Recensione articolo: “Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche”

Andrea Duranti

Di Andrea Duranti

Pubblicato sul numero 42 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Ogni cosa è profondamente intrecciata con le altre; e sacro il filo che tiene legate le cose. Nessuna, certamente, può dirsi estranea a un’ altra.” (Marco Aurelio, Ricordi, VII, 9)

 

Introduzione

Qual è il nuovo paradigma auspicato dalla Commissione nazionale Discipline Mentali nel loro articolo “Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche” (Dis.Men Sipnei), pubblicato nella rivista “Pneireview” n. 1?

La domanda risulta centrale per comprendere il nucleo della ricerca presente, al fine di dirimere questioni vitali nella pratica clinica dello psicologo/psicoterapeuta e del medico.

Spesso nella storia della psicologia e nella storia della medicina, in Occidente, ci si è polarizzati in due modalità cristallizzate, il riduzionismo monista della psicologia che sfocia nello spiritualismo (tutto il reale è mentale) o il riduzionismo monista della medicina e della neuroscienze che sfocia nel biologismo (tutto il reale è materia e corpo, la mente è il cervello). Questa modalità di comprendere l’umano che ha una prassi clinica, è stata permessa da assunti culturali e paradigmi di pensiero che affondano le radici nel pensiero dualista Occidentale, in particolare nell’età classica in Platone ed Agostino (il corpo inteso come carcere dell’anima) e nell’età moderna con Cartesio1 (res cogitans e res extensa), come ricorda Umberto Galimberti: “Preparato dall’anima platonica, la cui unica aspirazione era quella di liberarsi dal corpo e dal mondo, l’ego cogito di Cartesio è ciò che resta di un’astrazione preliminare che prescinde da tutto ciò che è corporeo”2. Ciò ha portato alla sparizione delle persone che chiede aiuto come unità biopsichica, e a modalità operative nella prassi clinica dicotomiche e iper specialistiche, dove la mente è appannaggio esclusivo dello psicologo e il corpo è il campo esclusivo del medico.

Una domanda sorge a partire da questi assunti: “Con tale modello teorico monista e riduzionista, dove il corpo è ridotto alla stregua di un oggetto – corpo anatomico e non soggetto di vita – che tipo di cura il paziente avrà?”. Già Gregory Bateson negli anni Settanta del Novecento denunciava la scarsa “saggezza della medicina”: “All’interno della medicina c’è una conoscenza straordinariamente scarsa del corpo visto come sistema auto – correttivo organizzato in modo cibernetico e sistemico. Le sue interdipendenze interne sono pochissimo comprese. Cannon ha scritto un libro sulla Saggezza del corpo, ma nessuno ha scritto un libro sulla saggezza della medicina, poiché è proprio la saggezza che le fa difetto. Per saggezza intendo la conoscenza del più vasto sistema interattivo”3.

Al contempo introducendo una nuova modalità di lettura, un nuovo paradigma che include il “più vasto sistema interattivo” augurato dal grande epistemologo G. Bateson, in cui il paziente viene considerato dallo psicologo/psicoterapeuta o dal medico come organismo unitario ed inscindibile, dove è presente una comunicazione bidirezionale tra corpo e mente, un’altra domanda sorge: “Che effetti avrà questo differente modello teorico – operativo nella cura del paziente?”.

Tale modalità di lettura del disagio del paziente, dove l’essere umano viene visto come totalità organica energetica di sistemi complessi interagenti tra di loro, con solide radici nel sistema nervoso centrale, viene dalla recente disciplina PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia), in cui per dirla con Thomas Kuhn si attua “un cambio di paradigma” epocale. In tale paradigma: “La psiche emerge dal livello biologico, ma è anche capace di retroagire sui circuiti nervosi da cui sorge modificandoli. E’ condizionata dalla rete di relazioni biologiche interne all’organismo, derivanti dall’alimentazione, all’attività fisica, dallo stato dei grandi sistemi di regolazione fisiologica (network neuroendocrino immunitario); al tempo stesso, retroagisce su tali sistemi, svolgendo un ruolo determinante nell’equilibrio salute – malattia”4.

Un po’ di storia in ambito neuro scientifico

Facciamo un po’ di storia per comprendere la nascita di questa alternativa modalità di operare nella clinica, frutto del modello PNEI.

