Uno spicchio di cielo: psicoterapia della gestalt, meditazione e speranza

Shobha Arturi – Medico e Psicoterapeuta della Gestalt

Pubblicato sul numero 48-49 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Abstract:
In tempi duri e difficili la visione offerta dalla psicoterapia della Gestalt offre e coltiva speranza. L’intersezione fra Gestalt, pratiche meditative e amorevolezza è una delle basi che ci sostengono nell’esperienza trasformativa del dolore. Coltivare il gusto di una cultura che esprime i valori dell’umanità e rivolgersi a chi questi valori ha coltivato, ispirandosi.
Parole chiave:
Gestalt, meditazione, speranza, dolore, amorevolezza.

Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni crematori, non veda il dominio della morte? Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così!” Etty Hillesum1

 

Sono giorni duri e difficili, forse non per tutti, ma per molti umani sì. I tempi duri e difficili, a guardar bene, ricorrono per molti viventi in ogni istante, piante e animali soffrono e muoiono come noi umani. Chi ama conosce inevitabilmente anche il dolore che la consapevolezza della fragilità dell’amato porta con sé. Amore e separazione, dolore e tenerezza, sembrano tenersi per mano. Alcuni scelgono di rinunciare ad amare per non sentire dolore. L’appiattimento che ne risulta fa della vita una landa desolata. La possibilità di amare è invece uno sguardo sull’infinito, come da un ponte sospeso su un paesaggio vasto, con vette e abissi, mari e cieli che si alternano all’orizzonte. Ne vale la pena.

In questi giorni, però, mi soffermo sconfortata su ciò che noi umani facciamo e che provoca dolore, accendendo focolai di guerra sempre più crudeli, o scaricando violenza e rabbia in azioni distruttive nella vita di tutti i giorni, o devastando e ignorando segnali che la natura saccheggiata ci lancia.

Ognuna di queste azioni genera sofferenze.

Ciò che facciamo ha effetti di cui inevitabilmente paghiamo le conseguenze.

Nella cultura indiana il concetto di Karma, che in sanscrito vuol dire azione, in alcune interpretazioni vincola le nostre esistenze alle conseguenze degli atti commessi, non solo da noi stessi, ma anche dai nostri avi. Questa visione ci può dare il senso di un destino inevitabile. Ma esiste anche un’altra accezione di responsabilità delle nostre azioni che apre all’infinito e alla possibilità di creare nuovi cammini.

Vicina all’etica più che alla morale è anche la dottrina del Karma, che generalmente non viene conosciuta nella sua struttura dinamica, cioè con la differenziazione fra il Karma primario e quello secondario, come insegnava Namkai Norbu. Il Karma primario è che io sono qui, in questo momento, in queste condizioni, in questo posto, e questo è la conseguenza di tutte le scelte che ho fatto nel passato e prima di me delle scelte dei miei genitori e così via: è una linea che inevitabilmente porta qui, e in questo nessuno ci può più far niente. Ma, e qui sta il fatto fondamentale, sul Karma primario si articola quello secondario, che è questo: qui e ora, in questo spazio stretto, io ho un numero infinito di scelte. Sulle base di qualunque Karma primario posso fare comunque un numero infinito di scelte, che una volta fatte diventano poi Karma primario.”, Paolo Quattrini 2

Così una esigenza, un desiderio, una domanda si impone a me, come in tanti altri momenti. Una domanda ricorrente, come un sogno, che accompagna il disegno della mia vita: dove e come trovare la scintilla e la forza risanatrice, in mezzo al dolore, come trasformarlo e aprirmi a nuove scelte … del resto è forse un quesito analogo che porta tanti a cominciare un percorso di psicoterapia.

A volte scorgiamo la scintilla in gesti minimi e quotidiani, che facciamo o accogliamo: un sorriso, un gesto o una parola accogliente, un atto gratuito di gentilezza che trasforma e accompagna un momento faticoso. E ci dà respiro.

