La coscienza nella fenomenologia

Abstract

Abstact: il presente articolo analizza il tema della coscienza secondo la corrente filosofica novecentesca della Fenomenologia. La coscienza non è qualcosa di separato rispetto dal mondo, ma è una coscienza dotata di intenzionalità. Viene preso in considerazione il metodo della sospensione del giudizio (epochè) come strumento per entrare in contatto con la freschezza del mondo della vita del’uomo. Segue una breve storia diacronica, riguardo il tema della coscienza, in autori come M. Heidegger, M. Merleau – Ponty, K. Jaspers, J. P. Sartre, F. Varela.

Andrea Duranti

Andrea Duranti – Gestalt Counselor e Counselor filosofico

Pubblicato sul numero 46 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Il tema della coscienza nella Fenomenologia

Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza” (F. Nietzsche, “Così parlò Zarathustra”).

Spesso in un dir confuso,
E’n parole interrotte
Meglio si esprime il core,
E più par, che si mova,
Che non si fà con voci adorne, e dotte,
E ’l silentio ancor suole
aver prieghi, e parole”. (Torquato Tasso, “Aminta”, Atto secondo, Scena terza).

Tra i corpi di questa natura io trovo il mio corpo nella sua peculiarità unica cioè come l’unico a non essere mero corpo fisico (korper), ma proprio corpo vivente (Leib)”. (E. Husserl, Meditazioni Cartesiane, 1931, p. 107).

La fenomenologia è la corrente filosofica inaugurata da Edmund Husserl che nasce come metodo di chiarificazione concettuale dell’esperienza umana e come scienza descrittiva rigorosa. Il compito affidato da Husserl alla fenomenologia, è quello di concepire una scienza dell’esperienza in sinergia con le scienze naturali. Il compito del fenomenologo è quello di analizzare il rapporto fra la coscienza, l’esperienza e il mondo – della – vita. Nella storia della filosofia occidentale il mondo – della – vita è stato tendenzialmente messo sullo sfondo, dalla preponderanza a partire dal Seicento con Galileo Galilei e la rivoluzione scientifica, della concezione oggettivista della scienza: “La soluzione del problema, pensava Husserl, era quella di espandere il concetto di scienza fino a includere una nuova scienza del mondo della vita – la fenomenologia pura- che avrebbe legato scienza ed esperienza senza soccombere all’oggettivismo dello stile galileiano da un lato, né all’irrazionalismo o all’esistenzialismo dall’altro” (F. Varela, E. Thomson, E. Rosch, “La via di mezzo della conoscenza”, p. 41, 1991, Milano, Feltrinelli). In Husserl la dimensione soggettiva dell’esperienza è parte integrante del mondo – della – vita (Lebenswelt). Husserl in uno dei suoi lavori più importanti “Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica” sviluppò una procedura per esaminare la struttura della coscienza ovvero la struttura dell’intenzionalità che esperisce il mondo. Rispetto al dualismo soggetto – oggetto di cartesiana memoria, in cui la coscienza si pone in una regione altra all’ordine materiale del mondo, Husserl inaugura una visione differente, in cui la coscienza non è qualcosa a parte rispetto al mondo, essa è sempre coscienza – di, è un tendere verso qualcosa. Nella fenomenologia il dualismo cartesiano è rifiutato poiché sostituito attraverso il recupero del soggetto unitario d’esperienza: “La fenomenologia sostituisce al dualismo anima – corpo, quell’originaria correlazione corpo – mondo per cui noi ci sentiamo al mondo non come corpi fisici o estesi, definiti da lui “Korper” (Husserl, 1936), ma come corpi viventi “Leib” (Husserl, 1936), che si immettono in quella corrente di desiderio che produce l’azione e fa del corpo non l’ostacolo da superare, ma il veicolo del mondo. Husserl (1936) scrive: “Tra i corpi di questa natura trovo il mio corpo nella sua peculiarità unica, cioè come l’unico a non essere mero corpo fisico, ma corpo vivente”. Egli mette l’accento su corpo – che – sono-, non sul corpo– che – ho, avvicinandosi alla sfera dell’essere e non a quella dell’avere”. (E. Giusti, A. Iannazzo, “Fenomenologia e integrazione pluralistica”, 1998, p. 23, Edizioni Universitarie Romane, Roma).

