Il problema dell’orizzonte in psicoterapia

G. Paolo Quattrini – Psicoterapeuta Direttore Responsabile IGF

Pubblicato sul numero 48-49 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Abstract:
L’articolo esplora il concetto di “orizzonte” in psicoterapia, sottolineando l’importanza di una visione ampia per il cambiamento e la responsabilità nelle scelte. L’autore invita a riflettere sulla distinzione tra “sentire” e “volere”, e sull’importanza di “scollarsi” dalle influenze esterne per scoprire i propri desideri, ponendo la differenza fondamentale tra “funzionalismo” e “trascendentalità”. Infine, vengono toccati i concetti di “orizzonte del lavoro” e “immaginazione”, sottolineando l’importanza di immaginare il futuro e assumersi il rischio delle proprie scelte.
Parole chiave:
Orizzonte, Responsabilità, Scelta, Spirale del contatto, Qualità della vita, Funzionalismo, Trascendenza, Immaginazione.

La vita umana si stende necessariamente su un passato, un presente e un futuro. Fermo restando le variazioni su tema, generalmente il passato attrae l’attenzione della persona più del futuro, e se non ne resta abbastanza, per questo nella relazione d’aiuto diventano difficili i cambiamenti che coscienza e responsabilità richiederebbero.

Si può immaginare il passato come il proprio capitale, il presente come la Borsa Valori, dove si giocano i propri investimenti, e il futuro come lo spazio per i propri progetti esistenziali: i progetti possono essere a breve e a lungo termine, ma il loro destino cambia parecchio a seconda dell’orizzonte in cui sono inscritti. Se la visuale della persona si misura in metri, come durante la pesca subacquea, non ci sono tante opzioni al di là di arpionare qualche pesce: se anche ci si stufasse di questa attività, in una visuale così ristretta non ci sono tante alternative.

​Sentire e volere

Volere è un’operazione volontaria: per sapere cosa si vuole infatti, basta che si faccia un po’ di fantasie – voglio questo, voglio quest’altro, questo mi costa questo, quest’altro mi costa quest’altro – e alla fine si sceglie, si decide, cioè si rinuncia a tutto il resto: è proprio perché volere è una operazione volontaria che nella relazione d’aiuto si può chiedere di ascoltare e poi scegliere la direzione.

Sentire dipende da ascoltare, e anche ascoltare è un’operazione volontaria: quello che c’è da ascoltare è tutto quello che succede nel corpo, dai piedi fino alla testa. Qualunque evento non può che succedere nello spazio del corpo, perché lo spirito non è separabile dalla materia: il corpo non è uno spazio infinito, per cui non è che ci voglia molto ad ascoltare. Insomma se si vuole sapere cosa si sente, basta mettersi lì ad ascoltare quello che succede nel proprio corpo, e quindi anche nella propria anima.

Ma il fatto che sentire e volere siano operazioni volontarie comporta anche che quando si chiede cosa senti, non ci si ferma davanti ad una risposta del tipo “non lo so cosa sento” e si invita la persona ad ascoltarsi, perché se non si ascolta non sentirà, e, appunto, non saprà mai cosa sente. Allo stesso modo quando si chiede cosa vuoi non bisogna cadere nella trappola della risposta “non so cosa voglio”. Non si tratta di saperlo, si tratta di scegliere, di decidere cioè di rinunciare a tutto il resto per avere una cosa: “immagina cosa potresti volere, e scegli che cosa vuoi qui e ora.” Ma non è un’operazione indolore, perché la persona s’aggrappa a quel non lo so come se fosse la sua ultima salvezza. Quello che in realtà sta dicendo è “non so che cosa è giusto scegliere”, come dire: “Non so che cosa poi mi farà male al pancino!”, perché tutti, specialmente quelli che hanno avuto una mamma italiana, devono sempre sapere da una mamma o un’altra se dopo gli farà male il pancino, o se si devono mettere la camiciolina! Insomma quello che la persona sta dicendo, quando ripete non so cosa voglio, cercando di convincere sé stesso e l’operatore d’aiuto, in realtà è non so quanto questo mi costerà e non voglio neanche immaginarlo, di queste cose si è sempre occupata la mamma!