A volte ci aiutano parole e opere di donne e uomini che il dolore hanno conosciuto e attraversato. Da questi prendo ispirazione e letteralmente prendo appunti o lascio che l’eco riverberi in me come di qualcosa che mi fa bene, subito, mi allarga il petto e la mente, mi ridà speranza. Come queste parole di Toni Morrison:3

Lo so che il mondo è ammaccato e sanguinante, e sebbene sia importante non ignorare il suo dolore, è altrettanto fondamentale rifiutare di soccombere alla sua malvagità. Alla stregua degli errori, il caos contiene informazioni che possono condurre alla conoscenza – e alla saggezza. Come fa l’arte.”

Non c’è tempo per la disperazione, non c’è posto per l’autocommiserazione, non c’è bisogno di silenzio, non c’è spazio per la paura. Parliamo, scriviamo, facciamo linguaggio. È così che le civiltà guariscono.”

Toni Morrison, premio Nobel, donna, afroamericana, scrittrice, mi invita a sostenere il dolore e la malvagità senza sprofondarci. Ma come, come trasformare il caos in saggezza? Di quale arte bisogna che ci facciamo creatori? Parliamo, scriviamo, troviamo le parole, i gesti.

In un famoso libro di qualche anno fa “Le parole per dirlo”, Marie Cardinal narra il percorso di psicoterapia che, attraverso l’espressione del suo mondo interno in rovina, porta alla costruzione della sua nuova vita.

La parola, come ogni atto umano, può costruire ponti o distruggere ed essere violenta prevaricazione. Il cammino dell’uomo4 è costellato di possibilità e scelte abominevoli o incantevoli. La scelta verso qualcosa che non sia abominio è impellente e quotidiana, mai fatta una volta per tutte.

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.” Italo Calvino – Le città invisibili.

 

Forse, nei periodi buoni e meno bui, ci possiamo un po’ cullare nell’illusione che si può stare anche senza scegliere, che tanto tutto va bene. Ma è un’illusione, appunto, magari a volte necessaria. In realtà la scelta verso qualcosa di buono, bello, interessante, è sempre con noi: un’interlocuzione continua nelle cose minuscole di tutti i giorni, così come nelle grandi cose. Cosa voglio cucinare di buono, anche con il poco che ho? Cosa dà gusto al nostro vivere?5

Questo è il terreno di “cottura” e di incontro di una seduta di psicoterapia, in particolare in quella della Gestalt, dove non si tratta tanto di capire, ma di riconoscere quel che si sente, pensarne qualcosa e farsene qualcosa, e cercare nuove strade. Inventare e provare nuovi comportamenti, questo accade in una seduta: assaggiare se ci piace di più qualcosa cucinato in un modo diverso dal solito. Il processo stesso è interessante e a volte anche divertente. Senza per questo escludere la fragilità umana, anzi sulla fragilità e sul dolore, persino sulla caducità e sulla morte, è fondata la riscoperta di senso, il piacere stesso di sentirsi vivi. Senza nulla escludere a partire da qui e ora.

La pratica della gestalt in psicoterapia, è un processo di conoscenza che si basa sulla percezione. E su quello che qui e ora esiste.6

A partire dall’incontro di Perls con lo Zen, l’intersezione fra psicoterapia della Gestalt e pratiche meditative è costitutiva nella sostanza e nella forma di come si svolge il processo terapeutico in questa forma di cura dell’anima.

L’attenzione al mondo percepito e al qui e ora è il cuore delle pratiche di meditazione e di consapevolezza che nel mio peregrinare ho incontrato: stai in presenza, porta attenzione a ciò che avverti nel corpo, alle sensazioni, alle emozioni che si affacciano in ogni momento, ai pensieri e alle immagini evocate. È come accorgersi di un inaspettato patrimonio, ricco di particolari e sfumature e distinguerle una dall’altra7. E non basta accorgendosene per farsene qualcosa: occorre una restituzione, a volte silenziosa, a volte espressa con gesti e parole. Di nuovo cerchiamo “le parole per dirlo”. Un percorso in cui ascoltare, riconoscere, affinare la capacità di sentire e di esprimere.

