Incluso e integro?

G. Paolo Quattrini – Psicoterapeuta Direttore Responsabile IGF

Pubblicato sul numero 48-49 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Testimonianze di luce

Nell’introduzione dell’opera teoria dinamica della personalitài lo psicologo americano Kurt Lewin mette a confronto la fisica aristotelica e quella galileiana.

La prima, quella del filosofo greco, è una fisica basata su un empirismo antropomorfico, ovvero una visione basata su categorie rispecchianti caratteristiche umane. Esattamente come le divinità antiche erano rappresentate con fattezze umane, pur essendo di categoria superiore, anche qui si ricade nel puro pensiero dicotomico.

La natura teleologica, ovvero determinata a priori delle dinamiche osservabili divide le stesse in terrene (imperfette) e celesti (perfette).

Questa dicotomia ricorda un po’ quella tra l’ideale di “sano” e “malato”, o quella di buono e cattivo.

La logica fondata da Aristotele è unidirezionale ed esterna all’uomo, non contraddittoria e non ambigua come la natura umana palesa essere.

Per quanto cerchiamo di prendere le distanze da una visione elitaria, che più si addiceva a epoche meno moraliste, è difficile non percepire un’asimmetria tra i “celesti buoni e ideali” e “terreni imperfetti reali”.

Il “buono” è un individuo a cui i giusti aspirano. Un super io, persecutore che può risultare eroe (narciso) o nel peggiore dei casi vittima.

Il “cattivo” o “sbagliato” è qualcuno che tutti evitano di essere, almeno all’apparenza.

Jung ha formulato il rapporto perfetto tra questi due poli o archetipi dell’esistenza umana: la persona e l’ombra.

La persona, parola che viene dal greco e significa “maschera”. La maschera che ogni uomo vorrebbe indossare nella sua performance di vivere.

Sartreii affermava che l’uomo prova vergogna al percepire lo sguardo dell’altro che lo coglie come oggetto. Uno dei modi per avere a che fare o rimanere in contatto con questo è conformandosi all’essere oggetto dello sguardo altrui, addirittura desiderandolo: l’amore. L’amore nella sua ottica è un desiderio di essere amato, eletto tra gli oggetti del mondo.

La maschera sembra avere questa funzione, mostrarsi socialmente accettabili allo sguardo altrui.

Tutto ciò è stato ancora più potenziato a partire dalla Belle Epoque e dalla nascita della società dei consumi. Ora tutti gli individui sono commercianti prima di tutto. Prima di essere insegnante, psicologo, artista o fidanzato, sei un essere che deve affrontare la vergogna degli sguardi altrui, per poi accettarla e desiderare quell’elezione che la placherebbe.

Tutti noi abbiamo dato esami, fatto colloqui di lavoro e appuntamenti galanti. In tutti questi casi abbiamo cercato di vendere all’altro la migliore versione possibile di noi o quella più funzionale alla nostra personale campagna elettorale, abbiamo fatto propaganda.

1..Negli ultimi due decenni, persino le élite di molti Stati ex socialisti sono arrivate ad appoggiare un ideale di liberalismo cosmopolita, quella società commerciale universale di esseri umani razionali e individualisti originariamente perorata nel XVIII secolo da pensatori illuminati come Montesquieu, Adam Smith, Voltaire e Kant. Oggi viviamo davvero in un vasto e omogeneo mercato mondiale in cui gli individui sono programmati per massimizzare il proprio tornaconto e aspirare alle stesse cose, a prescindere dalle differenze di indole o di retroterra culturale. Il mondo appare più colto, interconnesso e prospero che mai. Il benessere generale è aumentato, anche se non in modo equo; la povertà è stata alleviata anche nelle zone più disagiate dell’India e della Cina. C’è stata una nuova rivoluzione scientifica segnata dall’intelligenza «artificiale», dalla robotica, dai droni, dalla mappatura del genoma umano, dalla manipolazione genetica e dalla clonazione, dall’esplorazione profonda dello spazio e dal combustibile fossile ottenuto dal fracking. Ma la civilizzazione universale promessa – resa armoniosa da una combinazione di suffragio universale, maggiori opportunità nell’istruzione, crescita economica costante, iniziativa privata e progresso personale – non si è concretizzata…iii

Negli ultimi anni, Internet e i social, sono stati un megafono e un amplificatore davvero consistenti. Non più tutti gli individui sono commercianti, ora tutti i commercianti sono chiamati a essere anche influencer. Gli artisti sono influencer, gli sportivi, i grafici, i filosofi, gli scrittori e gli psicologi per pubblicizzare i loro studi.

