Un silenzio assordante

Silvia Contini – Counselor filosofica

Pubblicato sul numero 47 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

Abstract:
Partendo dalla divaricazione tra solitudine subita e solitudine scelta, l’artico-
lo esplora il senso tragico e rivelatore del momento più alto, quello in cui ci
si ritrova soli, nella necessità di scoprire che cosa ci sostenga quando nulla
sembra più sostenerci. La solitudine disgregatrice dell’isolamento si contrap-
pone alla fecondità della solitudine intesa come possibilità di dialogo con
sé stessi. È la nostra contemporaneità peraltro a svelarci come un’infinita
possibilità di contatto e di connessione si rivolga ossimoricamente in una più
accentuata percezione di solitudine, cui può porre rimedio solo il ritrovare
invece quella vicinanza con l’anima che ci offrono la parola poetica e quella
filosofica stoica, nella loro capacità meditativa e introspettiva.
Parole chiave:
isolamento, solitudine, virtuale, emozione, parola poetica, pratica filosofica
e neuroscienze

La solitudine come condizione dolorosa,

la pratica della solitudine come antidoto nutriente

Ma del sentimento di solitudine che compenetrava l’eremita del tempio di Artemide in Efeso si può avere un presentimento agghiacciante solo nella più selvaggia desolazione della montagna. Da lui non sgorga nessun sentimento strapotente di commozione compassionevole, nessun desiderio di aiutare e salvare: egli è come un astro privo di atmosfera.”

Talete, Anassimandro, Eraclito, Parmenide, Anassagora, Empedocle, Democrito e Socrate. (…) Il loro pensiero è legato al loro carattere da una rigidità necessità. Essi mancano completamente di convenzionalità, poiché in quei tempi non esisteva affatto una classe di filosofi e studiosi. Tutti si trovano in una grandiosa solitudine, poiché sono gli unici che allora siano vissuti soltanto per la conoscenza.”

F. Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e scritti 1870-1873, trad.it. a cura di G. Colli, Adelphi, Milano, 2010, (86) e (145)

La solitudine del satiro è un testo di Ennio Flaiano che uscì nel 1973, postumo al suo autore. Mi soffermo al titolo senza indugiare oltre, poiché l’apparente ossimoro credo sia per noi intensamente rivelativo; il satiro, infatti, è un essere mitologico boschivo dai rozzi connotati e di dionisiache abitudini che si muoveva sempre in gruppo. Si può essere soli pur stando in un gruppo, in mezzo a simili, percependo una sensazione di separazione ed estraneità che diviene sentimento di solitudine. Il satiro non è solo, ma si sente solo, ecco la prima divaricazione che, saltando a piedi pari il tempo storico ed il tempo mitico, giunge fino a noi, popolo dell’interconnessione planetaria e della solitudine abissale nello stesso tempo esistenziale.

Solitudine deriva dal latino solum, che definisce l’essere unico, solitario, “derivante dal prefisso indoeuropeo *se(d)oppure *so che indica ‘separazione’”1; esistenzialmente ognuno di noi ha sperimentato la possibile coesistenza delle due radici. La radice *sed ci rimanda anche ad una delle probabili radici di Estia2, la dea solitaria dei crocevia, delle scelte e del focolare sempre acceso.

La solitudine può essere declinata in tanti modi quanti sono i destini cristallizzati nei contesti di altrettante trame narrative ed esistenziali diverse: l’uomo greco dell’Atene periclea viveva strettamente collegato ai tempi e ritmi della sua città, ma gli eroi narrati dai tragici conoscono la solitudine, per scelta o per salvezza. È sola Cassandra, è sola Antigone, è solo e disperato Eracle, è solo dentro ai suoi conflitti Edipo e la sua solitudine sarà poi destino privilegiato nel dolore. Ed era solo Ulisse nei momenti- cardine, nelle situazioni-limite per dirla con Jaspers. Tanti personaggi, eroi, figure archetipali consegnate a noi dalle voci della Grecia antica sembrano parlare emozionalmente a noi oggi, nel qui ed ora, consegnandoci un significato e senso profondi del lemma. Giungere al momento apicale e rivelativo di una situazione, al momento-cardine di consapevolezza del senso della propria esistenza può accompagnarsi ad uno struggente sentimento di solitudine.