Se pensiamo alla parola meditazione, spesso immaginiamo un percorso ascetico e solitario, uno stare immobili, seduti, o in altre posizioni, forse scomode. E chi si ostina su questa strada ne fa una questione di principio o un obiettivo da raggiungere.

Ma questo travisa la portata creativa e relazionale di molte tradizioni e insegnamenti di meditazione, che includono l’attenzione al sentire e all’espressione anche corporea.

Nel Dhammapadha, uno dei principali Sutra raccolti dai discepoli di Buddha, alcuni versi indicano una via “calda” di intendere la pratica della meditazione.

Love yourself and watch — today, tomorrow, always.”8

Ama te stesso e osserva – oggi, domani, sempre”

Che sollievo ho provato quando, seduta in meditazione davanti al mio primo maestro, ho sentito queste parole. E sono scivolate nel cuore. “Love yourself”. Non si tratta di un amore trionfale, ma di un amore terra terra, che accetta e raccoglie ogni caduta, lasciando lo spazio e la possibilità, proprio perché benevolo, a ricominciare, a fare un altro passo in una direzione nuova.

Martin Buber9 parla a questo proposito di conversione, una possibilità di trovare una nuova direzione nella vita, ma a partire da qui e ora e da un incontro autentico. Senza condanna. Solo una attitudine amorevole può accompagnare in questo viaggio.

Certo, non è un percorso immediato, occorre dedizione per restare in quell’“osserva, oggi, domani, sempre”. La disciplina e la ripetizione che accompagnano le pratiche meditative si nutrono di un ambiente amoroso. Non è un’attitudine militare che chiede e pretende l’obbedienza, è la disciplina di chi è disposto a imparare (discere). E si impara solo da chi si ama e da chi ci rivolge uno sguardo amoroso.

Solo attraverso l’amore possiamo accogliere l’ignoranza non come una sconfitta ma come un’opportunità.

C’è un’espressione del volto che è icona del Buddha nelle statue che lo rappresentano: lo sguardo è vago e un sorriso leggero aleggia sul volto. Lo sguardo attento e sfocato insieme come di chi accoglie e non cattura, di chi lascia entrare e lascia passare. Non è lo sguardo inquisitorio o penetrante con cui conquistare la verità. Non è uno sguardo predatorio, è aperto a cogliere e ad accogliere. Uno sguardo che guarda vicino e lontano al tempo stesso. Amore e stato meditativo sono contigui.

Per avvicinarci ad icone a noi culturalmente più vicine, lo sguardo del Buddha assomiglia a quello di una Madonna che guarda il suo bambino: spesso è uno sguardo velato, non trionfante.

Non abbiamo altra cura, né altra consolazione, né altro conforto: l’amorevolezza di uno sguardo consapevole, che non ignora le ombre, ma neanche ci sprofonda.

L’amorevolezza è apertura e possibilità. Da qui ogni prossimo passo è possibile. Da qui è possibile considerare una nuova direzione. E coltivare la speranza.

Ognuno può orientarsi secondo la propria stella polare, un modularsi personale di ciò che dà valore e senso alla vita10, dirigendosi verso esperienze e persone, non a casaccio e neanche con la certezza di essere arrivati, ma con la sensazione di trovarsi a un buon punto, per allargare sguardo e cuore, per continuare a partire.

La relazione terapeutica è una relazione amorosa. L’esperienza della propria ombra e della propria umanità fa sì che il terapeuta possa accogliere l’altro in una relazione rispettosa di sé e dei propri limiti. Una relazione reale, in cui fare pratica di relazioni reali.

Questo è l’accompagnamento in psicoterapia della Gestalt, un percorso iniziatico amorevolmente e tenacemente appoggiato su un rapporto amoroso e consapevole. Per ognuno è un cammino diverso e unico, una strada da percorrere, un farsi lento e continuo del viaggio, in cui ogni passo conta e ogni passo vale tutto il viaggio.