So che questa cosa può sembrare scioccante e può “tagliare le ali al celestiale”, ma non c’è nulla di male in ciò, l’ombra è anche la persona, perché l’ombra è una testimonianza di luce.

Il buio della luce

Una cultura come quella europea, monogamica, alle volte ipergamica (in cui ogni individuo è portato ad essere sentimentalmente propenso a coinvolgimenti sessuali continui e con diversi partner nell’arco della vita), democratica e liberale, getta sugli individui tutta la responsabilità della propria propaganda, generando sconforto in coloro che non riescono. Così nascono fenomeni come gli incel e filosofie come redpill.

Nessuna pietà per chi non ce la fa

Il termine incel comparve per la prima volta negli anni novanta, quando una studentessa canadese in uno dei primi blog definì la sua condizione d’isolamento sentimentale. Incel è la crasi tra involontary e celibate (celibato involontario), la condizione di individui che non hanno mai avuto coinvolgimenti sentimentali.

Questa condizione è spesso correlata a episodi depressivi, di ritiro sociale o dismorfia corporea. Gli incel vivono un’estrema frustrazione che li spinge a mettere in figura magari una loro caratteristica fisica, come causa del loro insuccesso sentimentale.

Spesso finiscono per compiere atti folli e scellerati verso se stessi e verso gli altri.

Insomma in una società libera di scegliere e di non scegliere, nel darwinismo sociale che porta il McDonald a far chiudere la piccola rosticceria a conduzione familiare, spingendo allo stremo lavoratori dalle più disparate origini e lasciando classi sociali marcire come carne fuori dal frigorifero, favorendo la degenerazione nella delinquenza, essere inclusi è la prima necessità.

In una sorta di Marxismo relazionale sorgono varie filosofie degli esclusi come ad esempio quella della LMS (acronimo di Look Money Status). Se per Marx il capitale rappresentava il motore oscuro della storia, secondo questa visione esiste un mercato sessuale in cui chi non possiede alcuno di questi valori (come la classe proletaria) sia tagliato fuori.

Una delle principali ideologie basata sulla LMS è la Redpill, termine che proviene dal film Matrix e dalla scena in cui Morfeo dà a Neo due pillole, una blu per rimanere nell’illusione e una rossa per uscirne. I redpillati sentono di essere coloro che hanno accettato la cruda verità della disparità di valore nel mercato sessuale tra uomini e donne.

In questo trovo molto interessante la teoria di Martin Buber sulle relazioni io-tu e su quelle io-esso, che sostiene che se nella società dei consumi, il cittadino è costretto a essere mercante, l’altro (non collaboratore) non potrà che essere suo cliente. La relazione della società contemporanea è tutta di io-esso, in cui l’altro è solo un mezzo per i nostri fini e che non può divergere dall’utilità che le nostre aspettative gli associno. Un ragazzo che guarda una ragazza per il sesso o per bisogno affettivo, una ragazza che flirta come esercizio di potere, solo per attirare l’attenzione dell’universo maschile, un professore e un alunno ecc.. Insomma, dove c’è libertà di scegliersi e inevitabile che ci sia proiezione e il rischio che si verifichi quello che chiamo “effetto cavallo”, in cui l’altro è il cavallo su cui abbiamo puntato e non può deluderci.

