DI LUPI, TERRITORI, BATTAGLIE E DIFESE

Abstract

Alcune riflessioni a proposito di rabbia ed aggressività per un utilizzo del movimento in psicoterapia. Se una la persona è disposta ad incontrare i contenuti emotivi più difficili e passa da uno stato di immobilità ad uno di movimento può attivare e mobilitare in modo diverso l'energia aggressiva, e può quindi esprimerla anziché agirla compulsivamente. Abstract: Some thoughts about anger and aggression for the use of the movement in psychotherapy. If a person is willing to meet the most difficult emotional contents and moves from a state of immobility to one of movement, then the person can activate and mobilize the aggressive energy differently, and can therefore express it rather than act compulsively. Keywords: rabbia, aggressività, movimento, espressione, psicoterapia.

Giovanni Ruggiero

di Giovanni Ruggiero
Psicologo – Psicoterapeuta

Pubblicato sul numero 25 di  Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia.

Abstract: Alcune riflessioni a proposito di rabbia ed aggressività per un utilizzo del movimento in psicoterapia. Se una la persona è disposta ad incontrare i contenuti emotivi più difficili e passa da uno stato di immobilità ad uno di movimento può attivare e mobilitare in modo diverso l’energia aggressiva, e può quindi esprimerla anziché agirla compulsivamente.

Abstract: Some thoughts about anger and aggression for the use of the movement in psychotherapy. If a person is willing to meet the most difficult emotional contents and moves from a state of immobility to one of movement, then the person can activate and mobilize the aggressive energy differently, and can therefore express it rather than act compulsively.

Keywords: rabbia, aggressività, movimento, espressione, psicoterapia.

Alcune riflessioni a proposito di rabbia ed aggressività per un utilizzo del movimento in psicoterapia

“C’è proprio qualcosa da imparare anche per noi uomini! Io per lo meno ne ho tratto una nuova e più profonda comprensione di un meraviglioso detto del Vangelo che spesso viene frainteso e che finora aveva suscitato in me solo una forte resistenza istintiva: “…se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra…”. L’illuminazione mi è venuta da un lupo: non per ricevere un altro schiaffo, devi offrire al nemico l’altra guancia… no…devi offrirgliela proprio per impedirgli di dartelo.”
K.Lorenz, L’anello di Re Salomone.

Ciò che scrivo ha sostanzialmente due origini: una intima e personale in termini di forte risonanza con l’argomento “espressione della rabbia” e l’altra che richiama all’amore che da sempre ho che è quello per gli animali e il loro mondo.
Rileggendo alcuni libri di Konrad Lorenz mi sono accorto di quanto un approccio “biologico” potesse essere utile ed esemplificativo in termini di chiave di lettura di una situazione: di quanto potesse essere utile collegare l’emozione ad un disegno biologico evolutivo, in qualche modo riconoscendo l’uomo come “un animale più (+) sovrastrutture” che ha la facoltà di inibire o aumentare oppure bloccare “l’andare verso”.
Scopro cosi che per difendere un territorio c’è bisogno della rabbia, la rabbia che è una cosa fondamentale e di irrinunciabile valore.
Ho potuto osservare in alcuni lavori delle situazioni, come ad esempio la difficoltà di sperimentarsi nell’espressione della rabbia verso l’esterno, che tendevano a presentarsi e ripresentarsi: la dinamica che mi ha colpito, consisteva nell’inibire la scarica rivolgendola verso la propria persona.
Ho immaginato questa reazione in questi termini: un organismo è provvisto di funzioni fisiologiche minime necessarie per la sopravvivenza: la funzione circolatoria, respiratoria, digestiva…e dovrebbe anche essere munito anche di funzioni istintuali (fame, la fuga, il territorio ed il sesso): le ho viste come le tante facce del cubo di Rubick: le funzioni sono come i quadratini colorati: cerchi di collocarli dove ti servono. In termini teorici è semplice, nell’applicazione si risente dell’educazione, della caratterialità e di altre sovrastrutture che provocano inceppamento nell’attuare l’istinto salvavita, in quel preciso momento. Quando al posto di lasciare spazio alla funzione “difesa del territorio”, la si ricopre di pensieri e sovrastrutture la difesa viene meno: ad esempio immaginare una distruttività tale che solo il pensiero di agire una difesa, generava paure intollerabili ed inaccettabili, oppure ipotetici sensi di colpa legati ad un eventuale dispiacere che l’altra persona eventualmente potrebbe provare.
Una sovrastruttura che inibisce l’espressione di una funzione.