Mentre cominci a camminare lungo la strada, la strada appare” Rumi

Il senso di speranza e gratitudine si rigenera a ogni passo, in ogni incontro di cura. Non importa quasi chi cura chi: i maestri, compagni di strada, donne e uomini che alzano lo sguardo ogni giorno per coltivare il piacere di fare cultura, di coltivare un giardino di gesti, parole e pensieri orientati dalla ricerca di senso e di valore. Da soli e insieme. Assaporando l’infinito in uno spicchio di cielo, o in un filo d’erba.

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Etty Hillesum, Diario 1941 -1943, Adelphi Editore, Milano 1985
  • Paolo Quattrini, La Gestalt nella scuola di formazione di Firenze, in: Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia” n° 1, gennaio – febbraio 2003, pagg. 62-87, ed. IGF. Roma
  • Paolo Quattrini, L’Effetto che fa, Armando editore, Roma 2021
  • Paolo Quattrini, Pensare per vivere, Psicologia e psicoterapia (2015 – ebook KKien)
  • Paolo Quattrini, Il trittico delle delizie, Articolo non pubblicato
  • Toni Morrison, discorso di accettazione del Nobel per la letteratura tenuto da Toni Morrison nel 1993. Il testo, tradotto in italiano da Alessandra Padoan, è pubblicato per esteso in “Per amore del mondo. I discorsi politici dei premi Nobel per la letteratura”, a cura di Daniela Padoan, Bompiani 2018
  • Marie Cardinal, Le parole per dirlo, Bompiani 2001
  • Martin Buber, Il cammino dell’uomo, Einaudi 2023
  • Martin Buber, Io-tu, Morcelliana 2023
  • Italo Calvino, Le citta Invisibili, Oscar Mondadori 2005
  • Osho, the Dhammapada, the way of the Buddha, Rebel publishing house 1989
  • Rumi, L’amore è uno straniero, Astrolabio Ubaldini Editore 2000

NOTE

1Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg, 15 gennaio 1914Auschwitz, 30 novembre 1943), è stata una scrittrice olandese ebreavittima dell’Olocausto. Ha lasciato testimonianza della sua tragica esperienza di vita e del suo incrollabile amore per la vita nel suo “Diario 1941 – 1943”. Lettura che cura.

2 Da “Il trittico delle delizie”, per gentile concessione da un articolo di Paolo Quattrini non ancora pubblicato.

3 Nel discorso di accettazione del Nobel per la letteratura tenuto da Toni Morrison nel 1993, con una storia, magistralmente la scrittrice indica la parola come mezzo di creazione di mondi e di democrazia.

4 “Il cammino dell’uomo” è il titolo di un libro in cui Martin Buber indica la strada di un dialogo interno come via di saggezza nello stare al mondo.

5 Nel libro “L’effetto che fa”, Paolo Quattrini dedica un capitolo ‘gustoso’ al Gusto etico e al gusto estetico.

6 Nell’articolo di Paolo Quattrini “La Gestalt nella scuola di formazione di Firenze”, si intendono bene le basi fenomenologiche/esistenzialista di questo tipo di psicoterapia e le sue implicazioni nel fare terapia e nello stare al mondo.

7 La percezione del mondo esterno o interno è atto creativo e intenzionale: questo è alla base degli studi della psicologia della forma e della fenomenologia a partire da Brentano e poi ampliata da Husserl.

8 Osho, The Dhammapada: The Way of the Buddha, Vol. 5, Talk #5

9 Martin Buber pone alla base di una vita piena un principio dialogico in cui Io/Tu è esistenza simultanea di differenze e sorgente energetica di creatività e la conversione è intesa come variazione del cammino dell’uomo, un dirigersi verso un incontro autentico e quindi trasformativo, con sé e con l’altro da sé.

10 Perseguire bontà, bellezza e logica è ciò che orienta e dà senso alla vita di ciascuno, in un modo che da una parte riguarda ogni singolo gesto che facciamo e dall’altro lo travalica e lo imprime nel regno dell’ineffabile. Solo rivolgendosi a queste stelle polari, mirando alto, ogni passo acquista sapore. Ma questo è un discorso che merita spazio e riflessioni più vaste e articolate, per cui vi rimando ai numerosi articoli, libri e conferenze di Paolo Quattrini.

 

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