Nel 1936 Hans Selye dimostrò che la reazione allo stress è aspecifica alla natura dello stimolo o stressor. Ricerche poi successive apportarono contributi nel dimostrare come lo stress può essere elicitato da fattori fisici, affettivi e psicologici. A fronte di uno stimolo stressante si attiva una risposta del sistema simpatico e dall’asse ipotalamo – ipofisi – surrene si crea una sovrapproduzione neuroendocrina e neurovegetativa che libera ormoni (cortisolo e adrenalina, noradrenalina) dalle surrenali.

A metà degli anni Settanta, il fisiologo tedesco, Hugo Besedovsky dimostrò come la reazione di stress con l’aumento delle produzione di cortisolo da parte delle surrenali, crea una soppressione della risposta immunitaria. Dunque si rese noto come tra cervello, stress e immunità è attiva una forte interrelazione.

Edweck Blalock dimostrò che i linfociti hanno recettori per gli ormoni e i neurotrasmettitori prodotti dal cervello che producono ormoni e neurotrasmettitori sono simili a quelli cerebrali. Era così dimostrata la comunicazione bidirezionale tra cervello e immunità.

A superamento del riduzionismo e a favore di una visione sistemica ed integrata dell’organismo umano vengono in aiuto i contributi recenti di Joseph LeDoux, di Antonio Damasio e Eric Kandel.

Joseph LeDoux ci ricorda come le emozioni sono input processati dal network corticale e dalla semantica messa in campo dalle categorie interpretative del soggetto: “Le emozioni quindi sono costruite a partire dalla registrazione dei segnali che vengono dall’attivazione dei circuiti difensivi, ma che trovano il loro particolare significato nelle categorie psichiche interpretative messe in campo dal soggetto, che sono il frutto della sua personale storia di sviluppo. Come scrive Lisa Feldman Barrett: “Le emozioni non sono reazioni al mondo. Sono la tua costruzione del mondo (Barrett, 2017, p. 104)”5.

Antonio Damasio dopo il classico libro L’errore di Cartesio (1995) dove poneva l’unità dell’organismo di tipo neurologico verticistico, nel recente: Lo strano ordine delle cose. Vita, sentimenti e la creazione della cultura (2018), vede l’organismo nella sua complessità, dove la mente non viene identificata, né con il corpo, né con il sistema nervoso, ma risulta essere il prodotto dell’interazione tra corpo e sistema nervoso: “Il nostro organismo contiene un corpo, un sistema nervoso e una mente che deriva da entrambi”6. Inoltre l’autore mette in luce nel testo, un altro aspetto importante da tenere in considerazione per la disciplina PNEI, ovvero il ruolo del sistema immunitario rispetto alle emozioni. Scrive infatti: “I sentimenti non sono eventi neurali isolati. E’ coinvolto in modo cruciale il corpo vero e proprio, un coinvolgimento che vede partecipare altri sistemi omeostaticamente importanti e decisivi come il sistema endocrino e immunitario. I sentimenti sono simultaneamente e interattivamente fenomeni interamente del corpo e del sistema nervoso”7.

Eric Kandel auspica, nei suoi ultimi lavori scientifici, un nuovo umanesimo scientifico, dove centrale rimane la convinzione che la genetica, nei prossimi anni grazie a test clinici del DNA, ci darà la possibilità di conoscere i soggetti a rischio di disturbo mentale e al contempo il neuroscienziato, apre spiragli nel contemplare come l’ambiente e il comportamento influiscono sulla plasticità cerebrale: “Per lo scienziato inglese occorre infatti costruire un modello intellettuale per le scienze psicologiche, superando la vecchia contrapposizione tra biologico e culturale, semplicemente attraverso il riconoscimento che la cultura e cioè i comportamenti, l’ attività psichica, sono in grado di modificare l’attività dei geni. A loro volta, i geni strutturano e consolidano l’attività psichica e i comportamenti. Questo modello ha delle notevoli ripercussioni pratiche: sulla concezione dei disordini psichiatrici; sulla loro cura, in quanto è evidente che anche la psicoterapia ha effetti biologici”8. L’attività fisica, la nutrizione, lo stress, la psicoterapia, la mindfulness, gli stili di vita, la cultura, modellano i circuiti nervosi in modo funzionale o disfunzionale. Dunque i geni si esprimono in relazione con l’ambiente, il quale in maniera retroattiva plasma il corpo: “Al posto del paradigma riduzionista e determinista è emerso un nuovo paradigma che vede il genoma non più come un centro direttivo che impartisce istruzioni all’organismo, bensì come un dispositivo adattativo che risponde alle esigenze ambientali regolando l’espressione genica”9.

