Nell’antro di Ade – La dischiusura dell’immaginale attraversando le dimore dell’Invisibile
Silvia Contini – Counselor Filosofica
Pubblicato sul numero 48-49 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia
Abstract:
L’articolo esplora la figura di Ade come simbolo dell’invisibile e della trasformazione, analizzandone il ruolo nei miti e nei misteri eleusini. Attraverso fonti antiche e riflessioni filosofiche, si evidenzia come la discesa agli inferi rappresenti un passaggio iniziatico di conoscenza e rinascita. La rilettura del mito supera la dicotomia tra vita e morte, rivelandone la coesistenza e il valore simbolico nel processo di individuazione.
Parole chiave:
Ade, invisibile, trasformazione, iniziazione, Misteri Eleusini, conoscenza.
Le anime annusano giù verso l’Ade
Eraclito
“Se la pupilla si chiama kòre, ne consegue che l’occhio per eccellenza è quello di Ade: nel suo, infatti, mentre la rapiva, Core vide riflessa se stessa (…). Come se l’occhio fosse appena uscito per una razzia dal regno dei morti. La visione era una preda.”
Roberto Calasso, Le nozze di Cadmo e Armonia
“E tu troverai alla sinistra delle case di Ade una fonte, e accanto a essa un bianco cipresso diritto:
a questa fonte non accostarti neppure, da presso.
E ne troverai un’altra, fredda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine: e davanti stanno i custodi.
Di’ loro: Sono figlio di Terra e di Cielo stellante, inoltre la mia stirpe è Celeste; e questo sapete anche voi.
Sono riarsa di sete e muoio: ma date, subito, fredda acqua che scorre dalla palude di Mnemosine.
Ed essi ti lasceranno bere dalla fonte divina, e in seguito tu regnerai assieme agli altri eroi.
Di Mnemosine, questo è il sepolcro…”
Laminetta trovata a Petelia
L’invisibile è esistenza sottile di forze ed energie che governano il percepibile con forza talvolta maggiore di ciò che concepiamo come concreto, vivido, reale.
L’antico dio greco Ade, se seguiamo la traccia del suo etimo più utilizzato, è l’invisibile; potenza ctònia e quasi innominabile, rifugge a molte narrazioni mitiche (differentemente dagli altri dei) ed il suo nome è nel contempo teonimo e toponimo, poiché Ade tenebroso è sia il dio sia il luogo di approdo dell’anima dopo la morte del corpo.
Secondo l’antica teogonia esiodea, era uno dei fratelli che venivano ingoiati dal padre Crono; dopo una lunga battaglia con i Titani che vide trionfare la loro generazione di dei olimpici, vennero divisi i regni ed andarono a Zeus il cielo e la terra, a Poseidone i mari e ad Ade il regno dell’oltretomba.
Il volto del dio è oscuro, apparentemente ambivalente; coesistente, come la stessa vita che è inscritta nella temporalità, nella fine, sin dalla nascita. Come ambivalente, o coesistente di istanze che si integrano a vicenda divenendo simbolo significante un orizzonte di senso profondo, è il suo nome, la sua immagine rappresentata, le sue vicende che di lui e da lui vengono narrate.
Nelle rappresentazioni più antiche Ade viene quasi sempre raffigurato in compagnia di Persefone.
Le testimonianze più antiche dell’iconografia di Ade sono legate alla pittura vascolare di ambito culturale greco, oppure nella pittura funeraria etrusca; significative sono anche le pinakes di Locri legate al rito del matrimonio. I vari attributi che identificano il dio sembrano cambiare in relazione alla narrazione del mito rappresentata. In esse appare forte, possente, intento in banchetti, raffigurato insieme a spighe di grano, e in alcuni è presente anche una cornucopia, simbolo di fertilità e ricchezza; un’apparente e non sostanziale contraddizione simbolica, come vedremo.
