNL. Il non visibile della programmazione neurolinguistica», Milano, Sonda, 2009.
- GASPAROTTI R., «Il quadro invisibile», Napoli, Cronopio, 2015.
- GOPI KRISHNA, «Kundalini», Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1972.
- HUXLEY A., «Le porte della percezione», Milano, Mondadori, 1980.
- KIERKEGAARD S., «Timori e tremori», Milano, Sansoni, 1993.
- PESSOA F., «Il libro dell’inquietudine», Milano, Adelphi, 1979.
- QUATTRINI G.P., «Amore, appartenenza e possesso», pubblicazione interna IGF.
- RATZINGER J., «Escatologia. Morte e vita eterna», Assisi, Cittadella ed., 2013.
- STEIN E., «Sul problema dell’empatia», Milano, Franco Angeli, 1986.
- TRUNGPA CHÖGYAM, «Al di là del materialismo spirituale», Roma, Astrolabio, 1976.
- TURNER V., «Dal rito al teatro», Bologna, Il Mulino, 1986.
1 BAXANDALL M., «Forme dell’intenzione», Torino, Einaudi, 2000; è un libro che spiega la critica esegetica e la paragona a quella non esegetica.
2 HUXLEY A., «Le porte della percezione», Milano, Mondadori, 1980.
3 GASPAROTTI R., «Il quadro invisibile», Napoli, Cronopio, 2015.
4 GASPAROTTI R., «Il quadro invisibile», cit.
5 QUATTRINI G.P., «Amore, appartenenza e possesso», pubblicazione interna IGF.
6 RATZINGER J., «Escatologia. Morte e vita eterna», Assisi, Cittadella, 2013.
7 Platone e i suoi successori stabilivano un’equiparazione tra Buono, Bello e Vero (Kalokagathia). Questa concezione è stata assunta anche dal cristianesimo.
8 TURNER V., «Dal rito al teatro», Bologna, Il Mulino, 1986.
9 PESSOA F., «Il libro dell’inquietudine», Milano, Adelphi, 1979.