Io sono io. Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative.
Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa.
Se ci incontreremo sarà bellissimo;
altrimenti non ci sarà stato niente da fare.”
2

Ancor più pericolosa però è l’idea che se non ti sai vendere (far includere), puoi rimanere a marcire come rifiuti che non vengono smaltiti da un’economia lineare e generare mostri come la terra dei fuochi o l’Ilva di Taranto.

Identità e appartenenza

Eric Fromm, in la fuga dalla libertà, designa un quadro molto interessante dalla società occidentale.

Racconta di come nel passaggio da feudalesimo a società liberale, gli individui abbiano perso determinate sicurezze che gli permettevano di prestare la loro attenzione a fenomeni differenti.

Nello specifico parla di due tipi di libertà: una negativa, o libertà da e una positiva, libertà di. La prima è la libertà acquisita con lo stato di diritto, grazie al quale l’uomo non si è più dovuto preoccupare di difendersi dagli attacchi degli animali che lo circondavano o procacciare il suo cibo da solo, essendo libero dal giogo della natura. La seconda è la libertà, post-rivoluzione francese. Libertà in cui ogni uomo è costretto ad ammazzarsi di lavoro, qualora non avesse un’intuizione geniale, per garantirsi e conquistarsi una dignità, che un contadino, un aristocratico o un cavaliere, avevano già alla nascita. Una libertà che lascia figli davanti a dispositivi-babysitter, come televisori, computer, smartphone o playstation, mentre i genitori sono impegnati nei loro lavori fino a tarda ora. Una libertà che trasforma l’umiltà in umiliazione e che umilia la donna o l’uomo che non lavora e che segue la sua vocazione di accudimento, gettandoli in una Royal Rumble3.

In questa libertà, la spinta all’identificazione è la più efficace forma per l’amore di cui Sartre ha parlato: divenire l’oggetto prediletto dello sguardo di qualcuno.

In questo modo diventiamo storie per c’è posta per te, generi conditi da -ismi per darci cause o giustificare atteggiamenti, apposizioni che precedono e quasi eclissano nomi, fame che precedono il nostro accadere.

A mio avviso, una grande manifestazione di ciò sta nell’ossessivo bisogno di identificarsi come genere, dei nostri tempi. Le persone sono etero, omo, bi, trans o fluide e non binarie e sentono particolarmente il bisogno di doverlo affermare a quanto pare. E se potessimo semplicemente essere noi?

E se come una persona sentisse il proprio corpo non fosse un dettaglio più importante della sua preferenza verso il dolce o il salato?

Ernesto De Martino, sociologo, etnologo e storico delle religioni, approfondisce la tematica dell’identità ne Il Mondo Magico. In particolare si concentra sul concetto di presenza dell’individuo nel mondo come entità contingente ma anche trascendente. Quest’essenza bicefala si manifesta nel fatto che la presenza stessa sia movimento, processo.

Un movimento che prevede anche il suo opposto, cioè la stasi, da lui definita come crisi. L’identità, come sintesi narrativa e trascende di suoi movimenti, è perciò caratterizzata da una certa precarietà.

4..Nella crisi psicopatologica l’angoscia esprime la resistenza che la presenza oppone al suo annientamento, ovvero alla regressione nel “vitale biologico”, la quale, in opposizione alla cultura, è caos, disordine, follia.

In questo passo De Martino, inserisce altri due temi fondamentali: la cultura e la psicopatologia.

Nelle sue dissertazioni, la cultura svolge la funzione di holding in pratica, un contenimento della precarietà dell’identità.

La cultura come strumento che regge e mantiene il sostegno dell’identità, difatti sostiene il movimento che è la presenza dell’individuo. Da qui si apre un’altra tematica di notevole rilevanza: l’appartenenza.

Una cultura è una sovrastruttura narrativa di un sistema. All’interno di sistemi diversi, le culture stesse difficilmente saranno congruenti al cento per cento.

Lo psicologo americano Urie Bronfenbrenneriv sviluppa un modello ecologico dei sistemi in cui un individuo può essere incluso. Un modello che va dal micro al macro, dal sistema che si instaura nella più piccola diade madre-bambino, fino al più grande sistema composto di esseri umani. Immaginiamo ora di quanti sistemi facciamo parte e quante culture diverse contengono la precarietà della nostra presenza al mondo, quante identificazioni e quante appartenenze: a famiglie, generazioni, etnie, tifoserie, scuole di pensiero ecc..