Nel testo di Igino3, Cura, il cui nome ha la “duplice valore, non solo Angoscia (in questo senso Cura appare come un demone infero), ma anche Coscienza”4, se non avesse passeggiato sola e pensosa, forse non avrebbe modellato l’uomo; lo plasma dall’humus, la fanghiglia fertile da cui lo si fa derivare (homo/humus), da cui umiltà.

È unicità e separazione, consapevolezza del nostro essere eternamente divisi e perennemente alla ricerca della presenza dell’altro per evolvere trasformativamente o come antidoto per quella che sentiamo non una serena ed autarchica solitudine, ma una disperata distanza dalla presenza confortante dell’altro. Quale connotato ha la tua solitudine, in quali spazio-tempo si rivela, amico che leggi? Ha il gesto di presa di distanza della scelta, della protezione dall’invasività dell’altro? O del dramma dell’essere gettato in un altrove tenebroso?

Ogni solitudine è incommensurabile all’altra; si può sentirsi ed essere soli in mezzo alla folla come nemmeno nel deserto, lontani da tutto, ci si può sentire soli. Può essere l’isolamento doloroso, che però ammette la presenza dell’altro, o l’estraniazione sradicante e disperata “di non avere un posto riconosciuto e garantito dagli altri, la superfluità di non sentirsi del mondo” che è “una fra le più radicali e disperate esperienze umane”5.

Accade tutto questo poiché è la sfumatura emotiva a connotare e definire la mia, la tua solitudine, che diviene cifra della nostra condizione per come la percepiamo e viviamo.

Perché esistono tate solitudini quante sono le unicità esistenziali viventi dotate di riflessione; ma possono essere declinate massivamente in due versanti.

Poiché esiste una solitudine che è dialogo interiore con se stessi ed una solitudine dolorosa, isolante; l’una sintonizza con gli altri seppur fisicamente assenti, creando assonanza a partire da se stessi, l’altra disconnette dolorosamente dalla sinfonia del mondo esterno, e si declinano a partire da dimensioni fenomenologiche tra le più fondanti della nostra vita, felicità ed infelicità, che sono il terreno di significazione profonda di due modi di esistere, approdi nella rivelazione o nel dolore profondo. L’una creatrice, l’altra disgregatrice: “Nella solitudine dolorosa,(…) nella solitudine-isolamento, si distinguono le forme determinate dalla malattia, dal dolore del corpo, dalla indigenza, dal franare di ideali, dalla perdita di umane relazioni, e quelle causate dal volontario distacco dal mondo, dal mondo delle persone e dal mondo delle cose (…): sigillati dalla indifferenza, dalla noncuranza e dal disinteresse verso il destino degli altri-da-sé”6, si diviene spazio per la propria egocentratura identificante nel dolore, nella sofferenza, nel malanno che limita e protegge.

Di questo malanno che limita e protegge è intessuta, o meglio, interconnessa la società attuale, avendo reso causa della solitudine negativa ciò che era anche nato come sistema comunicativo-antidoto alla solitudine. Nel non spazio e non tempo delle interconnessioni di internet le emozioni e le parole scorporate non rievocano nemmeno il ricordo delle comunicazioni incarnate: Le relazioni sono rese apparentemente gestibili, ammansite in un inanimato dove il tempo della vita e dell’eloquio è scandito da un semplice tasto che riconnette o disconnette in un disordinato vortice di senso dove le sensazioni sono abituate ad ascoltare solo la voce delle nostre proiezioni.