Per Esiodo, Ade è “signore dell’ombre dei morti”1, definito “dio possente” unito ad una sposa poco rassicurante, la “terribile Persefoneia”2; e “sotto la terra ha la sua dimora”3, “del dio degli inferi la casa sonora”4, nella visione omerica un luogo buio e freddo dove i morti conducono un’umbratile non vita.
Pochi, se paragonati agli altri dei, sono i miti e le vicende che emergono dalla trama che si dipana dal suo nome; pochi, fondanti e significativi. Il dio Ade è inscritto miticamente nella misterica vicenda del ratto di Persefone; subisce un combattimento fallimentare con Eracle5 e diversi sono gli eroi che discendono significativamente nel regno degli inferi.
Appare una figura centrale e significativa in un mito di fondazione, narrato nell’omerico Inno a Demetra, che rappresenta un segnavia mitico-narrativo per le vicende connesse ai miti eleusini. In questa storia ci sono una madre ed una figlia da una parte ed un rapitore dall’altra; ed il rapimento, ed il rapitore, sono centrali per capire un fattore essenziale della vicenda, ovvero la trasformazione. Mentre la figlia di Demetra era intenta, insieme ad altre fanciulle figlie di Oceano, a raccogliere fiori (un narciso la vera insidia: narké, torpore) la terra si apre in una voragine e ne sorge “il dio che molti uomini accoglie”6, colui “che è signore di molti, e molti uomini accoglie, il fratello del padre, il figlio di Crono, che ha molti nomi”7; Ade rapisce la fanciulla, le cui urla sono udite solo da Ecate “dal diadema luminoso, nel suo antro” e da Elio. Ecate non vede chi sia il rapitore, ma avverte la madre della fanciulla, la potente dea delle messi Demetra, che vaga disperata da giorni alla ricerca della fanciulla; da Elio ottiene il nome del rapitore, Ade. Demetra è una madre disperata, ma nel contempo una dea antica e potente; tanto da non far nascere più primavera e tenere “il seme celato sotto la zolla”8finché non fosse tornata insieme all’amata figlia, arcaico binomio attestato anche nella lineare B.
Dopo le vicissitudini solitarie di Demetra, è il misso di Zeus, Ermes, che convince il re dell’oltretomba a restituire al sole del giorno e soprattutto alla dea madre la fanciulla, che non si chiama più genericamente Kore9, ma ora è la saggia ed augusta Persefone, sposa di Ade e regina degli inferi.
Ade invita Persefone a tornare da sua madre; poco prima Persefone accetta, gioiosa, di mangiare i semi della melagrana che lo sposo le offre. Questo le comporterà ritornare nel regno dei morti, seguendo il ritmo stagionale che lei stessa scandirà. Facendo tornare primavera ogni volta che tornerà sulla terra dall’oltretomba, dove, da fanciulla, fu rapita, e dove ogni volta torna da regina; la saggia, l’augusta, la terribile Persefone.
Ade rapisce la fanciulla, e nei suoi gesti metaforicamente il mito rievoca la narrazione di un rito iniziatico femminile10; da Kore, fanciulla, tramite la traumatica separazione dalla madre e dal suo mondo innocente, effettua una catabasi che la porta e la attraversa nel profondo fino a restituirla con un nome più definito ed individuativo.
L’Inno omerico a Demetra è il più antico documento letterario che attesti i misteri di Eleusi; l’importantissimo culto iniziatico era uno tra i due ‘doni’ di Demetra, insieme alla cerealicoltura. Nel testo Ade interviene come elemento di separazione e poi reintegrazione delle ‘due dee’, il cui culto antico era attestato ovunque e rimane centrale anche nei misteri eleusini; è quindi elemento di rottura di un equilibrio iniziale, all’apparenza edenico, ed è centrale per la successiva trasformazione di quella che sarà congiunta a lui, dapprima generica fanciulla, poi saggia e terribile signora del regno dei morti. L’intervento del dio è oltrepassare la soglia; genera uno strappo, una crisi, una discesa nell’ombra che è nel contempo garanzia di una rinascita in una forma trasformativamente più definita.