Le attuali neuroscienze dunque smentiscono l’equivalenza monista e riduttivista tra mente e cervello e dimostrano come la dimensione mentale, plasmata dai network biologici, retroagisce sulle funzioni cerebrali: “Solo fino a vent’anni fa termini come mente, emozione, e coscienza non erano neppure menzionati nei testi di medicina, in quanto il corpo era considerato come una realtà a sé stante separata dalla mente. […]Negli anni Novanta c’è stata una crescita significativa degli studi sulla neurobiologia delle emozioni, e si è visto che la disregolazione del sistema dello stress da parte di emozioni, traumi ed eventi stressanti in genere altera potentemente l’assetto e il funzionamento del sistema immunitario”10.

Il corpo e la mente nella psicologia moderna

Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua migliore saggezza” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

In ambito psicologico con Freud il corpo è stato considerato come luogo di produzione di istinti, dunque di spinte pulsionali, ma al contempo considerato terreno di battaglia con la psiche, sua antimateria: corpo più metafisico e metaforico che reale, descritto e conosciuto. All’inizio della sua carriera lo psicoanalista viennese massaggiava i suoi pazienti, oppure poggiava la mano sulla loro fronte per stimolare le libere associazioni. Successivamente, sviluppando la teoria della nevrosi su base sessuale, egli si astenne dal contatto fisico e si focalizzò sull’ascolto verbale. Permane il messaggio che il corpo diveniva secondario, non era centrale come la mente durante il lavoro analitico.

Altri autori hanno tematizzato la relazione integrata tra biologico e psicologico, come Jung con il costrutto dell’energia psichica, W. Reich con la teoria dell’orgone, Perls con gli istinti fondamentali, mentre altre correnti psicologiche del Novecento hanno sancito un divorzio tra psicologia e biologia come il comportamentismo, il cognitivismo e la psicologia della personalità (Allport e Murray).

Un autore che ha portato in luce la radice anti – riduzionista della psicologia e che risulta essere un antesignano teorico all’approccio PNEI è William James che nei Principi di Psicologia del 1890, in contrasto con la visione dell’essere umano come “automa cosciente” di Thomas H. Huxley, sottolinea come la mente è il prodotto del corpo e al contempo come essa modifica il funzionamento dello stesso: “Non c’è modificazione mentale che non sia accompagnata o seguita da modificazioni corporee” (W. James, 1890, pag. 5).

Vicina alla visione di William James si pone Pierre Janet che nel suo testo fondamentale La medicina psicologicadel 1923, prende in considerazione temi caldi quali la natura della psicoterapia e le relazioni tra psicologia e medicina. Janet all’interno del lavoro psicoterapeutico includeva trattamenti fisici come l’attenzione all’alimentazione. Rispetto all’alimentazione, ad esempio “troppo ricca di carne”, contempla la possibilità che questa può provocare un’autointossicazione (oggi verrebbe chiamata infiammazione) foriera di psicosi. Janet è consapevole che medicina e psicologia sono separate come scienze, ma la loro realtà nel reale è unita. Tale unione tra mente e corpo è alla base del paradigma PNEI.

Nella Psicologia moderna la visione bidirezionale mente – corpo dunque si manifesta già in William James e in Pierre Janet, poi con la PNEI verrà ampliata nello studio delle relazioni tra i vari sistemi integrati, come quello neurologico, psicologico, immunologico ed endocrino.

