Elogio dell’invisibile

G. Paolo Quattrini – Psicoterapeuta Direttore Responsabile IGF

Pubblicato sul numero 48-49 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Abstract:
Il testo esplora il ruolo dell’invisibile nella vita umana, dall’intenzionalità all’immaginazione, dall’amore
alla trascendenza. Attraverso riferimenti filosofici e psicologici, mette in discussione una visione meccanicistica della realtà, evidenziando come l’invisibile si manifesti negli effetti e nelle relazioni. L’immaginazione diventa lo strumento per cogliere la realtà potenziale, mentre la reificazione rischia di distorcere ciò che è dinamico e fluido.
Parole chiave:
invisibile, intenzionalità, immaginazione, trascendenza, relazioni, realtà potenziale, reificazione.

Concreto astratto e trascendente

Tradizionalmente si differenzia fra ciò che è concreto e visibile con gli occhi e ciò che è astratto, visibile solo attraverso i nomi dei concetti e invisibile agli occhi. Ma l’astratto non è l’unica forma di invisibile, lo è anche l’insieme, che trascende la somma delle parti1. Due persone che stanno in rapporto fra loro sono più di due, e in questo senso l’Io e Tu compongono secondo Martin Buber2 la scala per il cielo. Nella tradizione cristiana Dio è uno e trino, volendo dire che soggetto, altro soggetto di fronte e lo spirito nel mezzo sono le parti della trascendenza: ammesso che le parti siano visibili, perché secondo gli islamici, i primi cristiani, i buddisti e altri, Dio è comunque invisibile, ed è proibito rappresentarlo. Lo spirito poi per i cristiani non ha aspetto umano ma di colomba, che simboleggia il suo scorrere di evento.

Fra due persone di fronte corre qualcosa, che è necessariamente invisibile, e questo correre è la cosa più importante, umanamente parlando: è l’evento, è l’accaduto, è il bello e il brutto, il buono e il cattivo, lo stupido e l’intelligente. Si tratta del processo dialettico secondo Merleau Ponty3, dove la sintesi non è sullo stesso piano di realtà di tesi e antitesi, ma è qualcosa che avviene nel loro campo di forze, e che prima di diventare evento è potenzialità: lo stato del gatto di Schrödinger che è vivo e morto allo stesso tempo prima che avvenga l’osservazione4. Se l’evento è magari visibile, la potenzialità non lo è in nessun caso, e guardare alla potenzialità equivale a guardare l’invisibile: tradizionalmente è qualcosa che viene considerato una sciocchezza, ma gran parte della vita umana si basa su questo.

Il problema è che l’invisibile non è programmabile, e quindi nemmeno verificabile razionalmente: se nemmeno lo vedo come faccio a gestirlo? Se non vedo non credo disse San Tommaso, e si può capire come in una cultura basata sulla logica formale l’invisibile si tenda a non prenderlo in considerazione fino a negarlo ideologicamente: da qui viene la fissazione meccanicistica dell’occidente, che accetta solo l’astratto come invisibile.

Generalmente si esce dall’impasse guardando semplicemente gli effetti dell’invisibile, che sono invece visibili: se una persona si arrabbia si vedono gli effetti dell’emozione, non l’emozione stessa. Per negare l’invisibile bisogna affermare che l’emozione sono le trasformazioni fisiche che la persona che la sente ha, che è l’idea a cui si oppone Karl Popper affermando che per mettere in atto il comportamento la persona e il suo cervello interagiscono fra loro5. In questo senso l’emozione è invisibile, in quanto potenzialità che si può esplicare in modi diversi, e solo dopo che questo è successo diventa visibile: solo dopo aver guardato nella scatola il gatto di Schrödinger risulta vivo o morto.

L’intenzionalità e il collasso del potenziale nell’irreversibilità

Sentire e pensare diventato visibili solo dopo il fare, quando cioè le possibilità collassano nell’irreversibilità (per es. se si muore non si può tornare vivi). A questo punto abbiamo qualcosa di visibile, che il meccanicismo cognitivista dichiara figlio di infinite linee di causa ed effetto che lo determinano. La domanda centrale in realtà è come avviene il collasso degli strati sovrapposti di possibilità? Perché svoltare a destra invece che a sinistra? Perché bere birra invece di vino? E via dicendo. Qui la linea meccanicistica, dominata dalla connessione causa ed effetto, si separa dalla linea centrata sul libero arbitrio, che procede nel caos secondo il filo conduttore della responsabilità e della scelta, presumibilmente nel senso di un orizzonte di riferimento: la discriminante è il concetto di intenzionalità, introdotto da Franz Brentano6.