​Il mondo del valore

L’operazione di iniziazione al mondo del volere, cioè dell’accompagnare le persone dentro l’esperienza di scegliere cosa vogliono, comporta l’operazione tutt’altro che facile di scollarsi un po’ dalla propria mamma. Quando si chiede a una persona cosa vuoi è come dire “lascia la mamma e vieni, non ti preoccupare, vedrai che dopo ti diverti” A volte è la mamma mamma, a volte è la mamma Chiesa, a volte la mamma babbo, a volte la mamma moglie, a volte la mamma figliola, a volte la mamma gruppo: c’è sempre una mamma da qualche parte che dice alle persone quello che possono volere e quello che è meglio che non vogliano. Chiedere a una persona cosa vuole si fa un po’ come da fratelli maggiori che proteggono i fratellini e le sorelline più piccoli dall’invadenza materna: “Dimmelo a me: che cos’è che vuoi?! Sì, quello che vuoi tu: lascia perdere quello che dice la mamma.” È una cosa che si fa un po’ di nascosto: ci vuole una certa aura, una certa atmosfera di complicità, perché solo se si sentono complici le persone dicono quello che vogliono loro e non quello che la mamma gli ha detto che possono volere.

Una volta che la persona ha scelto cosa vuole, si ricomincia da capo: se il cliente dice: “Voglio questo, questo e quest’altro”, si risponde: “Sì, d’accordo vuoi cinquanta cose, ma quale per prima? Scegli!” e quello insiste: “Voglio il gelato, la mortadella, voglio la paperetta e poi voglio anche andare al mare”, non bisogna mollare: “quale per prima?! Bisogna fare una cosa per volta: tutte insieme non si può!” e quello (frignando): “Voglio tutte queste cose!” “Sì, va bene, ma quale per prima?” e quello: “la mortadellaaaa!” “Va bene, allora lavoriamo intanto sulla mortadella”.

L’importante è far rispettare il principio di realtà: si possono fare anche tremila cose, ma prima una e poi l’altra, mai tutte insieme e contemporaneamente! Visto che ci sono solo due mani, si può tenere la mortadella nella destra e il gelato nella sinistra, ma un’altra cosa non c’è verso! E soprattutto bisogna decidere quale mordere per prima, visto che la bocca è una sola!

Uno dei punti chiave dell’intervento è ci si trova di fronte al problema di assumersi le proprie responsabilità. Il punto di vista esistenzialista comporta che ognuno fa quello che gli pare; perché la domanda fondamentale è che cosa ne voglio fare della mia esistenza. Il punto di vista esistenzialista comporta una teoria della conoscenza di tipo fenomenologico perché solo attraverso i fenomeni si può essere soddisfatti della propria esistenza. Ma per la fenomenologia ogni fenomeno non è nient’altro che ciò che è, cioè quello che in questo momento mi appare, come mi si manifesta. La fenomenologia non si interroga su cosa c’è dietro, sul perché è così e tanto meno sul come dovrebbe essere, ma solo su cosa la persona vuole fare di quello che gli sta succedendo!

E allora se ognuno pensa quello che gli pare e vuole quel che vuole, come ci si regola? Attraverso la responsabilità, intesa non come virtù morale, ma come atteggiamento economico, cioè dove investo il mio capitale, in cosa spendo, quanto e quale prezzo sono disposto a pagare per una determinata scelta che faccio, dove metto i soldi che ho in tasca, cosa compro; cos’è che decido di fare, non in base all’essere giusto o sbagliato, ma in base a quello che voglio.

Come si fa a muoversi in questo territorio? La spirale del contatto è uno degli strumenti, perché comincia con proprio con l’ascoltare quello che uno sente. Se infatti tu ascolti quello che senti, hai una base seria per scegliere quello che vuoi, mentre se non ascolti quello che senti, quello che vuoi sta a mezz’aria, non è appoggiato su niente. Mettiamo per esempio che tu senta tristezza, e per scrollartela di dosso decida di andare a ballare: il tuo intento è quello di scrollarti di dosso la tristezza e per questo decidi di andare a ballare anche se non ne hai voglia. In questo modo facilmente ci riuscirai, perché sei consapevole di essere triste ed hai immaginato e scelto una modalità che ti sembra lo sforzo efficace per raggiungere il tuo intento di farti passare la tristezza.