Grazie alla PNEI e alla visione bidirezionale mente/corpo, oggi lo psicologo/psicoterapeuta o il medico possono prendere in considerazione la possibilità diagnostica, ad esempio, che un disturbo dell’umore deriva da una disbiosi intestinale11: “In questo complesso sistema di reti, a loro volta l’intestino e il suo microbiota sono in grado di influenzare e regolare attraverso un meccanismo bottom – up il funzionamento armonico del sistema limbico – ipotalamico. […]. La letteratura ha ormai chiarito il ruolo della disbiosi e dell’infiammazione intestinale che ne consegue nella patogenesi dei disturbi ansioso – depressivi, finanche alle forme psicotiche vere e proprie. Il nostro intestino dunque, può essere considerato un secondo cervello e insieme al macrobiota intestinale gioca un ruolo importante nel regolare l’umore dell’individuo e nell’aggravare disturbi come ansia e depressione”12. A conferma di tale visione, scrivono gli autori dell’articolo oggetto di riflessione: “Ciò consente alle scienze psicologiche di identificare il fatto che l’equilibrio psichico può essere influenzato da una molteplicità di fattori: biologici endogeni, come il microbiota e il sistema immunitario, ambientali, come l’esposizione a inquinanti e pesticidi, soprattutto nelle prime fasi della vita; comportamentali come l’alimentazione e la sedentarietà; come status sociale, come vivere in un Paese ad alto tasso di disuguaglianza sociale. Insomma è possibile portare nell’orizzonte della psicologia contemporanea, indipendentemente dal suo orientamento, la valutazione dell’individuo nella sua interezza, evitando il biologismo (nelle sue diverse forme contemporanee, incluse le neuroscienze riduzioniste) e lo spiritualismo (nelle sua diverse forme contemporanee, incluso il costruttivismo radicale)”13.

Oggi grazie al modello PNEI il corpo viene preso in considerazione ancora di più (già alcune forme di psicoterapia avevano dato nel Novecento valore nel lavoro al corpo come la Gestalt – Theraphy o la Bioenergetica di Reich e Lowen) nel lavoro terapeutico e può dare voce e trovare ascolto nel setting. Quale ascolto per il corpo? Un “ascolto interocettivo” dove il terapeuta aiuta il paziente ad ascoltare le proprie emozioni, attraverso l’attenzione ai segnali non verbali spesso in contrasto tra di loro e con la parola detta: “se il terapeuta non invita il paziente all’ascolto interocettivo e rimane solo sul piano cognitivo della conversazione, il paziente non può cogliere importanti segnali che il suo corpo gli stia inviando per comprendere e far fronte alla situazione problematica, sia essa concreta che interiore […]. Il terapeuta che, sapendo leggere le sfumature, i micromovimenti, le modulazioni del corpo del paziente che racconta, lo invita a soffermarsi su tali segnali durante la seduta sta aiutando il sistema nervoso di quel paziente ad orientarsi ad andare nella direzione dello stato mentale e dell’azione che lo farà stare meglio. Nel proporgli inoltre delle tecniche che supportino un fine ascolto interocettivo (come esercizi di respirazione, di rilassamento, di visualizzazione e meditazione, di espressività emozionale e motoria), sta sollecitando il paziente a riappropriarsi di un fondamentale strumento fisiologico di lettura, comprensione e regolazione dei suoi stati interni”14.

Nell’approccio PNEI le scienze psicologiche con i loro interventi ambientali, permettono di incidere nel funzionamento cerebrale come suffragato dalle indagini in vivo del cervello umano grazie alle nuove tecnologie delle neuroscienze: “Dalla neurobiologia contemporanea, infatti, sappiamo che anche la coscienza è radicata nel corpo. L’attività mentale non solo sorge da un certo livello di complessità dall’attività cerebrale, ma è in grado anche di cambiare la configurazione dei circuiti nervosi, come dimostrano studi sulla plasticità cerebrale e sulla produzione di nuove cellule nervose del cervello adulto (cosiddetta neurogenesi)” 15.

All’intervento squisitamente psicoterapico si affiancano interventi come la Mindfulness e i suoi protocolli come l’MBSR (Mindfulness based stress reduction) o l’MBCT (Mindfulness based cognitive therapy).

Ciò è stato recepito dalla Psicoterapia cognitivo – comportamentale che nel suo dipanarsi diacronico (Fase Comportamentale – Pavlov, Watson, Skinner, / Fase cognitiva – CBT – Ellis e Beck) ha acquisito nel suo paradigma la Mindfulness dando vita alla “Terza Ondata” del cognitivismo tramite approcci come l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), la DBT (Dialectical Behavior Therapy), la CFT (Compassion Focused Therapy). Come ricorda S. L. Shapiro e L. Carlson in “L’Arte e la Scienza della Mindfulness” a proposito della capacità della Mindfulness di incidere sul cervello : “Studi neuro scientifici sulle differenze anatomiche tra i sistemi attentivi dei cervelli dei meditanti e dei non meditanti hanno offerto nuove prove a sostegno del fatto che la coltivazione della mindfulness può modificare positivamente le strutture stesse del cervello. Ricerche recenti hanno rilevato che le regioni del cervello associate all’elaborazione delle percezioni sensoriali risultano più spesse in meditanti esperti, rispetto a quelle dei partecipanti del gruppo di controllo abbinato. Inoltre, lo spessore corticale è proporzionato all’esperienza meditativa: coloro che praticano da più tempo hanno mostrato di avere maggiore quantità di materia grigia nelle aree considerate”16.