La vita, dagli animali giù fino alle piante, è intenzionata, se non altro a usare quello che l’habitat offre per continuare a vivere: e così le piante, che non si muovono, si orientano in direzione della luce, che è indispensabile per i loro processi di sopravvivenza. Gli animali che hanno capacità di moto nel loro habitat cercano acqua e nutrimento, con l’intenzione di sopravvivere personalmente e come specie: anche l’uomo fa lo stesso, ma in più si muove anche sul piano sublimato, o trascendente che dir si voglia, un’area ben più grande di quella dell’habitat naturale, e dove l’intenzionalità non è direttamente riconoscibile nella sopravvivenza.

L’intenzionalità è invisibile: non si vede per esempio che la pianta vuole la luce, si vede solo l’effetto, il fatto cioè che le piante sono orientare verso la luce. Ciò che è invisibile non è dimostrabile, quindi volendo gli si può negare l’esistenza, e molti psicologi infatti non riconoscono l’intenzionalità come base degli avvenimenti psichici. L’intenzionalità è un orientamento verso, una inclinazione sensorialmente percettibile se onorata di molta attenzione, ed è la base della trasmissione del sostegno di ogni bisogno e ogni desiderio: senza la sua consapevolezza, tutto rimane appoggiato sul niente, o al massimo sull’inconscio, che è un terreno a dir poco approssimativo.

Senza le fondamenta un edificio può crollare ala prima occasione, e senza una base anche il mondo psichico rimane poco solido, dato che nell’avventura della vita bisogna continuamente riscendere ai piani bassi per consolidare quelli più alti: quando facciamo qualche atto sconsiderato bisogna riscendere al fondo del nostro senso della vita per capire se può essere accettato o se va radicalmente risistemato. Se la persona non percepisce verso dove si orienta la sua vita può solo appoggiarsi sul politicaly correct, che è la più superficiale delle opzioni.

La stella polare e l’amore

Ora, dato che oltre l’habitat naturale c’è l’infinito, e la sopravvivenza qui non è più l’istanza discriminante, come si può orizzontare la persona? Nell’infinità del mare i naviganti hanno imparato a orizzontarsi con le stelle, e la stella polare è diventata la metafora tipica del punto di riferimento: nell’infinito dell’invisibile per orizzontarsi c’è bisogno di una stella polare, una piccola luce in una posizione stabile che indica la direzione senza dover essere raggiunta. Ma se siamo nell’invisibile, da dove può venire la visibilità della stella?

Il problema più importante magari è forse come si riconosce la stella, per non finire su strade incongrue, ma questo nessuno lo sa, non c’è modo di avere sicurezza. La tradizione buddista dice: “sette strade portano in cima alla montagna, ma chi crede di essere su la strada7, non è neanche sulla montagna”. Qui si consiglia in genere la strada che ha un cuore, che comunque per ognuno è una via diversa: detto in poche parole, si tratta di trovare un punto di luce che si possa amare, e si possa seguire con la forza di quell’amore. Una caratteristica dell’amore è la sua invisibilità, se ne vede gli effetti, ma l’amore non si vede veramente: piuttosto si sente, e questo richiede una particolare attenzione e una disponibilità ad accettare l’invisibile. Qualcosa che non si vede ma si sente e si intuisce assomiglia allo sbrilluccicare delle stelle, e l’amore si presta bene al ruolo di stella polare: importante è mantenere il contatto con il bilico fra certezza e dubbio, perché in caso contrario “non si è nemmeno sulla montagna”.

La verifica dell’intuizione

L’amore insomma, non essendo visibile non è verificabile, e anche intuirlo è un salto nel buio: è quello che sento o quello che voglio sentire? La scelta fra le due possibilità è responsabilità di chi sceglie, che poi nel bene o nel male è quello che ne paga comunque le conseguenze. L’intuizione insomma non è verificabile a priori, con la logica formale, ma questo non significa che non lo sia in assoluto: l’intuizione indica, non dimostra, ed è la pratica che ne consegue che permette una verifica, di tipo esperienziale, cioè approssimativa. Se nei macchinari i conti devono tornare con precisione, non è lo stesso nella vita umana, che si muove appunto per approssimazioni.