Mettiamo invece che tu senta tristezza, ma non te ne accorga e che tu non abbaia nessuna voglia di andare a ballare; magari ci vai, ma andare a ballare non corrisponde al tuo stato d’animo di base, perché non sai cosa senti. Ma se non sai che cosa senti, se non ascolti quello che senti, quello che vuoi, quello che decidi, le scelte che fai non sono appoggiate su niente e quindi difficilmente porrai in essere delle azioni efficaci per raggiungere il tuo intento (che appunto non sai qual è perché non l’hai ancora scelto). Allora, se il primo passo è ascoltare quello che si sente, il secondo è scegliere quello che si vuole, e questo cozza con la paura di assumersi le proprie responsabilità, di pagare il prezzo delle proprie scelte.

La paura di assumersi le proprie responsabilità è giustificata dall’idea, completamente destituita di fondamento, che esistano scelte che non costano. Quest’idea è totalmente sballata perché tutte le scelte costano e qualunque scelta ha un costo differente. È un cambio di registro dal giusto/sbagliato (che è quello che nella nostra cultura sempre si adotta) al quadro di riferimento della responsabilità. Un cambio di registro cioè dalla colpa alla responsabilità.

Il problema non è se una determinata scelta è giusta o sbagliata, ma quanto costa. Posso fare quello che mi pare, ma quanto costa? Quali saranno le conseguenze della mia scelta? Per saperlo bisogna far lavorare la fantasia e essere disponibili a mettersi nei panni degli altri: bisogna mettersi nei panni dell’altro e sentire che effetto mi fa che mi venga detta una determinata cosa. Il passaggio dalla colpa alla responsabilità richiede l’immergersi dentro il mondo della percezione e della consapevolezza, del rendersi conto e della responsabilità, cioè dell’accettare che non si tratta di trovare la via giusta – cioè non colpevole – ma di sapere i prezzi delle cose e di scegliere il prezzo che conviene, tenendo presente che sempre convengono prezzi diversi.

Ora, il problema si complica (o si semplifica), se si guarda come i costi di ogni scelta non sono assoluti, ma relativi a una visione d’insieme: cioè, qualunque scelta ha dei costi che possono essere valutati solo dentro l’ottica di un orizzonte: se compro un tappeto costosissimo, la scelta va guardata nell’ottica del futuro. A cosa mi serve questo tappeto? Per il piacere di averlo in casa? Per pubblicità del mio spazio commerciale? Per altro? E allora, quanto conta il piacere di avere in casa quel tappeto? Quanto rende di pubblicità? Eccetera. Sono evidentemente valutazioni approssimative, ma senza questo la scelta rasenta il demenziale. Ma se prima o poi tutti si muore, che senso ha di parlare di orizzonte?

​Il tema della qualità

La certezza della morte nell’avventura umana non dice niente sulla qualità che può avere la vita: è molto differente avere un approccio quantitativo oppure perseguire qualità. Che differenza c’è tra un orizzonte trascendentale e uno funzionale? Se si immagina il fenomeno come il profumo dell’oggetto, allora l’effetto che fa un quadro è come il profumo del quadro: le due cose non sono poi tanto separate, in quanto una cosa per essere funzionale un minimo di gradevolezza ce la deve avere.

Levinas, fenomenologo contemporaneo, ha scritto un testo importante in questa area: totalità e infinito. Il funzionalismo è un approccio che si riferisce a un mondo finito, mentre la trascendentalità si riferisce a un mondo infinito. Ora visto cosi sembra uno sfizio teorico, ma invece è un punto di importanza capitale. James teorizza un mondo finito anche sul piano spirituale, Husserl teorizza un mondo infinito. Che differenza c’è?

In un mondo finito si può pensare a organizzare bene il tutto, ma soprattutto è possibile organizzarlo bene. Se hai una casa lo puoi mettere a posto. È questo è il pensiero che sta dietro al pensiero marxista materialista storico. Punto di vista che sta sotto la fede nel progresso, andare da qualche nella storia e nella scienza. Ma ha un limite violento: se il mondo è finito, il discorso funzionalista riduce l’arte a decorazione.