Gli apporti recenti della Mindfulness

Un terapeuta per essere d’aiuto deve praticare la piena presenza mentale e coltivare l’energia della compassione”Thich Nhat Hanh

Cosa si intende con la parola “Mindfulness”, oggi molto presente nel lessico della psicologia e del benessere personale? Con il termine “Mindfulness” ci si riferisce ad un processo di attenzione consapevole, intenzionale e non giudicante della propria esperienza psicofisica, nel momento in cui essa viene vissuta, ovvero: “stato di coscienza che implica l’essere consapevolmente presenti all’esperienza interna ed esterna, momento per momento”17.

La Mindfulness come pratica formale o non formale di meditazione, permette di mettere in comunicazione la mente e il corpo, grazie al medium fisico del respiro, in modo che gli altri elementi (sensazioni, emozioni e pensieri) vadano sullo sfondo. La mente così ancorata al corpo, si acquieta, disidentificandosi con i contenuti mentali, e grazie alla consapevolezza non giudicante, viene riportata al qui ed ora, anziché ai continui spostamenti che per sua natura (monkey – mind) tende a fare tra passato (memorie traumatiche o ricordi piacevoli) e futuro (anticipazioni di eventi).

Ecco cosa ci dice il padre della Mindfulness, J.K. Zinn, a proposito del medium del respiro: “Il respiro di per sé ha un’influenza calmante, specialmente quando lo senti scorrere nella pancia. E’ come un vecchio amico: ti ancora, ti dà stabilità, come un pilastro di un ponte saldamente ancorato alla roccia, intorno al quale l’acqua scorre. Oppure è come scendere qualche metro sotto la superficie del mare, dove l’acqua è sempre calma anche quando sopra c’è burrasca. Il respiro ti riconduce alla calma e alla consapevolezza, quando per un momento la perdi. Ti rende consapevole del tuo corpo, delle tensioni che senti. Ti ricorda di esaminare i tuoi pensieri e le tue emozioni. Magari ti fa vedere quanto sei reattiva e ti permette di identificarti meno con la tua reazione”18.

Il terapeuta Mindful, pratica costrutti nel setting che si rifanno al buddismo e che ritroviamo anche nella psicologia umanistica (Maslow, Perls, Rogers, May): accettazione incondizionata, rilevanza nel qui ed ora rispetto al là ed allora, osservazione di sé e dell’altro in modo non giudicante, non direttività, valore dell’empatia nella relazione terapeutica, valore delle polarità, considerazione dell’individuo in termini organismici ed esperienziali. Gli stessi costrutti e processi sono validati dalle terapie cognitive di terza ondata che : “mettono in primo piano la relazione emozionale e relazionale della psicoterapia, lavorando allo sviluppo di competenze da parte del paziente non prettamente cognitive, come l’accettazione della sofferenza, l’auto – osservazione, la compassione verso sé e gli altri, l’osservazione non giudicante: dimensioni psichiche riprese dalla tradizione meditativa di origine buddista”19.

S. Shapiro e L.E. Carlson suggeriscono di fare della seduta di terapia una pratica di Mindfulness informale, affinché si possano portare le qualità esplicite che si sviluppano nella pratica quotidiana formale, nella seduta terapeutica: “All’inizio di ogni seduta, connettersi al proprio respiro e al proprio corpo e formulare l’intenzione di portare la pratica informale nell’incontro, aiuta il terapeuta. Egli ha bisogno, per prima cosa, di radicarsi nel momento presente, di sapere, prima di incontrare il paziente ciò che è presente dentro di sé: tensione fisica, emozioni, pensieri e aspettative, per essere consapevole di cosa egli stesso sta portando dentro la seduta. Nel corso dell’incontro, il terapeuta applica un ascolto intenzionale momento per momento, a se stesso e al paziente senza giudizio, aperto, accudente, e con discernimento, dando vita all’intenzione che risveglia periodicamente, domandandosi: “Sono pienamente presente? Sono consapevole?” e riconnettendosi consapevolmente al respiro e al corpo, come modo per ancorarsi e radicarsi durante la seduta”20.