Le intuizioni sono stelle polari, che indicano direzioni verificabili solo se si ci si fa trasportare e si può poi sperimentare quello che si trova dove si arriva. Così Colombo scoprì l’America, o perlomeno questa è la leggenda: si dice che considerando la terra come rotonda pensò che si poteva arrivare alle Indie anche navigando in direzione opposta. Come la stella polare, per vederle bisogna guardare nell’infinito del cielo, qualunque cosa sia il cielo del proprio mondo interiore: trovare qualche scintilla da amare e poi vedere dove porta, fidandosi non tanto della scintilla in sé, ma del proprio amore per quella scintilla.

Il problema è che per farlo bisogna levare gli occhi al cielo e smettere di guardarsi la punta del naso, preoccupandosi di che effetto fa agli altri: è quello che si chiama un sacrificio narcisistico, il costo più tremendo per chi naturalmente non vede più in là del proprio naso. Non essendoci il modo di fare affermazioni solide, bisogna considerare però che ognuno è responsabile per sé, e che se sceglie una strada, per quanto demenziale, ha il diritto di farlo e di apprezzarla contro tutte le opinioni contrarie. Di solito però le persone non vanno avanti ai loro progetti con l’immaginazione, cucendo fra immaginazione e progetto e stando attenti alle discrepanze, e questo lascia lo spazio nella psicoterapia alle domande che la persona non si è fatta: chiedendo lumi sugli spazi oscuri del discorso, lo psicoterapeuta può accompagnare il paziente a verifiche plausibili delle strade intraprese.

L’immaginazione è lo strumento per guardare la realtà potenziale: il cinema è un esempio di immaginazione resa visibile. Si sa quanto può essere coinvolgente un film, e il fatto è che si tratta solo di un gioco di luci: allo stesso modo è coinvolgente una fantasia, dove si può anticipare il futuro facendo collassare le possibilità in un evento specifico e vivendolo come se fosse una realtà concreta, perché concrete sono le emozioni che le immagini evocate suscitano. In altre parole, l’immaginazione è il mezzo per vedere l’invisibile.

La trascendenza

A proposito dell’area al di sopra del concreto Freud propose il termine sublimazione8, che venendo dalla chimica non era sospettabile di risvolti religiosi: trascendenza è un termine più esposto alle interpretazioni metafisiche, ma diventa più praticabile se si considera quella branca della matematica che si chiama insiemistica9, dove è dimostrabile l’esistenza di qualcosa che trascende la somma delle parti di un insieme. Ora, questo non si può appoggiare su una logica formale: per renderlo comprensibile al senso comune serve una logica dialettica, dove la sintesi trascende il confronto della tesi con l’antitesi e inoltre, come dice Merleau Ponty, non condivide lo stesso piano di realtà.

La sintesi fra opposti è comunque invisibile, il modo corrente di renderla visibile è l’uso dei concetti, delle astrazioni che indicano, non sono gli oggetti di riferimento. Il problema sorge quando tesi e antitesi producono opposizioni, cioè conflitti, sul piano intrapsichico, che tirano la persona in direzioni differenti e rendono necessario risolvere concretamente la situazione. Tre sono allora le opzioni possibili, sintomo, compromesso e sintesi: si ha il sintomo quando tesi e antitesi si combattono senza quartiere, annullandosi vicendevolmente, il compromesso quando rinunciando a parte dell’una e parte dell’altra si raggiunge un armistizio, e la sintesi quando le due intere parti concorrono a qualcosa che le trascende, cioè che non potrebbe esistere senza l’apporto di tutte e due.

Un esempio chiaro della trascendenza degli opposti sarebbe la democrazia, nel caso in cui progressisti e conservatori collaborassero per amministrare la nazione. Normalmente però quello che si raggiungere abbastanza spesso è il compromesso, mentre il sintomo è sempre in agguato. Il grande ostacolo per gli esseri umani per amministrare correttamente la democrazia è appunto l’incapacità di riconoscere la trascendenza, che per sua natura è invisibile: se si è convinti che quello che non si vede non c’è, si perde la possibilità di desiderarlo, e se non la si desidera, la trascendenza non si riconosce e non si raggiunge.

Se non si vede, la trascendenza si intuisce: così i veggenti delle varie religioni hanno scovato le loro visioni, così poeti e artisti vari hanno visto l’invisibile e affascinato l’umanità con immagini essenziali per un orizzonte al di là del mondo concreto. Ora, perché andare oltre il concreto? Un perché non c’è, c’è solo la scelta di farlo, libera come quella di non farlo: se uno di accontenta del concreto buon per lui. Il fatto però è che oltre al concreto c’è sempre qualcos’altro, che di solito è l’astratto, una specie di concreto leggero, che ubbidisce solo alle leggi della meccanica: l’astratto è controllabile, e non obbliga al fare. Diverso è quello che si muove su una logica diversa, esistenziale, cioè l’esperienziale: se ci si schiaccia un dito in una porta nessuna astrazione aiuta a non sentir male, servono operazioni esperienziali che si individuano connettendosi per assomiglianza, non per identità, come l’acqua fresca che porta sollievo, o qualche crema, o roba del genere.