Ade è l’invisibile11, e come tale si muove, utilizzando un elmo magico quando esce dal suo regno12, è un nome che incute il terrore della presenza ineffabile in grado di recidere, non visto, la nostra presenza in vita. Ma il dio il cui nome noi sposiamo nell’etimo che ci riconduce all’invisibilità del soffio, ha anche un altro significativo nome che i più preferiscono pronunciare, quasi induca minore timore, come ci istruisce Platone nel Cratilo13; Plutone. Plutone, plutòs, ovvero ricchezza, dono, a significarne “il dono della ‘ricchezza’ che arriva dalla ‘profondità della terra’ (…) a significare che “il mondo di ‘laggiù’ del dio Plutone ha una valenza di utilità, ricchezza, dono”14.
Socrate, dialogando con Ermogene, sottolinea come a suo avviso molti si siano sbagliati “sulla potenza di questo dio e lo temano senza che vi sia motivo”15; hanno paura che la loro anima, priva del corpo, rimanga là sotto confinata per sempre, mentre “a me, invece, sembra che tutto tenda a dimostrare lo stesso punto, sia la potenza degli dei, sia il nome”16.
Il nome può essere per Socrate un indizio, non definitorio, dell’essenza profonda di un dio da sempre temuto da tutti e che invece, lontano dallo spettro che ne hanno i più, è rivelatore di armonie profonde, che rivela legando a sé non con la necessità, ma con il “massimo dei desideri”; e “vi è un desiderio più forte di quando uno, frequentando un altro, creda di diventare migliore grazie a lui?”17. Ermogene concorda, e per Socrate nessuno vorrebbe in realtà tornare nel mondo sensibile, essi “vengono affascinati” da lui poiché “tanto belli (…) sono i discorsi che Ade sa fare”18.
La filosofia è ‘cura’ della parte immortale ed esercizio di morte, ciò che è invisibile ci connette al bello ed è caratteristica peculiare del mondo delle idee, dell’intellegibile; anche in questo caso, il parto maieutico ha portato alla luce una verità in grado di ribaltare l’opinione corrente. La morte non è da temere come il peggiore dei mali, è piuttosto esito ultimo di liberazione dal sóma dell’anima immortale; ecco perché, al termine del Fedone, in punto di morte, Socrate raccomanda di dedicare un gallo ad Asclepio, come si usava fare dopo una guarigione.
Ed il ribaltamento di significato che investe l’esistenza di tutti noi coinvolge non solo Ade, ma anche la sua sposa; da simbolo di sgomento a vicenda di sapienza. Socrate, sempre riprendendo il tema della paura che attanaglia chi non conosce e conseguentemente fraintende, poiché inesperto riguardo l’esatto significato dei nomi, restituisce a suo dire correttezza e realtà, spogliandola dal timore da cui è stata avvolta dall’errata interpretazione degli uomini, anche Persefone. Il suo nome fa paura a molti, come se indicasse qualcosa di “terribile, mentre esso (…) indica che la dea è sapiente”19, e parimenti il nome Ade è “assai lontano dal derivare da invisibile, esso più probabilmente, è stato stabilito dal legislatore a partire dal suo eidénai (conoscere) pánta tà kalá (tutto ciò che è bello)”20.
Quindi entrambi gli sposi inferi, nel gioco etimologico dei lemmi che propone Platone, sono spogliati alla radice dall’aura terribile e spaventosa che ne circondava la figura, rivelandosi invece come figure apicali non più della paura, ma della conoscenza.
Il corrispettivo esistenziale della morte per ognuno di noi verte e consiste nella corrispondenza con l’assenza, del doloroso strappo che non trova appello e parola. L’esperienza della morte dell’altro, della persona amata o vicina, “è l’incrinatura più profonda della vita fenomenica”21, frattura e ferita e situazione-limite invalicabile.
Nella nostra mitica ed umana vicenda, “ciò che esteriormente è determinazione e limite, interiormente è manifestazione dell’essere autentico”22; declinazione ulteriore di quella parte invisibile, più determinante del visibile, che propaga la sua eco.