La pratica della meditazione e un’adeguata attività fisica, risulta essere dunque una buona manutenzione per la persona dello psicologo/psicoterapeuta. In ambito PNEI è stato elaborato un metodo specifico chiamato PNEIMED (Meditazione ad orientamento Psiconeuroendocrinoimmunologico), creato da Bottaccioli e Carosella21, capace di aiutare la persona ad avere una relazione più confidenziale con i propri pensieri, calmare la mente, sviluppare attenzione stabile, esercitare la memoria, acuire la percezione sensoriale e la conoscenza di se stessi. Francesco Bottaccioli ricorda come: “Diversi studi, infatti, dimostrano che l’attività fisica, soprattutto di tipo aerobico (camminate, corse, vari tipi di sport), ha un’azione protettiva del cervello e del tessuto nervoso in genere. Incrementa le abilità cognitive, attenua i deficit motori, addirittura si mostra capace di stimolare la produzione di nuove cellule nervose, migliora deficit neurologici che si manifestano in malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer e la sclerosi multipla. Inoltre, una regolare attività fisica, bloccando la perdita di neuroni collegati all’età, si comporta come un potente fattore anti invecchiamento. Inoltre, gli effetti cerebrali dell’esercizio fisico sono del tutto simili a quelli prodotti dai più moderni farmaci antidepressivi e ansiolitici”22.

La Relazione interpersonale

Alla luce degli studi dell’epigenetica, fondamentale risulta la relazione interpersonale diadica o gruppale, matrice e cifra strutturale nella formazione della mente umana. A tal proposito gli autori dell’articolo sottolineano come: “La ricerca novecentesca, in maniera trasversale rispetto ai diversi saperi disciplinari (psicologia, neurobiologia, filosofia) ha mostrato invece come la capacità di pensare ed apprendere siano funzioni che si costituiscono all’interno e tramite il forte influenzamento delle nostre relazioni. Un portato delle relazioni precoci, quali matrici e delle successive relazioni significative (tra cui quelle terapeutiche), quali potenziatori modificatori, dei modelli mentali inconsci”23.

La relazione, nella formazione e sviluppo della mente, è un leitmotiv trasversale che si estende durante tutto il ciclo di vita, dal rapporto primario, bambino e caregiver nello stabilire lo stile di attaccamento e nella regolazione delle emozioni, a future relazioni che andranno ad incidere su tutto il sistema ingrato mente – corpo, come ad esempio, come quella educativa, docente/studente o quella terapeutica, tra psicologo/psicoterapeuta e paziente. La relazione interpersonale si configura come dispositivo ambientale che ha delle ricadute sui circuiti nervosi cerebrali: “la ricerca di base documenta le influenze dei comportamenti sulla cosiddetta plasticità cerebrale soprattutto nelle prime fasi di sviluppo (ma non esclusivamente), mostrando la via e le modalità con cui la psiche, la cultura, e l’organismo intero retroagiscono sull’assetto dei circuiti nervosi modellandoli in senso adattivo o disadattivo”24.

Nelle teorie psicoanalitiche e nella pratica clinica la relazione risulta essere un costrutto passepartout. La teoria delle relazioni oggettuali di M. Klein, la funzione alpha di Bion, la psicoanalisi interpersonale di Sullivan, il modello relazionale di Mitchell e Greenberg, la psicoterapia relazionale dei cognitivisti di oggi, hanno messo al centro la relazione: “Lingiardi sostiene che la psicoanalisi contemporanea è impegnata a modificare alcuni pilastri su cui si reggeva la psicoanalisi classica, abbandonando il modello pulsionale, ridimensionando il ruolo dell’insight e del conflitto, rivalutando quello dell’ambiente e del trauma reale, revisionando la teoria psicosessuale e le sue convinzioni omofobe (Lingiardi 2016 p. 512) […] e ripensando lo stesso atteggiamento dello psicoanalista come “schermo bianco” a favore di un’enfasi sulla relazione terapeutica e sull’esperienza emozionale correttiva” (Eagle, 2016, p. 440).25

Alla base della relazione troviamo l’attaccamento, studiato da J. Bowlby e M. Ainsworth. Possiamo definire l’attaccamento come un comportamento innato nella specie umana in cui il bambino nasce con un set di comportamenti per stimolare nell’adulto di riferimento la risposta di accudimento e protezione. 