Mettiamo che una persona voglia banalmente vedere un film ma anche vederne un altro, e che non abbia possibilità di rimandare, quindi sia costretto a decidere: in una logica formale si tratta di capire quale è quello giusto, e si risolve cassando quello sbagliato. In una logica dialettica invece bisogna tornare all’invisibile: cosa mi spinge da una parte e cosa dall’altra, e inventare una sintesi fra le due. L’alternativa è fra dedurre e inventare, e dedurre se non è più facile è almeno più conosciuto. Si può capire come una cultura centrata sulla produzione e la funzionalità tenda a un pensiero digitale, ma la parola invenzione è da tempo immemorabile sinonimo di novità e meraviglia: nella sua difficoltà di realizzazione è ascritta al mondo dell’arte, che di funzionale non ha niente.

L’invisibile nella psicoterapia

Esistono molte scuole di psicoterapia, alcune delle quali sono appoggiate nella teoria e nella pratica sull’invisibile. Freud10 inaugurò l’idea di inconscio, che oscuro e invisibile lo è per definizione, e inventò una modalità di lavoro terapeutico che consiste per il paziente nell’avere di fronte un muro bianco, cioè guardare uno spazio vuoto, fino a che non si formano nella sua mente immagini ingiustificate, che chiamò libere associazioni. Anche Jung11 lavorò con le associazioni, in relazione con quelli che chiamò archetipi, i quali si possono immaginare come immagini centrali intorno a cui nell’invisibile si strutturano storie senza fine.

Nell’approccio gestaltico la sostanza è la stessa, anche se cambiano i concetti: si chiede alla persona di riferirsi con le associazioni a un interlocutore concreto, anche se invisibile, che siede su una sedia vuota di fronte a lui, e gli si chiede di comunicargli qualunque cosa si voglia da lui. Oltre al riferimento intenzionale qui si incontra anche il tema dell’intenzionalità, due punti centrali del pensiero di Franz Brentano12, che sta alla base della psicoterapia della Gestalt. Poi, messosi nei panni dell’interlocutore risponderà alla richiesta con quello che lui vuole, nell’ottica di mettere in piedi a livello intrapsichico uno scambio di cose importanti per quanto invisibili. Fra la persona e sé stessa infatti non si possono scambiare oggetti, ma solo azioni, e queste sono invisibili fino a che non vengono messe in pratica.

Invisibile significa che non si vede ma non perché non si vede: una possibile ragione è perché non ha forma. In genere c’è la convinzione che le parole pronunciate corrispondano a parole che stanno nello spazio intrapsichico. Non si può dimostrare che non sia così, ma non si può neanche dimostrare che lo sia, e il fatto che si può dire la stessa cosa in varie lingue potrebbe suggerire che la cosa in questione evochi dei nomi, senza averne nessuno13. La differenza fondamentale su questa questione è quella fra linguaggio digitale e linguaggio analogico: nel linguaggio digitale si postula una base stabile, a cui tutto viene confrontato nella logica aristotelica di uguale-differente, giusto-sbagliato, mentre in quello analogico la relazione è invece di somiglianza. La somiglianza evoca, l’uguaglianza descrive, e si può immaginare nuclei di un protolinguaggio che assomigliano a tante forme differenti e danno luogo a innumerevoli lingue diverse.

Allo stesso modo si può immaginare che anche le spinte emozionali possano dare luogo a comportamenti diversi, e che il lavoro terapeutico possa essere orientato allo sviluppo di un linguaggio comportamentale più articolato, in grado di accogliere l’infinità varietà del mondo interiore: questo implicherebbe come postulato che la relazione fra l’emozione e l’azione è lontana da essere biunivoca, e solo una ignoranza senza fine porta gli esseri umani ad essere stupidamente prepotenti e intolleranti. Questa ignoranza è fortemente alimentata da una tendenza incresciosa della mente umana, che è quella a reificare quello che non ha forma: dagli albori dell’umanità tutto quello che trascende il visibile è stato sempre tradotto in una qualche immagine “sacra”: non migliore dei casi è un’immagine che evoca l’invisibile, ma nel peggiore lo descrive, e tantissime persone credono che gli oggetti “sacri” abbiano una natura trascendente.