Esperienza di conoscenza, quindi, se intendiamo correttamente il conosci te stesso anche come conoscenza e contatto dei propri limiti, intesi non solo come impossibilità oltre un dato confine, ma come un perimetro.
E non vi è conoscenza autentica e profonda, che porti conseguentemente un rinnovamento trasformativo e germinativo, senza eros: “Nella storia di Persefone (…) thanatos (…) emerge come elemento complementare a eros e non come suo opposto. Nella sua forma più positiva, thanatos (in termini psicoanalitici, la pulsione di morte) ci fornisce la capacità di morire per ciò che siamo stati, in modo da poter risorgere a ciò che dobbiamo diventare, proprio come Kore muore nel suo essere fanciulla e, in quanto Persefone, diventa una moglie e una regina.”23 L’Afrodite degli inferi “raggiunge il proprio compimento sposando Ade, non tanto dio della morte ma della cura per i defunti”24; eros e thanatos coesistono integralmente in ogni aspetto della vita.
Morire a se stessi iniziaticamente o anche fisicamente può essere inteso, rovesciando la realtà come accade in sogno, come presupposto del rinascere in un percorso che parte dalle viscere, dal profondo, dal regno infero; un passaggio trasformativo, poiché “Persefone ed Ade sostengono i processi di trasformazione”25. E di rinascita, dando la possibilità di scorgere la coesistenza della vita e la morte in ogni cosa; conosci te stesso, il tuo essere mortale, il tuo perimetro di possibilità.
E proprio da un perimetro sacro, da un témenos, giunge a noi un messaggio dal mondo antico proveniente da più di un’immagine che ritrae la coppia sacra, ex voto, simulacri scaturiti dalla devozione popolare rivolta a loro diversi secoli avanti Cristo.
Se osserviamo le già citate pinakes locresi ritrovate nel luogo di un santuario dedicato proprio alla dea Persefone, possiamo dare un ulteriore significato al passaggio dalla vita alla morte; non solo conoscenza, ma anche conoscenza della coesistenza dei due mondi. La morte non è la fine di tutto, la morte è un passaggio, la fine di un ciclo che ha al suo interno il seme della rinascita. Persefone, l’Afrodite degli Inferi, come era soprannominata, è la dea la cui riemersione sulla terra garantisce da sempre e per sempre primavera anche dopo i più lunghi inverni; coesistono in lei realtà solo apparentemente opposte, nella sua vicenda di catabasi ed anabasi vi è conchiuso il segno della nostra vicenda.
Il gallo, posto sulle sue ginocchia, sembra attendere l’alba per cantare l’aurora, che annuncia da sempre la rinascita del sole anche dopo la notte più buia.
Noi possiamo conoscere il mondo, ma è l’interpretazione che ne diamo che diviene per noi esistenzialmente centrale, è questa lettura che determina il nostro percorso di individuazione nello stesso mondo nel quale siamo gittati e nel quale ci sentiamo talvolta estranei, altre volte sovrastati soprattutto nelle situazioni-limite che si declinano e determinano dal nostro contatto o incontro in prossimità della porta di Ade tenebroso.
Il mito insegna, guida ed ammonisce a diffidare delle facili letture riguardo a vita e morte; non vi è ambivalenza, ma coesistenza, non vi è fine di tutto, ma reinizio trasformativo, e Persefone ci guida, se riusciamo a scorgerla come un grano piantato nel terreno, poiché “i semi germinano in modo tale che appaiono in decomposizione prima che spuntino i germogli”26 ad annunciare l’avvicendamento della nuova vita.
Nel frastuono del mondo, le tracce del mondo antico, immobili e vive, permangono e ci parlano, creazioni immaginali più vere del vero; e se facciamo silenzio e spazio riusciremo ad accogliere la possibilità di una realtà, e quindi di una interpretazione, e quindi di un nostro vissuto, ulteriore.