Il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa viene così da essa escluso: “La mossa cartesiana della contrapposizione tra res cogitans e res extensa che è all’origine del riduzionismo idealistico e di quello materialistico è in questa prospettiva rifiutata drasticamente: ogni esperienza include un sapere precedente e implicito intorno a ciò che fa parte dell’oggetto stesso dell’esperienza, e questo sapere è essenzialmente quello di un soggetto unitario di esperienza. L’approccio fenomenologico di fronte alla difficoltà di individuare quel paradossale oggetto che è la mente, pone due soluzioni. Una eliminativistica (che è errata) che dissolve l’illusione dell’io, mostrandone la presunta inconsistenza teoretica, e l’altra, (corretta, invece) che interpreta la presenza ineliminabile dell’io non nei termini di un dualismo sostanzialista cartesiano, ma come riconoscimento di un mondo originario in cui l’essere è dato dall’interno” (De Monticelli, 2000).

Reale è per il fenomenologo la relazione intenzionale tra coscienza e mondo, infatti la distinzione posta da Cartesio fra mente e materia, fra io e mondo, ci ha fatto porre che il mondo possa essere descritto in maniera oggettiva, ossia senza mai menzionare l’osservatore umano. Tale descrizione oggettiva della natura è poi diventata nel tempo l’ideale di tutte le scienze.

La coscienza è intenzionale in quanto deriva da una correlazione originaria tra i miei atti di vissuto e le cose come si presentano nel mio orizzonte fenomenico: “l’immanenza materiale è invece la “cosa” che appare “nella” coscienza, il contenuto dell’oggetto nell’immanenza. Husserl vuole dunque affermare che la fenomenologia è possibile solo sul piano della datità immanente: “è la meravigliosa correlazione tra fenomeno di conoscenza e oggetto di conoscenza”, in cui la descrizione fenomenologica deve “approfondire tutte le forme di datità e tutte le correlazioni” (E. Franzini, “Cervello e filosofia: la genesi fenomenologica della coscienza”. Intervista in www.brainfacrotor.it). Essa non è un io equivalente a cosa, oggettivabile e indagabile secondo i metodi delle scienze naturali. Il fine voluto da Husserl è riacquistare una visione originaria della nostra coscienza intenzionale. Tale metodica venne da lui definita, riprendendo il termine dello scetticismo greco, “epochè”: “Egli chiamò questa procedura epochè, in quanto essa richiedeva che si sospendessero, come mettendoli fra parentesi i propri giudizi sul rapporto intercorrente fra esperienza e mondo reale. Husserl chiamò “atteggiamento naturale” il punto di vista dal quale tali giudizi vengono formulati; si tratta dell’atteggiamento generalmente noto come “realismo ingenuo”, consistente nella convinzione secondo la quale non solo il mondo sarebbe indipendente dalla mente o dalla conoscenza, ma le cose generalmente sarebbero così come appaiono. Mettendo fra parentesi la tesi dell’atteggiamento naturale, Husserl dichiarava di essere in grado di spiegare i contenuti intenzionali della mente esclusivamente dall’interno, e cioè senza riportarli agli oggetti mondani cui essi sembravano riferirsi” (F. Varela, E. Thomson, E. Rosch, “La via di mezzo della conoscenza”, p. 39, 1991, Milano, Feltrinelli). L’epochè permette di mettere tra parentesi l’atteggiamento naturale (giudizi o pregiudizi del senso comune, le teorie scientifiche astenendosi dal farne uso) al fine di descrivere l’esperienza così come si manifesta. Il metodo fenomenologico essendo descrittivo vuole riportare alla luce il mondo della vita e dunque la dimensione del vissuto esperito dall’uomo. La fenomenologia è qualcosa che si fa, infatti, “partendo dal basso”.