La reificazione

Nemica principale dell’invisibile è la rei-ficazione, l’attività di riduzione a res delle cose inafferrabili ed invisibili, ma presenti nell’esperienza umana: siccome a tutto si può dare un nome, anche la trascendenza può essere nominata in modo diversificato e articolato in differenze linguistiche, che nulla hanno a che fare con le differenze reali ma che conferiscono una dimensione oggettuale. Se torniamo a digitale e analogico, è chiaro che l’attività nominale è quella digitale, che descrive il suo oggetto: si tratta di usare invece un linguaggio analogico, se si vuole evocare e metaforizzare l’invisibile. Quando Dante dice “nel mezzo del cammin di nostra vita” parla di una realtà invisibile e inafferrabile, ma afferrabile immediatamente attraverso questa metafora che la tocca senza costringerla in una forma visibile. La poesia chiama l’invisibile, lasciandogli la sua qualità fondamentale, l’inafferrabilità.

Un esempio di reificazione madornale si incontra nella critica concettuale dell’arte, disgraziatamente più frequente della critica esegetica: interpretando concettualmente per esempio le varie forme che lo compongono con significati e fatti culturali, un quadro si riduce l’insieme alle parti, mentre la critica esegetica accompagna chi guarda dentro il senso dell’opera, cioè dentro quell’insieme che trascende la somma delle parti. Il primo caso non ha a che vedere veramente con l’arte, la quale si autogiustifica: si dice infatti “l’arte per l’arte”, il che significa che l’opera d’arte non è giustificabile con prodromi e effetti, ma solo con l’intenzione di chi la fa.

 

Bibliografia

  • BAXANDALL M., «Forme dell’intenzione», Torino, Einaudi, 2000.
  • BUBER M., «Il principio dialogico e altri saggi», Cinisello Balsamo, San Paolo Edizioni, 2011.
  • CACCIARI M., «Icone della legge», Milano, Adelphi, 1985.
  • CANTARO F., GUASTALLA G., «I segreti della PNL. Il non visibile della programmazione neurolinguistica», Milano, Sonda, 2009.
  • GASPAROTTI R., «Il quadro invisibile», Napoli, Cronopio, 2015.
  • GOPI KRISHNA, «Kundalini», Roma, Astrolabio Ubaldini Editore, 1972.
  • HUXLEY A., «Le porte della percezione», Milano, Mondadori, 1980.
  • KIERKEGAARD S., «Timori e tremori», Milano, Sansoni, 1993.
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  • QUATTRINI G.P., «Amore, appartenenza e possesso», pubblicazione interna IGF.
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  • STEIN E., «Sul problema dell’empatia», Milano, Franco Angeli, 1986.
  • TRUNGPA CHÖGYAM, «Al di là del materialismo spirituale», Roma, Astrolabio, 1976.
  • TURNER V., «Dal rito al teatro», Bologna, Il Mulino, 198

Note:

1 CANTOR G. La formazione della teoria degli insiemi. Saggi 1872-1883 (Sansoni, Firenze, 1992)

2 BUBER M. Il principio dialogico e altri saggi (San Paolo Edizioni; 2011)

3 MERLEAU PONTY L’aventure de la dialectique (Paris, Gallimard,1955)

4 SCHRÖDINGER, a proposito della sovrapposizione di stati dice: “Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme con la seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegra, il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato. La prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono stati puri, ma miscelati con uguale peso.”

5 POPPER K., ECCLES J., L’Io e il suo cervello (Armando ed., Roma 1986)

6 BRENTANO F. La psicologia dal punto di vista empirico (Ed Laterza, Bari 1977)

7 La strada vera, la strada certa, quella che di sicuro porta alla meta.

8 Gli elementi chimici hanno normalmente tre livelli di stato, solido liquido e gassoso: scaldando il solido si ottiene il liquido, ma in certi casi l’elemento passa direttamente da quello solido allo stato gassoso, e questo si chiama sublimazione.

9 ELEMENTI DI INSIEMISTICA (Patron, Bologna 1963)

10 FREUD S., L’Io e l’Es (Boringhieri, Torino 1982)

11 JUNG C.G., Realtà dell’anima (Boringhieri, Torino 1989)

12 BRENTANO F. La psicologia dal punto di vista empirico (Ed Laterza, Bari 1977)

13 DERRIDA J.: l’«archiscrittura»: la forma ideale della scrittura preesistente nell’uomo prima della creazione del linguaggio e da cui si origina quest’ultimo.

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