La fenomenologia trascendentale si riferisce a un mondo infinito, e come dice Pessoa nel suo Faust, anche Dio si trascende. Significa che non esiste una totalità assoluta neanche immaginandola come divinità: c’è insomma una porta sull’infinito. Significa che l’arte è infinita, e allora quello che si può fare con i comportamenti umani è infinito. In un mondo finito l’arte non ha significato, diventa decorazione, artigianato: nel mondo psicologico è la differenza tra un comportamento ben organizzato e uno che non sta necessariamente nei confini tradizionali. Si crea allora una nuova umanità, una nuova storia umana, un numero infinito di libri con le stesse parole di base. Funzionalismo e trascendentalità sono due anime della fenomenologia: non sono separabili, sono come due sponde del fiume, e nella relazione d’aiuto si accompagna la persona a diventare funzionale e ad aprire le porte dell’infinito.

L’orizzonte non è una negazione dell’infinito, ma una affermazione delle limitazioni umane: oltre ogni orizzonte c’è l’infinito, ma non si può dimensionare le scelte su qualcosa che non ha dimensioni. L’orizzonte è l’inizio dell’infinito, quando la vista ancora soccorre: l’oltre si può solo raggiungere con l’immaginazione, che è più larga della vista ma sempre limitata. L’orizzonte è per definizione limite, e le scelte vanno calibrate appunto dentro un limite.

Il limite può essere semplicemente tradizionale, tipo la patria o la famiglia, o può essere molto più articolato: ci sono tante famiglie possibili, e avere moglie figli a prescindere è una possibilità, all’interno della quale ci sono accezioni così diverse da rasentare l’infinito. Se una persona pensa in termini di famiglia, poco si chiede in termini di coppia, ma se è una specifica famiglia che vuole la situazione è ben diversa. Va bene volere una moglie, ma è molto differente volerla sottomessa oppure capace di affrontare creativamente le abissali differenze che ci sono fra maschi e femmine: se un uomo vuole una donna di questo tipo avrà molto da cercare, e soprattutto non sarà facile riconoscerla. Questa intenzione ha a che fare con l’orizzonte: si tratta di immaginare una vita insieme, e immaginare cosa si vorrebbe avere nello scorrere della vita verso la morte, e cosa si preferirebbe evitare.

​L’orizzonte del lavoro

Difficile considerare il lavoro un’attività meno importante: amore e lavoro sono necessariamente connessi in una unità esistenziale profonda, a cui bisogna rispondere responsabilmente, bisogna cioè immaginarseli nel tempo e decidere prendendosi il rischio. Il punto di biforcazione è appunto la parola rischio: la responsabilità è sempre rischio, mai certezza. È quella che si chiama un terno al lotto, che non ha alternative se non nella superstizione, che reifica la scelta nella certezza dell’oracolo, cioè in quella stupidità umana che fece dire a Cicerone non capisco come, quando un auruspice incontra un altro auruspice, non gli rida in faccia! Il futuro si prevede meglio che si può con la fantasia, non si conosce con la magia: da questo si capisce l’enorme importanza dell’immaginazione, che normalmente è poco apprezzata per via della sua pericolosità, perché “mette idee in testa ai bambini”.

L’orizzonte della vita non si vede pensandolo: se il pensare in senso digitale percorre attentamente la rete di cause ed effetti che accompagnano gli eventi, non è peraltro un’operazione in grado di intuire l’arbitrarietà delle scelte, e quindi ha capacità di visione piuttosto rudimentali (se esci senza ombrello e piove ti bagni, se non mangi hai fame, ecc.). Il cannocchiale per l’orizzonte è l’immaginazione, che senza poter essere dimostrabile è non di rado plausibile, e per questo va utilizzata continuamente (se ti vuoi fidanzare, immagina come andrà fra voi fra vent’anni e decidi di conseguenza).

La difficoltà di questa operazione è che le persone spesso immaginano in modo infantile, cioè guardano con l’immaginazione quello che desiderano ottenere. L’immaginazione adulta invece passa dalle libere associazioni: si propone delle scene iniziali e poi si lascia che arrivi il resto dal profondo, e non è detto che quello che arriva sia piacevole, come neanche è detto che sia plausibile. E poi? Poi la persona mastica queste immagini e cerca di riconoscere la loro plausibilità attraverso un “sapore”, che solo l’esperienza di innumerevoli verifiche può far riconoscere.

 

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