In questi rapporti, cioè nel mit-sein di Heideggerv, nell’essere con gli altri, si palesa la possibilità di scadere nell’inautenticità del si impersonale. Pur di appartenere a un sistema, per Identificarsi con l’oggetto su cui poggia lo sguardo l’altro, un individuo potrebbe arrivare ad adeguare il suo movimento, facendo ciò che “si” fa nello stesso.

L’individuo sarebbe così incluso nel sistema, ne sarebbe un elemento, tuttavia non sarebbe integro, autentico.

In grammatica i predicati possono essere di tipo transitivo (con oggetto) e non (senza). Non solo, possono essere anche impersonali, come verbi che indicano eventi atmosferici. Ad esempio, piove, non piovo, non piovi, ma la natura si esprime da sé, senza che noi le imputiamo intenzione alcuna. L’impersonalità del si è così, decapitazione del soggetto e azione che si compie in automatico, senza firma dell’autore, quasi come la componente coreografica di un rito, una prassi.

Per sfuggire alla precarietà della presenza, la stessa viene così allontanata, perdendone il contatto.

Un modo tipico in cui quest’Interruzione del contatto in particolare, può avvenire è l’introiezione. Ingurgitare “si” che hanno aiutato a essere inclusi nel sistema e specializzarcisi intorno, come la Mesopotamia sorta tra il Tigre e l’Eufrate o l’Egitto sul Nilo.

Il lato “altro”

Chi è abituato a matrimoni combinati o alla poligamia e regimi autoritari ha ben altri problemi, se non si trova dalla parte fortunata della società.

La due società sono imparagonabili di sicuro e tutti vorremmo vivere in democrazia, ma non idealizziamo la stessa, perché potere al popolo significa anche potere alla maggioranza, che per la proprietà transitiva significa anche potere ai migliori mercanti, quelli capaci di convincerla questa maggioranza.

Bob Marley

Negli anni 70, le condizioni delle periferie di New York erano disastrose. La fine dell’apartheid e prima ancora della schiavitù da un lato e il sogno americano dall’altro, non aveva rispettato le promesse e le attese.

Per questo motivo i quartieri più poveri pullulavano di ex schiavi che avevano trovato dimora ai margini della città, d’immigrati europei, africani e ispanici con scarse possibilità di ascesa sociale. Tutte queste diverse etnie erano state incluse nel sistema economico di Regan ma non in una maniera soddisfacente. Le difficoltà a trovare lavoro avevano portato non solo all’aumento della criminalità ma anche i cittadini comuni ad appiccare incendi continui nei loro appartamenti per riscuotere i soldi delle assicurazioni.

Era comune trovare in strada bande rivali che si spartivano il territorio su cui poter svolgere le loro rapine e furtarelli. Ancora non giravano le armi da fuoco o la droga e le faide si risolvevano sempre nel corpo a corpo all’ultimo sangue tra i membri.

Le questioni religiose, etniche e di appartenenze si facevano motivo di contesa e violenza scellerata di continuo.

Tra gli afroamericani era molto presente anche la comunità di chi veniva dalla Giamaica. A loro volta però erano esclusi perché considerati campagnoli e spesso presi in giro per il loro accento. Che inferno, nel ghetto di un ghetto!

Tutto cambiò dal successo musicale di un giovane artista mezzo giamaicano e mezzo inglese.

In Giamaica i generi di musica principali erano il mento e il calipso. Dagli Stati Uniti però era arrivato un genere che riscuoteva molto successo tra i giovani dell’isola caraibica: il rocksteady.

L’integrazione tra rocksteady, mento e calipso diede vita al reggae che a sua volta integrava non solo musica ma politica, filosofia e la spiritualità dei boboshanti.