La società attuale, perennemente interconnessa, è corto circuito vivente e realtà paradossale di una situazione che strumentalmente sembrerebbe rifuggire e trovare antidoti alla solitudine, quando nello stesso tempo costruisce le premesse per isolamenti sociali irrimediabili. La tecnologia ci permette un’apparente ubiquità, essere qui e contemporaneamente altrove, evita la tensione non verbale del comunicare faccia a faccia, ci permette una distrazione ed un diversivo che sembra distrarci dal peso del presente e sembra averci “guariti dal bisogno di parlare”7. ‘Guarendo’ da un malanno apparente, ci ammaliamo di un male reale; anche un telefono silenzioso riesce a separare le persone ma soprattutto, attivando una costante allerta rende difficile la solitudine, il dialogo interiore con sé stessi, base fertile del dialogo con l’altro. L’irrompere della tecnologia nel nostro quotidiano ha significato registrare un “calo del 40 per cento degli indicatori dell’empatia” un calo avvenuto nell’ultimo decennio e “che i ricercatori attribuiscono direttamente alla presenza dei nuovi mezzi di comunicazione digitali”8 che hanno, appunto, “alterato dinamiche interpersonali quali l’empatia”9 . Fortunatamente altri studi10 dimostrano quanto per fortuna sia elevata la nostra adattività e capacità di recupero delle capacità empatiche; in un campo estivo in cui i bambini non hanno utilizzato dispositivi elettronici, dopo solo cinque giorni gli stessi bambini hanno dimostrato maggiore capacità di discernimento di emozioni e sentimenti rispetto ad altri bambini del gruppo di controllo.

Recuperando “la nostra capacità di vivere in solitudine”11 ripartiamo dalla profonda e necessaria conversazione con l’altro, di cui però è condizione preliminare la conversazione profonda, silente, emozionale con sé stessi; la capacità introspettiva è infatti “una delle ricompense della solitudine”12.

La capacità introspettiva, il sogno ad occhi aperti, o il lungo lavoro di pensiero conscio o inconscio che è preludio gestazionale per idee illuminanti e creative sono doni di una condizione di solitudine cercata; di contro, la capacità introspettiva, il sogno ad occhi aperti e l’idea creativa sono di fatto ostacolati o interrotti continuamente nel loro processo di gestazione dai continui alert tecnologici o dall’ingozzamento cognitivo della marea di dati che possono affollare l’apertura di una porta di ricerca nel Web. Il tempo della solitudine e del silenzio è un tempo delicatamente intenso che si declina nella lentezza, mentre il tempo attuale digitale è un tempo tendenzialmente veloce, vorticoso, tendente quindi a conversazioni brevi, digitate, istantanee e conseguentemente di solito superficiali. La conversazione digitale apparentemente ci protegge dal volto dell’altro, dall’emozionalità di conversazioni evidentemente insostenibili, dall’apparente perdita di tempo di confrontarsi con le persone del mondo della vita e dalla noia di stare da soli senza far nulla. Peccato che questa descrizione, volutamente paradossale e descrivente le cose per come appaiono in superficie, non tenga conto di come siamo fatti noi esseri umani perché “se le cose avvengono troppo velocemente, possiamo anche non avere un’esperienza completa delle condizioni psicologiche degli altri, e questo avrebbe una diretta ricaduta sulla nostra moralità”13.

Ammirazione e compassione sono tra le emozioni che hanno fondante importanza socio-relazionale e permettono alle persone di stare autenticamente in connessione. Ma è una connessione diversa, umana, profonda e che necessita di tempo.

Dal lavoro di Antonio Damasio e dei suoi colleghi risulta che determinate emozioni -per esempio l’ammirazione e la compassione – richiedono a livello neurale un’elaborazione più lunga delle reazioni al dolore fisico.”14 Un team di ricercatori guidati da Damasio ha scoperto “un nesso tra la compassione e la connettività funzionale intrinseca (Dmn-Default Mode Network), la stessa regione corticale e sottocorticale che si attiva quando la persona riflette su sé stessa. L’ammirazione per la virtù così come la compassione dinanzi a un dolore psicologico o a una sofferenza sociale sono ugualmente elaborate dalla connettività funzionale intrinseca. Si tratta di processi neurali lenti, del tipo a cui ricorriamo quando abbandoniamo una vita fatta solo di buone notizie”15. Di contro, nella società veloce ed interconnessa, assistiamo ad una deriva narcisista per cui l’ammirazione per la virtù altrui è sostituita dall’idolatria e la compassione propaga sempre meno la sua eco dentro di noi, a favore di un più economico e gestibile cinismo. In sintesi, non dare il giusto tempo di elaborazione neuronale, o cercare solo notizie e feedback positivi, porta ad un analfabetismo emozionale che ha una ricaduta etico-morale su tutta la società.

