Indifferenza creativa, vuoto fertile e libero arbitrio

Abstract

La visione fenomenologica di un manifestarsi del mondo senza una necessaria struttura sottostante diventa agibile con l’idea del vuoto fertile, un vuoto in cui si manifestano autonomamente forme nuove: è chiaro che per avvicinarsi a questo ci vuole un grande rispetto per il fenomeno, che non deve sottostare a nessuna regola previa (se sento questo sento questo, non sento questo perché). Il pragmatismo imperante per una gestione funzionale del mondo tende a non assecondare quello che c’è a vantaggio di quello che ci dovrebbe essere, e una posizione fenomenologica richiede molta disciplina dell’attenzione: è quello che si chiama indifferenza creativa.

Direttore G. Paolo Quattrini

Istituto Gestalt Firenze

Di G. Paolo Quattrini

Direttore Scientifico Istituto Gestalt Firenze

Pubblicato sul Numero 37 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Fino all’esistenzialismo, con poche eccezioni fra cui Erasmo da Rotterdam, il pensiero occidentale ha fatto la guerra al libero arbitrio, prima perché solo Dio aveva il potere di decidere, e dopo l’illuminismo perché tutto veniva fatto dipendere dalla catena di cause ed effetti, riconoscibile col pensiero razionale. La costante è l’oggettività, un bisogno di controllo che già compare con la fissazione che gli esseri umani hanno sempre avuto di conoscere il futuro attraverso gli oracoli: su questo già a suo tempo Cicerone commentava “mi meraviglio che un aruspice incontrando un altro aruspice non si metta a ridere!”

Gli esseri umani vogliono sapere in anticipo, per indirizzare le proprie storie nella direzione voluta: questo è tanto forte che il gioco d’azzardo ha sempre rivestito un peso considerevole nella vita sociale, e non poche persone si sono rovinate economicamente pur di dimostrare che la fortuna era dalla loro parte, cioè che sapevano indovinare il futuro. Si tratta di un’illusione che si potrebbe considerare una vera e propria malattia, ma che è talmente radicata nelle abitudini umane da passare per normalità: per tenerla in piedi ci vuole o la fede in un principio guida imperscrutabile a cui affidarsi, o una ideologia razionalista, dove causa ed effetto hanno una relazione biunivoca che aspetta di essere riconosciuta.

Ma qual è un’alternativa alla previsione? Certo non si può immaginare di fare qualunque cosa passi per la mente e poi affrontare qualunque conseguenza: il fatto è che bisogna sì prevedere, ma prevedere una realtà possibile, non una realtà certa! Questa è la grande differenza fra libertà e determinismo: certi comportamenti possono portare certe conseguenze, ma non è certo, e allora la scelta risulta necessariamente a rischio.

Se non si può avere informazioni sui risultati, come gestire allora il rischio? Una indicazione fondamentale la dà il metodo scientifico, “provando e riprovando e misurando le differenze”. Sarebbe come dire gestirlo attraverso l’esperienza, che non garantisce ma indirizza: il problema qui si sposta sull’esperienza, e sulla necessità di provare senza garanzie. E’ un atteggiamento difficile, si potrebbe dire non naturale, e questo implica che dovrebbe essere supportato culturalmente, cioè dovrebbe essere insegnato a scuola: le nostre scuole però fanno proprio il contrario, e gli allievi sono tenuti a dare risposte giuste invece di essere appoggiati nella ricerca personale.

Ma per fare una ricerca, bisogna avere un’idea di come la si può fare: cercare cosa, dove, e in che modo? Su cosa è facile rispondere, bisogna cercare un menù di possibilità fra cui scegliere: essendo vari, i fattori si urtano fra di loro ed è difficile tenerli insieme. Per quanto riguarda dove, il luogo è evidentemente la memoria, tutto quello che si è visto e registrato nella vita, che è molto di più di quello che ci si ricorda, anche perché queste immagini stanno in un contenitore paragonabile a una betoniera, che le impasta continuamente fra loro producendone una nuova quantità di elementi mai visti fisicamente. Per quanto riguarda invece il modo, Freud lo individuò nelle libere associazioni, che emergono spontaneamente dal mondo interno, da quello che chiamò inconscio, intendendo con questo un luogo buio, dove non si vedono le strutture ma si possono dedurre interpretando le associazioni. Un luogo strutturato, anche se in modo oscuro, e questo mantiene la visione razionalista della catena di connessioni fra causa ed effetto.