L’attaccamento ha tre funzioni fondamentali per il bambino, quali: mantenere il contatto fisico con il caregiver, offrire conforto e sostegno, garantire la sicurezza, ovvero una base sicura. Esso si manifesta intensissimo nell’infanzia e nell’adolescenza e perdura tutta la vita facendo conoscere all’essere umano le emozioni intense dell’innamoramento, la gioia e la tenerezza per il mantenimento del legame e il dolore per la sua eventuale perdita. L’uomo è, infatti, un essere relazionale (L’uomo è un animale politico secondo Aristotele) e l’identità della persona nasce e si forma attraverso la dialettica continua tra un io e un tu. Quando il bambino che si sente “visto” ed accolto dal proprio genitore nei suoi bisogni, allora si sviluppa un senso di sé coeso e vivo. L’ontogenesi del Sé nasce da  una sintonizzazione affettiva (Daniel Stern) tra la madre e il bambino che si esplicita in un: Mi pensi, mi guardi, dunque io sono, esisto e poiché sono pensato come un essere pensante, arrivo a pensarmi con un essere dotato di una mente (cfr. la “funzione riflessiva” di Fonagy). 

E’ attraverso il riconoscimento dell’ Altro che si forma il Sé della persona. Tale visione della psicologia evolutiva è in rottura con il modello proposto all’inizio della filosofia moderna da Cartesio. Nel  penso dunque sono di tipo cartesiano, il cogito si autoriconosce  ed autolegittima in modo solipsistico e non arriva a formularsi come struttura intersoggettiva. In tal modo nel modello cartesiano, l’uomo è concepito in una forma monadica in cui si pone come soggetto universale stagliato in un orizzonte atemporale. Ecco che il pensiero moderno ha obliato l’alterità personale, il Tu nella formazione dell’Io: “E’ stata la cosiddetta “svolta relazionale” a mettere successivamente in luce e in questione il sostrato cartesiano che pur residuava al fondo di tale nozione estesa di soggettività. C’era infatti in Freud ancora l’idea che il cogito, come capacità di pensare (intesa in senso ampio e anche pre – verbale) non richiedesse supporti specifici per svilupparsi, al pari di una sorta di “dispositivo innato” che l’individuo era in grado di esercitare autonomamente sin dalle primissime fasi di vita”26.

Il  rapporto Io – Tu27 si costituisce a partire da un a priori della relazione che è l’empatia28. Solo tramite l’abilità di immedesimarmi nell’altro e di cogliere ciò che vive, il suo schema di riferimento interno, mi permette di entrare in risonanza consapevole e di sviluppare un rapporto intimo, scevro da un  utilizzo strumentale depauperante (relazione io – esso) dell’altro. Nella relazione Io – Tu si crea un contenitore positivo dove attingere per trarre un senso di pienezza esistenziale, dove può emergere non tanto che cosa è ciascuno, ma chi è.

La relazione Io – Tu è fondamentale nella relazione terapeutica, in cui durante il processo relazionale avviene il  Tu che mi guardi, tu che mi racconti, per ricordare il titolo di un importante libro di filosofia della narrazione scritto da Adriana Cavarero. E’ attraverso l’incontro “pieno” della diade paziente/terapeuta, grazie alla relazione empatica, autentica e genuina tra paziente e terapeuta,  che  quest’ultimo  apprende forme inedite e funzionali di stare al mondo e che potrà riportare fuori la seduta nella sua vita quotidiana. E’ nel luogo protetto della terapia che il cliente può  disvelarsi, apprendere a fare parresia, fare verità di sé a sé attraverso l’ascolto profondo ed empatico del terapeuta (poiché vengo ascoltato apprendo ad ascoltarmi), a fare chiarezza, ad operare un rischiaramento della propria esistenza per apprendere sempre più ad  “abitare” nella propria verità e nella pienezza di significato.

Dunque a conclusione aperta e in divenire di questo articolo sul tema PNEI, si delinea come i modelli di cura su base riduzionista risultano essere parziali ed inefficaci come modelli di comprensione e cura dell’umano. Come ci ricordano gli autori dell’articolo analizzato, a proposito della biologia contemporanea inevitabile e fecondo è il confronto e l’interazione con la psicologia contemporanea: “Oggi le scienze biologiche sono il motore di una rivoluzione di portata epocale, che crea condizioni inedite di confronto e collaborazione tra psicologia e biologia, gettando su basi assolutamente nuove la costruzione di una teoria della natura umana”29. All’interno delle professioni sanitarie di cura il modello PNEI risulta, a partire dagli studi attivati dai neuroscienziati LeDoux, Kandel e Damasio, un modello e una prassi clinica felice, capace di prendere in cura l’essere umano nella sua globalità.