E il rifugiarsi nel mondo digitale può essere il “naufragio che non rivela” e che invece conduce nell’immobilismo di una solitudine isolata che è rifiuto del mondo.

La condizione di solitudine che ha per effetto l’isolamento è una separazione violenta e dolorosa che ha spesso la sua stessa radice nel tentativo di fuga, nel tentativo di estinzione del dolore dovuto dal senso di estraneità vissuto rispetto al mondo ed agli altri. Nella solitudine negativa dell’isolamento “ci si allontana dal mondo e ci si immerge negli orizzonti di esperienze divorate dall’indifferenza e dal rifiuto di ogni dialogo, e di ogni comunicazione; pietrificandoci nei confini di un io che diviene monade senza porte e senza finestre.”16 , fortezza di cristallo inaccessibile all’altro ed all’altrove, blindatura esistenziale coltivata dentro un groviglio di conflitti personali che tendono ad autoalimentarsi nello spazio del deserto emozionale. Niente salva e nulla redime, poiché nel tentativo di spostamento oltre la desertica gabbia di cristallo c’è la possibilità di salvezza ma anche di scacco, e questo spostamento dal freddo lago Narciso non se lo può permettere.

Ed è una condizione che diviene circuito che si autoalimenta, l’altro diviene estraneo e nocivo, poiché la desertificazione emotiva ha soppresso la possibilità di compassione e condivisione. Come un animale che per sopravvivere si ciba della stessa carne, scambiando la condanna per tutela e salvezza dall’inconosciuto: “Non si vuole, e non si è nemmeno più liberi talora, di uscire da una condizione di radicale isolamento che ci rende impossibile la solidarietà con il mondo e con gli altri, e la comunità di destino con chi sta male, e chiede disperatamente aiuto”17. Fino alla rottura definitiva con il proprio io, fino alla disgiunzione totale con la propria anima in una separazione che somiglia al precipitare in un Tartaro delirante e malato: “non più la solitudine creatrice, e nemmeno più la solitudine aperta alla trascendenza, si ritrova nei modi di essere delle esperienze psicotiche. (…) Sono esperienze, quelle psicotiche, imprigionate in una solitudine dolorosa, in una solitudine-isolamento del tutto involontaria e radicalmente estranea a quell’isolamento che ci separa intenzionalmente dagli altri.”18

Solitudine che può essere isolamento costretto; ma anche solitudine volontariamente cercata, e quindi soglia per la trascendenza.

Diversa, totalmente e complessivamente diversa la solitudine positiva che si vive nel dialogo aperto con noi stessi; può essere una condizione di solitudine iniziale che però si trasfigura poi nella maschera più intima del solitario incontro con noi stessi, può essere una condizione obbligata che si rivela essere occasione di incontro profondo, rivelazione, ritorno ad un essere nel mondo più autentico. E la solitudine creativa, dialogica, piena di inconosciute o inespresse sfumature emozionali è la solitudine narrata dai poeti, dai filosofi, dagli uomini di fede.

Nelle parole di Sant’Agostino o di Santa Teresa d’Avila, o nei versi di San Giovanni della Croce, o nelle delicate e malinconiche parole di Antonia Pozzi o Clemente Rebora, “risuona il timbro misterioso e stregato di una solitudine trasfigurata, della quale non si può fare a meno in alcune ore della nostra vita. Sono le ore di inquieta nostalgia del cuore e di assorta ricerca dell’indicibile. Sono le ore in cui si rivive la solitudine come premessa ad ogni colloquio interiore con sé stessi: con la propria interiorità e con la propria coscienza.”19

Nella solitudine riemerge la possibilità profonda ed autentica del gnōthi seautón, da essa è possibile recuperare uno spazio intimo e profondo, quello del silenzio, condizione imprescindibile per reimparare ad ascoltarsi ed a sentire, oltre il frastuono, la “voce esile ed arcana, luminosa e aerea, scintillante e impalpabile”20 della poesia. Le parole poetiche “sono balsamo per le molte ferite della vita”, ferite che sono feritoie, segnavia, parti di una geografia del senso della nostra esistenza che però va letta e trasfigurata, non negata nelle immersioni nel fare e nel frastuono; se lo facessimo, cercando un’anestesia momentanea al dolore, ne smarriremmo il senso profondo e ci smarriremmo usando una mappa degli antidoti anziché delle tappe significanti ed identificanti.