Diversa è l’idea del vuoto fertile, un luogo dove si formano immagini senza necessariamente provenire da una struttura sottostante: in un’ottica fenomenologica il mondo sono i fenomeni, non qualcosa che gli sta dietro, e niente permette di teorizzarne una fonte. Fenomeni sono anche i valori, cioè etica estetica e logica, e se è logico quello che si manifesta, non vuol dire che non possa manifestarsi qualcosa che non è logico: nel momento che si manifesta si colloca nell’insieme delle percezioni della persona, e lì trova un posto, logico ma senza bisogno di una giustificazione causale. Così esce dall’evidenza razionale, e smette di essere costretto in una struttura meccanica di cause ed effetti.

La visione fenomenologica di un manifestarsi del mondo senza una necessaria struttura sottostante diventa agibile con l’idea del vuoto fertile, un vuoto in cui si manifestano autonomamente forme nuove: è chiaro che per avvicinarsi a questo ci vuole un grande rispetto per il fenomeno, che non deve sottostare a nessuna regola precedente (se sento questo sento questo, non sento questo perché). Il pragmatismo necessario a una gestione funzionale del mondo tende a non assecondare quello che c’è a vantaggio di quello che ci dovrebbe essere, e una posizione fenomenologica richiede molta disciplina dell’attenzione: è quello che si chiama indifferenza creativa.

Ma se le immagini emergono da sole, e la persona deve essere indifferente e accettarle come vengono, qual è il suo ruolo nel processo creativo? E qui arriva il punto fondamentale che è il libero arbitrio. Non c’è mai un fenomeno per volta, siamo bombardati di percezioni contemporanee del mondo, e bisogna scegliere a cosa dare attenzione: Buridano sosteneva che un asino messo davanti a due sacchi di biada uguali per l’impossibilità di scegliere sarebbe morto di fame, e dato che evidentemente nessun asino sarebbe così asino, con questo esempio ha invece dimostrato che la capacità di scegliere ce l’ha anche un asino.

La capacità di scelta è evidentemente fisiologica alla vita animale: il problema è piuttosto in base a cosa si sceglie. Ci sono tanti fattori, di cui oltre che il caso, uno è sicuramente la via più facile, quello che viene prima: col tempo poi il corpo sviluppa delle preferenze, dei gusti, che sono indicazioni per la scelta. Ora, se la capacità di scelta è fisiologica alla vita, le direzioni delle scelte possono essere di tipo culturale, e culturale non significa concettuale, perché il mondo del sentire, della qualità, si sviluppa e si articola senza fine sull’esperienza, costruendo insiemi di senso che possono essere appunto oggetto delle scelte senza essere pure astrazioni.

I contenitori di questi insiemi nel mondo classico si chiamavano etica, estetica e logica, e si possono anche oggi chiamare nella stessa maniera a patto che non si confondano con morale, moda e razionalità. Etica estetica e logica sono esperienze, come si dice nell’esistenzialismo esistono, non sono: sono cioè nel tempo, si trasformano in continuazione e per non possono essere afferrate concettualmente, ma solo vissute.

Se non possono essere oggettivate, non si possono scegliere oggettivamente, quindi la scelta è per forza soggettiva: è il libero arbitrio che la fa. Data la sua natura arbitraria, la scelta qui si differenzia secondo la direzione che la persona prende, e questa non è situabile in una differenziazione giusto-sbagliato, ma nel rendersi conto se gli piace o no: su questo si articolerà la verifica, che consiste nello scoprire se la scelta valeva la pena o no.

Ci sono dunque scelte di vario tipo, che si differenziano sia per la presenza di verifica, e si possono chiamare scelte responsabili, e anche secondo la direzione su cui la persona si avvia, che nel migliore dei casi sarà etica, estetica o logica: in tutti i casi il protagonista è il libero arbitrio, che metaforicamente si può considerare come il guidatore di una macchina, un insieme che ha un background meccanico ma una parte libera nelle decisioni, sempre relativamente ai limiti del suddetto background.

Il libero arbitrio in definitiva decide quali elementi perseguire fra quelli che emergono dall’osservazione del vuoto fertile, fatta con la trasparenza dell’indifferenza creativa.

Please cite this article as: G. Paolo Quattrini (2018) Indifferenza creativa, vuoto fertile e libero arbitrio. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/rivista/indifferenza-creativa-vuoto-fertile-e-libero-arbitrio/

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