La fenomenologia con Husserl ha reagito all’interpretazione psicologica della coscienza come “cosa” (reificazione della coscienza), affermando che la coscienza è un atto, la cui caratteristica è l’intenzionalità diretta alle cose: “Io non vedo delle sensazioni di colore, ma degli oggetti colorati, né intendo sensazioni uditive ma la canzone del cantante” (E. Husserl, 1968, p. 374, “Ricerche logiche”, Il Saggiatore, Milano). L’intenzionalità è un concetto di lontana provenienza scolastica, che Husserl aveva ripreso da F. Brentano. Essa è il carattere a priori dell’essenza fenomenologica della coscienza, trascendentale, capace di costituire senso e significato e dunque la struttura invariante del vissuto. Quando ci eleviamo mediante l’epochè e la riduzione fenomenologica per considerare l’intenzionalità del vissuto, si notano nel vissuto che vi sono delle componenti immanenti, evidenti, immediate, ma non intenzionali. Husserl le definisce “dati iletici”, ovvero le impressioni sensibili che sono la materia dell’intenzionalità. Inoltre l’oggetto non è immanente all’intenzionalità piuttosto è trascendente l’intenzionalità e nell’intenzionalità è manifesto solo come componente non – reale: ovvero come significato e senso. Ogni atto di intenzionalità è composto da due elementi. Il “Noema ovvero l’unità di senso, ciò che la coscienza intenziona in quanto tale e dunque il contenuto, “il che cosa”, e la “Noesi” il “come” ciò che è avvenuto è sentito e dunque il processo. La riduzione fenomenologica, il mettere fra parentesi non è equivalente all’introspezione classica, piuttosto si concretizza in una libertà rispetto alla sospensione attuata che permette l’aprirsi di nuovi orizzonti e nuovi insight sul fenomeno indagato.

Vediamo con una breve panoramica sinottica, in via diacronica, come la coscienza è stata considerata dai vari fenomenologi nel Novecento. La coscienza per M. Merleau – Ponty, non è un contenitore interno, ricettacolo delle percezioni che provengono dal mondo esterno, ma è un originario essere fuori – di – sé ovvero una trascendenza: “Gli atti dell’io sono di natura tale che oltrepassano se stessi per cui non c’è intimità della coscienza. La coscienza è da capo a fondo trascendenza, non trascendenza subita, perché una simile trascendenza sarebbe il ristagno della coscienza ma trascendenza attiva. La coscienza che ho di vedere o sentire non è l’annotazione passiva di un evento psichico chiuso in sé e che mi lascerebbe incerto circa la realtà della cose sentita o vista […]ma è il movimento profondo di trascendenza che è il mio essere stesso, il contatto simultaneo con il mio essere e con l’essere del mondo” (M. Merleau – Ponty, “Fenomenologia della percezione”, 2003, 485 – 486, Milano, Studi Bompiani).

Sulla stessa linea si muove M. Heidegger il quale nell’analitica esistenziale di “Essere e tempo” supera la distinzione di interno ed esterno attraverso la nozione di Esserci (Dasein), intendendo con tale termine la condizione dell’uomo come essere – nel – mondo, essere “avanti a sé fuori di sé”, apertura verso il mondo, trascendenza, un “abitare” il mondo come orizzonte di possibilità e progettualità e dunque capace di declinarsi in familiarità, intimità con esso: “Il vero sé dell’uomo è sempre un progetto e l’autenticità è il decidersi risolutamente, l’esplodere verso la sua realizzazione superando la lontananza tra sé e il proprio progetto” (Cioffi, Gallo, Luppi, Vigorelli, Zanette, “Il testo filosofico”, Mondadori, Milano, p.1998, p. 143). Ecco le parole di Heidegger capaci di descrivere la seconda esteriorità rispetto alla pretesa interiorità della mente, ovvero l’essere – nel – mondo, l’Esserci: “Nel comprendere, l’Esserci (Dasein), non va al di là di una sua sfera interiore, in cui sarebbe dapprima incapsulato; l’Esserci, in virtù del suo modo fondamentale di essere, è già sempre “fuori”, presso l’ente che incontra, in un mondo già sempre scoperto” (M. Heidegger, “Essere e Tempo”, p. 133, 1978, Utet, Torino).

J. P. Sartre distingue l’essere per – sé della coscienza, dall’essere in sé delle cose, nega che la coscienza può essere ridotta a cosa, poiché essa è presenza a se stessa, soggetto pratico, coinvolta in un mondo storico affettivo, nel quale è già da sempre persa nella prosaica banalità quotidiana: “L’essere della coscienza, in quanto coscienza, è di esistere a distanza da sé, come presenza a sé, e questo niente di distanza che l’essere porta nel suo essere è il nulla” (J. P. Sartre, “L’essere e il nulla”, 1968, p. 122, Il Saggiatore, Milano). Il soggetto è un tutt’uno con la coscienza che ha di sé.