Il primo reggae (early reggae) era musica strumentale e religiosa, mentre il reggae di quegli anni (roots) era un reggae che mirava a valorizzare le radici spirituali e filosofiche degli isolani che erano stanchi di essere inclusi nel regno della regina britannica. La Giamaica voleva essere riconosciuta nella sua integrità, unicità e particolarità, senza dover essere sottocultura di nessuno.

Il giovane artista che a livello internazionale portò più in alto questa bandiera fu proprio Bob Marley.

Dalla sua musica, gli afroamericani iniziarono a guardare alla Giamaica con occhi diversi. Lo stile di vita giamaicana ora era diventato glamour a loro occhi e molti di loro iniziarono a partecipare ai party giamaicani.

Nel frattempo questi avevano sviluppato nuove forme musicali applicabili alle dancehall (discoteche), come il dub e il dj style (antenato del rap).

In uno di questi party un giovane Dj Kool Herc, inventò l’hip-hop (non mi dilungherò sul come). In seguito altri dj perfezionarono la pratica e iniziarono a separare dei segmenti di strumentali (break) e a metterli in loop (ripetizione). Su questi loop, le bande che fino il giorno prima si contendevano il territorio con la violenza, ora si sfidavano a passi di danza (break dance).

Inoltre la cultura giamaicana che non vede una separazione tra musica, politica, filosofia e religione, contaminò anche la cultura afroamericana in cui le pantere nere non avevano legami con James Brown, Marvin Gaye, Sam Cooke e gli altri. Addirittura l’etichetta discografica della Motown, aveva sempre attuato la politica di astenersi dalle questioni sociali e razziali, anche in casi di tremendi abusi di potere e questo le era valso molto discredito nella comunità.

Inizia così una nuova era, dalla pratica del DJ Style, in cui i deejay improvvisano in rima, questi cominciano a ingaggiare chi si occupasse solo di questo: gli MC (rapper). Questi inizialmente sono degli animatori per le feste ma presto intuiscono le potenzialità sociali di tutto ciò e cominciano a nascere gruppi di mentalità e visioni opposte come i Public Enemy che volevano rappresentare la realtà tramite le loro canzoni o gli NWA che al contrario miravano all’autenticità e non a caso uno dei suoi membri (Eazy-E) non era nemmeno un artista, ma direttamente un criminale.

In questo l’hip-hop arriva ad integrare la polarità festaiola della black music americana con le implicazioni militanti del roots reggaegiamaicano.

Oggi, inoltre il rap e suoi derivati in giro per il mondo sono la musica che è Koiné (lingua comune) di tutti i giovani. Nei diversi background che ha incontrato, il rap si è fatto contaminare dalle sonorità e i modi dello stesso. Come ad esempio un napoletano, che una volta doveva sforzarsi di parlare come un milanese e che per un’eteroglossia di stampo elitario si sentiva inferiore, ora vede glamourizzata la sua parlata. Allo stesso modo un afroamericano, che una volta era escluso, ora fa tendenza nel vestiario, nella musica pop (che oggi viene tutta dal rock o dall’r&b) ed anche nel cinema. In giro per tutto il mondo ci sono magliette con scritto “favela” e Anitta (artista di funk brasiliano) vince premi su premi internazionali. Questa è integrazione vera degli opposti.

Mi viene in mente la definizione che un personaggio della serie brasiliana “Sintonia” (disponibile su netflix) di favela:

Il posto in cui vivo lo chiamiamo comunità. Le porte delle case sono tutte aperte e tutte le persone sono come una famiglia. Non importa che siano religiose, criminali o che cantino…”

Davvero chi vive in appartamenti con porte blindate e non parla col vicino di casa, chi deve vergognarsi di non avere un buon lavoro, una laurea o una bella macchina, pensa di aver solo da insegnare a chi si trova dall’altra parte? Davvero pensa che la cosa migliore che possa fare è lasciare che gli altri entrino nel suo mondo (inclusione)?

Gesù apriva le porte del suo regno ai peccatori e meno alla “brava gente”.