Come accade allo sciamano che, nel mondo arcaico come nel mondo attuale, diviene tale spesso dopo un trauma o dopo, casualmente o scientemente, essere stato al limite di sé, dopo aver rischiato la vita (essersi esercitato a morire, direbbe Hadot riferendosi alla filosofia antica come esercitarsi a morire), dopo aver abitato le sue profonde distanze interne accompagnato solo dalla sua silenziosa solitudine; poiché l’unica condizione per giungere ad una visione alta ed onnicomprensiva del mondo-della-vita fuori di sé ci riporta al conosci te stesso socratico, conosci i tuoi limiti ma conosci anche la tua affiliazione con il divino21.

È la solitudine che si palesa come spontanea e naturale iniziazione alla vita oltre le sue derive, anzi, talvolta partendo proprio dalle sue laceranti zone liminali, situazioni-limite che ci è dato in dote di sperimentare nella nostra esistenza. È parte di un rito di passaggio che può essere intrapreso per smarrimento personale, o dopo un dolore, o come esigenza personale; e, come avveniva nelle fasi descritte dal Von Gennep, ci si allontana dagli altri per frequentare la propria solitudine e poi ritornare in mezzo a loro non con un nuovo status, piuttosto con una nuova consapevolezza.

È il consapevole μóνος di cui parla Epitteto, l’uomo che non è estraniato dagli altri e dal mondo-della-vita, incapace di stabilire un contatto, piuttosto il solitario che è in buona compagnia perché conserva la capacità di dialogare con sé stesso. Mentre il solo, l’isolato è estraniato e sradicato dal suo contatto con il mondo, il solitario rimane un mondo aperto al dialogo con sé stesso e con il mondo della vita, nel suo perimetro emotivo gli altri sono presenti e rappresentati nel suo io, non perdendone la sintonia e lo spazio di contatto. E proprio la solitudine, come condizione cercata e non subita, nella dottrina stoica diviene banco di prova ed esercizio filosofico spirituale per la propria virtù. “La solitudine non è di per sé maestra di innocenza”22 ammonisce Seneca, “né la campagna insegna la frugalità, ma, quando se ne sono andati testimoni e spettatori, i vizi si attenuano, perché essi godono a essere mostrati o ostentati”; non è essere soli, ma esercitare la solitudine per prendere le distanze dal proprio egocentrismo, dalla propria vanità, dal dipendere dallo sguardo di approvazione e dal giudizio altrui. Poiché “lo stimolo a tutte le nostre follie è la presenza di qualcuno che ci ammiri ed assecondi. Se ci togli la possibilità di ostentazione, ci toglierai insieme anche la brama di possesso. L’ambizione, il lusso, la sfrenatezza hanno bisogno di un pubblico; guarirai da queste passioni se le terrai nascoste”23. Non le cose o le condizioni in sé insegnano un altrove nutriente e non falsato, ma ciò che facciamo delle condizioni è il primo insegnamento stoico, ovvero come scelgo di vivere l’evento che mi accade, la mia risposta attiva, rende anche la mia condizione emotiva ed esistenziale completamente diversa; e la solitudine è una condizione che permette di ‘guarire’ dall’estraniazione verso l’esterno, dalla dipendenza dallo sguardo dell’altro come approvazione, dalla mia vanità come eteronomia che mi porta distante da me stesso. Da una parte il giogo sterile e velenoso, dall’altra la sintonia creativa che riannoda il dialogo con me stesso ed il mondo. Solo rinnovando il colloquio con me stesso, infatti, posso non perdermi e ritrovare il mio passo intenso e lento, e questa è una possibilità totalmente aperta a tutti a livello di spazio/tempo; serve riconoscere sé stesso come dimora e rifugio ed essere disposti a rinnovare sé stessi senza estraniarsi nel frastuono come fosse un analgesico che ci ripara dal contatto con noi stessi. “Gli uomini cercano luoghi solitari in cui ritirarsi: dimore di campagna, sulle rive del mare, sui monti; e anche tu sei solito sentire un ardente desiderio di tali cose. Tutto questo, però, rivela una grande ignoranza, ché ti è possibile ritirarti in te stesso in qualunque momento tu voglia. In nessun luogo, infatti, l’uomo trova rifugio più sereno e tranquillo che nella sua anima, soprattutto colui che ha dentro di sé principi tali che, se si volge a contemplarli, subito acquista una totale serenità di spirito; e per serenità di spirito io non intendo null’altro che la condizione di un’anima ben disposta. Concediti dunque costantemente questo rifugio e rinnova te stesso.”24