La coscienza viene tematizzata anche dal filosofo e psichiatra tedesco K. Jaspers, per il quale: “L’essere della coscienza non è come quello delle cose, ma la sua essenza è nell’essere diretto intenzionalmente agli oggetti. Questo fenomeno originario, tanto evidente quanto sorprendente, è stato chiamato intenzionalità” (K. Jaspers, “Filosofia”, p. 118, 1978, Utet, Torino). La coscienza secondo Jaspers, compie due operazioni fondamentali: è diretta all’oggetto e riflette su di sé ponendosi come autocoscienza: “L’io penso” e l”io penso che penso” coincidono in modo da non poter esistere l’uno senza l’altro. Ciò che dal punto di vista logico sembra assurdo, qui è reale e precisamente: l’uno non è come uno ma come due; con ciò non diventa due, ma resta uno in una modalità unica” (K. Jaspers, “Filosofia”, p. 119, 1978, Utet, Torino).

Dalla sinergia ed integrazione interdipendente, circolare e virtuosa, tra la neurobiologia del cervello e lo studio qualitativo e sistematico dell’esperienza cosciente proprio del mondo – della – vita, appartenente alla fenomenologia in quanto scienza descrittiva, nasce la neurofenomenologia di Francisco Varela. La neurofenomenologia come scienza della coscienza, è una valida opzione al riduzionismo – fisicalista della filosofia della mente, in quanto è in grado di restituire, attraverso un’indagine rigorosa, la complessità del pianeta uomo. I “qualia”, vengono presi in considerazione e valorizzati; la freschezza immediata, ingenua, percepita dell’esperienza umana viene colta nella sua qualità diretta propria del vissuto dove l’approccio fenomenologico permette di evitare il suicidio epistemologico del soggetto.

La scienza, che opera attraverso le categorie della logica formale, poiché derivante dal paradigma del riduzionismo figlio del Positivismo ottocentesco, da cui deriva nel nostro tempo il riduzionismo della filosofia della mente, opera un’esclusione dal proprio oggetto di indagine di ciò che è appartenente alla regione ontologica della qualità (coscienza, valori etici, estetici, culturali). Per la scienza è valida e reale ed è degna di studio, solo quella parte dell’essere che può essere misurato, verificato, quantificato. Il prezzo da pagare derivante da questa visione oggettivistica dell’uomo è una crisi di senso e significato, in quanto oblia il mondo della vita e gran parte del mondo personale, soggettivo e privato dell’uomo. Ecco le parole di Husserl al riguardo: “questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balia del destino; i problemi del senso o del non – senso dell’esistenza umana nel suo complesso[…]Essi concernono l’uomo nel suo comportamento di fronte al mondo circostante umano ed extra-umano, l’uomo che deve liberamente scegliere, l’uomo che è libero di plasmare liberamente se stesso e il mondo che lo circonda. Che cosa ha da dire questa scienza sulla ragione e la non –ragione, che cos’ha da dire su noi uomini in quanto soggetti di questa libertà? Ovviamente, la mera scienza dei fatti non ha nulla da dirci a questo proposito: essa astrae appunto da qualsiasi soggetto” (E. Husserl, “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale”, 1968, Il Saggiatore, Milano).

Bibliografia

Cioffi, Gallo, Luppi, Vigorelli, Zanette, “Il testo filosofico”, Mondadori, Milano, 1998.

De Monticelli R., La conoscenza personale – Introduzione alla fenomenologia, Guerini Associati, Milano, 2000.

Franzini E., “Cervello e filosofia: la genesi fenomenologica della coscienza”. Intervista in www.brainfacrotor.it

Giusti E., A. Iannazzo, “Fenomenologia e integrazione pluralistica”, Edizioni Universitarie Romane, Roma, 1998.

Heidegger M., “Essere e Tempo”, Utet, Torino, 1978.

Husserl H., “Ricerche logiche”, Il Saggiatore, Milano, 1968.

Merleau – Ponty M., “Fenomenologia della percezione”, Milano, Studi Bompiani, 2003.

Varela F.,Thomson E.,Rosch E., “La via di mezzo della conoscenza”, Milano, Feltrinelli, 1991.

Please cite this article as: Andrea Duranti (2023) La coscienza nella fenomenologia. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/rivista/numero-46/la-coscienza-nella-fenomenologia/

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