Più che un vedere il percepibile, è una visione intuitiva ed immaginale, ed in quanto tale complessiva; ci invita a guardare più attentamente segni e simboli, lemmi sacri provenienti da un mondo arcaico ed antico, “aprire la parola ‘morte’, guardarci dentro e scoprire i semi di una melagrana”27.
Bibliografia
- Calasso, R. (1998). Le nozze di Cadmo e Armonia. Milano: Adelphi.
- Esiodo. (2008). Teogonia (trad. di F. R. D’Arcangeli). Roma: Laterza.
- Giordano, A. (2014). Il significato del viaggio nella vita e nella letteratura. Milano: Mondadori.
- Polari, F. (2021). La dimensione simbolica dell’acqua. Roma: Edizioni dell’Asino.
- Giuli, A. (2019). Riflessi del mare: filosofia e psicologia delle emozioni. Bologna: Il Mulino.
- Hermann, M. (2016). Il deserto: metafora di crescita e trasformazione. Torino: Einaudi.
- Rilke, R. M. (2005). Le lettere a un giovane poeta. Milano: Adelphi.
NOTE
1 Esiodo, Teogonia, 850.
2 Ivi, v.768 e 774 con i medesimi termini.
3 Ivi, v.455.
4 Ivi, v.767.
5 Iliade V, 395-404.
6 Inno a Demetra, 17, in Le religioni dei misteri, vol.I, Eleusi, dionisismo, orfismo, a cura di Paolo Scarpi, Fondazione Lorenzo Valla, 2002, pag.13.
7 Ivi, 30-33, pag.15.
8 Ivi, 353.
9 «CORE Altro nome di Persefone, figlia di Demetra e sposa di Ade. Bene attestato in miceneo nella forma ko-wa (κόρϜα, KN Ai 63.2, etc.) questo nome significa “fanciulla, vergine”; l’etimologia sembra ricollegabile a κορέ-ννυµι, “nutrire, far crescere” (Frisk, Gr.Et.Wört. s. v. κόρος)», in Dizionario Etimologico della mitologia greca, www.demgol.units.it, pag. 94
10 P.Scarpi, op.cit.pag.441 e seg.
11 “Veniva analizzato come ἀ-ιδ-(α) da Platone (Gorg. 493 b; Crat. 403 a) col significato di “invisibile”, Dizionario etimologico degli dei greci, pag.8.
12 L’elmo Kunée, costruito con pelle di cane, che prendono a prestito anche altri dei come Atena, Omero, Iliade V 844 e ss., ed anche Ermes, Apollodoro, Biblioteca I,6,2.
13 402 D 8, 403 A 3, A 7 ed E6; dialogo all’interno del quale “introduce, attraverso la figura di Platone-Ade diverse osservazioni di carattere prevalentemente metafisico e antropologico”, in Maria Luisa Gatti, Etimologia e filosofia. Strategie comunicative del filosofo nel ‘Cratilo’, Vita e Pensiero, Milano, 2006, pag. 225.
14 Ibidem.
15 Platone, Cratilo, 403 C e seg.
16 Ivi.
17 Ivi, 403 D e seg.
18 403 E e seg.
19 Cratilo, 404 C-E. Come sottolinea Giovanni Reale, “il motivo per cui il nome può sembrare terribile è che può essere fatto derivare da phérein(=produrre) e da fónos (=strage)”, mentre “invece della forma poetica Pherséfone o Perséfone, nelle iscrizioni attiche in prosa si trova il terminePherrephatta”; in Platone, tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani, Milano, 2000, nota n.70 pag.187.
20 M.L.Gatti, op.cit.pag.231.
21 K.Jaspers, Filosofia, II, Utet, Torino, 1978, pag.197.
22 K.Jaspers, Filosofia, I, Utet, Torino, 1978, pag.127.
23 C.S.Pearson, Persefone, Astrolabio, Roma, 2017, p.164.
24 C.S.Pearson, op.cit.p.164-165.
25 Ivi.
26 Ivi, p.165.
27 C.L.Candiani, ‘Un altro tipo di nascita’, in Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione, Einaudi, Torino, 2018, pag.70.