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1 A proposito della concezione Cartesiana nello studio scientifico della mente e del suo recente sviluppo, Paolo Legrenzi sottolinea come: “L’importanza di questa concezione è enorme, e spiega la grande fortuna, soprattutto postuma, delle opere di Cartesio. Da un lato, vengono spazzate via tutte le ipoteche metafisiche nello studio del corpo umano. I problemi religiosi che possono porsi sono relativi alla res cogitans, e non alla res extensa. Ciò consente di dare un enorme impulso alle ricerche anatomiche e fisiologiche. Il prezzo che si paga però è il perdurare del veto alle ricerche scientifiche sui problemi del pensiero, che possono essere indagati ancora esclusivamente sul piano filosofico, con tutte le ipoteche poste soprattutto dal potere religioso” (P. Legrenzi, Storia della psicologia, Il Mulino, Bologna, 1999).

2 U. Galimberti, Il Corpo, Feltrinelli, Milano, 1983, pag. 155.

3 Bateson G., Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano, 1976, pag. 473.

4 Bottaccioli F., in Salvini A., Dondoni M, Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, Milano, 2011, pag. 152.

5 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag 16.

6 A. Damasio, Lo strano ordine delle cose. Vita, sentimenti e creazione della cultura, Adelphi, Milano, 2018, p. 83.

7 A. Damasio, Lo strano ordine delle cose. Vita, sentimenti e creazione della cultura, Adelphi, Milano, 2018, p. 146.

8 Bottaccioli F., in Salvini A., Dondoni M, Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, Milano, 2011, pag. 172.

9 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 31.

10 Manera S., Cervello Intestino, un legame indissolubile, Macro, Cesena, 2021, pag. 21 – 23.

11 A tal proposito si rimanda a: Manera S., Cervello Intestino, un legame indissolubile, Macro, Cesena, 2021 e a F. Bottaccioli, A.G. Bottaccioli, Carosella A., La saggezza del secondo cervello, Tecniche nuove, Milano, 2015.

12 Manera S., Cervello Intestino, un legame indissolubile, Macro, Cesena, 2021, pag. 21.

13 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pagg. 31 – 32.

14 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 56.

15 Bottaccioli F., in Salvini A., Dondoni M, Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, Milano, 2011, pag. 152.

16 S. L. Shapiro, L. E. Carlson, L’Arte e la Scienza della Mindfulness, Piccin, Padova, 2012, pag. 124.

17 Didonna F., Manuale clinico di Mindfulness, Franco Angeli, Milano, 2012, pag. 42.

18 J. K. Zinn, Vivere momento per momento, TEA, Milano, 2011, pag. 190.

19 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 24.

20 S. L. Shapiro, L. E. Carlson, L’Arte e la Scienza della Mindfulness, Piccin, Padova, 2012, pag. 29.

21 A tal proposito si veda: F. Bottaccioli, A. Carosella, Meditazione psiche e cervello, Tecniche nuove, Milano, 2012.

22 Bottaccioli F., in Salvini A., Dondoni M, Psicologia clinica dell’interazione e psicoterapia, Giunti, Milano, 2011, pag. 164 – 165.

23 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 45

24 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 18

25 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 20

26 L. Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 45.

27 Rispetto a tale costrutto si veda: Buber M., Il Principio Dialogico, Ed. San Paolo, Torino, 2005.

28 Rispetto a tale tema di solito appannaggio della psicologia e della filosofia, si vedano gli studi sui neuroni specchio (mirror neurons) di Giacomo Rizzolati, Vittorio Gallese e il gruppo di Parma, che permettono di studiare il fenomeno dal punto di vista corporeo e cerebrale. Studi che vanno a corroborare la direzione aperta dalla PNEI.

29 L.Bastianelli et al, Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche, Franco Angeli, Milano, pneireview n. 1 anno 2021, pag. 31.

Please cite this article as: Andrea Duranti (2021) Recensione articolo: “Un nuovo paradigma per le scienze e le professioni psicologiche e psichiatriche”. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/rivista/recensione-articolo-un-nuovo-paradigma-per-le-scienze-e-le-professioni-psicologiche-e-psichiatriche/

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