Insieme e sottoinsieme

5..Individui dal passato molto diverso si trovano uniti dal capitalismo e dalla tecnologia in un presente comune, dove ripartizioni scandalosamente ingiuste di benessere e potere hanno creato nuove e umilianti gerarchie. Questa prossimità, o quella che Hannah Arendt chiamava «solidarietà negativa», è resa più claustrofobica dalla comunicazione digitale, dalla maggiore possibilità di fare paragoni invidiosi e risentiti, e dalla comune, e dunque compromessa, ricerca di distinzione e peculiarità individuali…

Sempre Jung ci parla di “integrazione” degli opposti come superamento del conflitto.

La psicoterapia che prende spunto un po’ da tutti gli approcci si chiama psicoterapia integrata.

Ripeto, integrazione degli opposti, non un opposto che include l’altro.

Dati due insiemi, il rapporto di inclusione è un rapporto in cui un insieme ne contiene un altro. La persona che è talmente tanto giusta da fagocitare l’ombra. Il super io che tiranneggia sull’es. Il Persecutore che si fa vittima delle vittime che lo perseguitano.

In claudere, significa “chiudere dentro” mentre l’integrazione ha a che fare con l’interezza delle persone, con l’integrità.

Nell’Inclusione vi è un alone sottile di beneficenza, di qualcuno superiore che concede all’inferiore di sedere al suo tavolo.

Sedere al suo tavolo sembra un onore per chi guarda da fuori. Ancor di più se si pensa al fatto che questo superiore abbia adattato la sedia alla bassa statura del “poverino”. L’unico problema è che non si è chiesto se questo volesse mangiare in quel momento e in quel modo, ma soprattutto, gli ha offerto della carne ma lui è vegano. Il poverino allora è costretto a restare a tavola a guardare il gentiluomo mangiare.

Cioè ha diritto a stare la, ma solo alle condizioni del primo.

Il primo non si mette in discussione veramente, magari modifica locuzioni per apostrofarlo. Usa eufemismi che sembrino meno dispregiativi ma che perpetuano l’immagine del poverino ai suoi piedi.

Chi include chi?

Chi sarebbero gli individui che dovrebbero includere gli altri e chi sarebbero questi altri? Gli altri sarebbero i diversi, gli strani e i non regolari.

Nella società odierna, essere considerato diverso sembra quasi offensivo, tuttavia a mio modo di vedere, il diverso lo è e lo può essere, solo ed esclusivamente in virtù di un’uguale. Essere uguale oppure essere ‘normale’ prevede una banalizzazione macroscopica di un individuo. Al contrario la diversità apre una finestra su infinite possibilità di modi di essere complessi che richiedono una maggiore attenzione e presenza.

Se pensiamo ad esempio ai ‘diversi’ nelle scuole, già possiamo notare alcuni fenomeni interessanti.

Partendo ad esempio dalla pedagogia teorizzata da Maria Montessori, cioè la pedagogia speciale, possiamo notare come l’aggettivo speciale non possa che contrapporsi al banale aggettivo normale.

Gli individui diversi inclusi nelle scuole hanno progetti educativi individualizzati PEI o progetti didattici personalizzati PDP, percorsi studiati e tarati sulla loro particolare sensibilità e capacità in contrapposizione con la pedagogia e didattica di massa che non tiene conto dell’unicità e della specialità di ogni singolo individuo.

Questi individui, con bisogni educativi speciali sempre in contrapposizione con i bisogni educativi normali e banali degli altri, hanno diritto a utilizzare strumenti dispensativi e compensativi, hanno per gran parte dell’orario scolastico un insegnante più specializzato e più formato rispetto all’insegnante curricolare su l’unicità e la difficoltà del suo singolo caso.

Le risorse mosse dalle misure compensative spesso e volentieri possono diventare fruibili anche per gli altri, evolvendo l’intero sistema scuola che spesso ristagna nell’utilizzo di tecniche vetuste e obsolete. Le misure dispensative spesso permettono a questi ragazzi di evitare informazioni nozionistiche per andare direttamente al cuore delle questioni, e permettono di poter usufruire di pause fisiologiche necessarie anche chi è banalizzato come ‘normale’ avrebbe bisogno.