1A. Marcolongo, Alla fonte delle parole, Mondadori, Milano, 2019, pag.85.

2 L’etimologia del nome della dea Estia non è certa, ma probabile nel suo riferimento al fuoco circolare. “Il nome significa “fuoco della casa, focolare”; si tratta di un derivato di *ἐστο- o *ἐστα- e per quanto riguarda l’etimologia secondo Chantraine (DELG) bisogna capire se ci fosse o meno un Ϝ iniziale” che lo pone in corrispondenza “col latino Vesta (Ernout-Meillet, DELL), dalla radice * u-es-, “bruciare” (cfr. anche Dumézil, La religion romaine archaique, p. 329).”

Un altro autore, “Boisacq (Dict. étym. l. gr., p. 290) ipotizza un confronto con ἕζοµαι, radice * sed.”, ed il ‘sedersi’ mi sono immaginata potesse essere accanto al fuoco. Intorno ad un fuoco circolare, personificato dalla dea più antica anche di Zeus stesso (poiché primogenita di Crono e Rea) e nello stesso tempo più giovane (fu l’ultima figlia ad essere vomitata dal padre Crono dopo la ribellione di Zeus precedente la castrazione e detronizzazione del padre) vi era il punto di congiunzione intimo e forte personale e della comunità poiché intorno al fuoco ci si riuniva, si effettuavano ritualità sacre e si faceva sistemare l’ospite atteso o inatteso. Ed il fuoco era arcaico e sempre giovane, ravvivato e nutrito, nello stesso tempo. Rif.bibliografici in Dizionario etimologico della mitologia greca, www.demgol.units.it , pag.141.

3Igino, Miti, Adelphi, Milano, 2000, pag.136

4 Ivi, pag.488-489, nota n.955.

5 H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Bompiani, Torino, 1978, pagg.649 e seg.

6E. Borgna, La solitudine dell’anima, Feltrinelli, Milano, 2011, pag.11.

7S. Turkle, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, Einaudi, Torino, 2016, pag.15.

8S. Turkle, op.cit. pag. 29 e nota 5.

9Ivi, nota 5 riferita agli studi della psicologa Sara Konrath.

10Yalda T. Uhls, Minas Michikyan, Jordan Morris et al., Five Days at Outdoor Education Camp Without Screens Improved Preteen Skills with Nonverbal Emotional Cues, in ‘Computers in Human Behavior’, XXXIX (2014), pp. 387-92, DOI:0.1016/j.chb.2014.05.036. In S. Turkle, op.cit. pagg.16-17, nota 11.

11Ivi, pag.102 e seg.

12Ivi pag.103.

13Mary Helen Immordino-Yang, Andrea McColl, Hanna Damasio et al., Neural Correlates of Admiration and Compassion, in “Pnas”, X, (2009), n.19, pp. 8021-26. Cit. in S.Turkle, op.cit. pag.55.

14Ivi.

15Ivi.

16Ivi pag. 21.

17Ivi, pag.21.

18Ivi, pag.14.

19Ivi pag.14.

20Ivi.

21“riconoscere la propria limitatezza e finitezza”, pag.49 e, letto alla luce dell’Alcibiade Maggiore di Platone, “guardare il divino che è in noi”; in G. Reale, Socrate. Alla scoperta della sapienza umana, Milano, Rizzoli, 2001.

22 Seneca, op.cit., 94, 69-71.

23 Ivi.

24 Marco Aurelio, Colloqui con sé stesso, libro IV, 3.

 

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