Conclusione

Non saprei come concludere se non con le parole di un genio sempre avanti:

Io sono un uomo nuovo
Talmente nuovo che è da tempo
Che non sono neanche più fascista
Sono sensibile e altruista orientalista
Ed in passato sono stato un po’ sessantottista

Da un po’ di tempo ambientalista
Qualche anno fa nell’euforia mi son sentito
Come un po’ tutti socialista

Io sono un uomo nuovo
Per carità lo dico in senso letterale
Sono progressista
Al tempo stesso liberista antirazzista
E sono molto buono sono animalista

Non sono più assistenzialista
Ultimamente sono un po’ controcorrente
Son federalista

Il conformista
È uno che di solito sta sempre dalla parte giusta
Il conformista
Ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa
È un concentrato di opinioni
Che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani

E quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
Forse da buon opportunista
Si adegua senza farci caso
E vive nel suo paradiso

Il conformista
È un uomo a tutto tondo che si muove
Senza consistenza il conformista
S’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza
È un animale assai comune
Che vive di parole da conversazione

Di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori
Il giorno esplode la sua festa
Che è stare in pace con il mondo
E farsi largo galleggiando il conformista
Il conformista

Io sono un uomo nuovo
E con le donne c’ho un rapporto straordinario
Sono femminista
Son disponibile e ottimista europeista

Non alzo mai la voce sono pacifista
Ero marxista-leninista
E dopo un po’ non so perché mi son trovato
Cattocomunista

Il conformista
Non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone il conformista
Areostato evoluto che è gonfiato dall’informazione
È il risultato di una specie
Che vola sempre a bassa quota in superficie

Poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato
Vive e questo già gli basta
E devo dire che oramai
Somiglia molto a tutti noi il conformista
Il conformista

Io sono un uomo nuovo
Talmente nuovo che si vede a prima vista
Sono il nuovo conformista
vi

Riportando tutto a una dinamica intrapsichica vediamo come sia importante rendere valore e dignità alla nostra molteplicità per una salutare trasmissione del sostegno tra queste parti. La prospettiva transpersonale vede le tre istanze dell’io teorizzate da Freud, combaciare con i tre stati dell’analisi transazionale di Berne. L’es, che per il padre della psicanalisi è la sede del principio di piacere, combacia con la configurazione del bambino. Il super io, sede del principio di realtà e degli introietti, è il genitore. Infine, l’io, sede della razionalità che decide è l’adulto. La psicanalisi lavorerebbe per rinforzare quest’ultimo nel suo compito di gestire gli altri due.

L’io è razionale e per questo adattato6 e limitato rispetto alle sue potenzialità. Così come la visione di chi si ritiene dalla parte giusta del mondo e per questo non ritiene di doversi mettere mai in discussione.

Infine, se il tutto è più della somma delle sue parti, questo non può essere l’insieme di tutti gli elementi presenti almeno una volta in entrambi gli insiemi. Basti pensare ad una semplice tabella di Mendel, in cui se incrociamo Aa con Bb, avremo AB, Ab, aB, ab. Cioè da due genotipi ne risulteranno quattro, tra cui uno solo si manifesterà in fenotipo. Già siamo l’integrazione dei nostri antenati e chissà se anche dell’intero universo.

1 Mishra

2 Poesia Gestalt

3 Particolare incontro di wrestling in cui ogni minuto entra un nuovo lottatore. Lo scopo è quello di eliminare tutti gli avversari, gettandoli fuori dal ring, passando sopra la terza corsa

4 De Martino 1977, p. 657

5 Mishra, l’età della rabbia

6 Laura Boggio Gilot, Il cammino dello sviluppo integrale

i Kurt Lewin , teoria dinamica della personalità

ii Sartre, Essere e nulla

iii Pankaj Mishra L’età della rabbia Una storia del presente, Mondadori

iv Urie Bronfenbrenner

v Heidegger,Essere è tempo

vi Giorgio Gaber (1996)

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