Fame, Fuga, Territorio, Sesso

Fame, fuga, territorio e sesso sono le quattro classi di istinti, all’interno delle quali muoviamo i nostri comportamenti.
Ognuna di esse svolge un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della specie. Sono imperativi biologici.
In questo elaborato il mio interesse principale si rivolge alla rabbia e alla sua espressione: ovvero l’emozione principale della difesa del territorio.

Scrive Lorenz:

“questa aggressività territoriale, un meccanismo molto semplice dal punto di vista della fisiologia del comportamento, assolve in maniera assolutamente ideale il compito di distribuire animali di una stessa specie con giustizia rispetto a tutto l’insieme di quella specie, per tutta l’area disponibile. Anche il più debole, sia pure in uno spazio più ristretto, può esistere e riprodursi”.

Dunque gran parte degli impulsi aggressivi viene utilizzata per la conservazione del territorio nel quale l’animale compie le più importanti attività biologiche, fra cui, appunto, quella della riproduzione e della nidificazione.
Indipendentemente dalla funzione che svolge, l’aggressività per Lorenz è un istinto ineliminabile e quindi non può essere soppresso, ma può essere reso meno dannoso attraverso dei processi di ri-direzione. Infatti scrive:

“La ri-direzione dell’attacco è l’espediente più geniale che l’evoluzione abbia inventato per costringere l’aggressività su binari innocui.1

Per definire tale meccanismo Lorenz si serve del termine ritualizzazione, intendendo che certi comportamenti perdono nel corso della filogenesi la loro originale funzione per diventare pure cerimonie simboliche, puri movimenti rituali. Sono comportamenti “stereotipati e “convenzionalizzati” di sottomissione e di pacificazione che provocano nell’aggressore (compagno di specie) l’inibizione della spinta aggressiva.
Il rito ha quindi la funzione di opporsi all’aggressività, di dirottarla verso canali innocui e frenarne i suoi esiti dannosi alla conservazione della specie. Questo primitivo meccanismo inibitore costituisce una prima forma di comunicazione e genera un “vincolo personale”, in quanto gli animali, che sono per natura aggressivi, hanno avuto la necessità di collaborare per difendere il territorio e la prole dunque per conservare la specie. La comunicazione che nasce dalla ritualizzazione e che serve a inibire l’aggressività, favorisce la comprensione reciproca.
Anche gli atteggiamenti di sottomissione sono importanti al fine di frenare l’aggressione; essi sono costituiti da quei moduli comportamentali mediante i quali un individuo riconosce la superiorità del nemico e cessa il combattimento mostrandogli, a volte, un punto vitale del proprio corpo. Il lupo per esempio offre all’avversario che gli è superiore il lato marcato estremamente vulnerabile del suo collo, così come il cane sembra implorare il nemico per ottenere la grazia offrendogli le sue vene giugulari.
Per tutti questi motivi Lorenz sembra convinto che nel mondo animale non esista un reale pericolo che una specie si estingua a causa dell’aggressività.
Nell’uomo invece questo pericolo è assai presente; infatti Lorenz sostiene che nel caso del genere umano il ritmo dello sviluppo naturale ha creato condizioni alle quali l’uomo non è filogeneticamente preparato. Nella specie umana mancano infatti molti dei meccanismi autoinibitori dell’aggressività presenti nelle specie non umane.
Il comportamento aggressivo diventa fine a se stesso, perde il suo carattere di conservazione della specie e si trasforma in cieca distruttività intraspecifica. Lorenz individua alcune cause dello squilibrio fra l’enorme potenzialità offensiva e i meccanismi istintivi di inibizione, squilibrio che rappresenta uno spaventoso pericolo per l’umanità.

La parola AGGRESSIVITÀ (dal latino ad-gredior) letteralmente significa “andare verso“. Nel suo significato originario essa sta a rappresentare un movimento verso qualcosa o qualcuno; la sua funzione è quindi quella di muovere la persona verso una meta, un oggetto, un’altra persona, ecc. Alla base di ogni “movimento verso”, quindi di ogni aggressione, c’è un bisogno o un desiderio da soddisfare e nei rapporti interpersonali l’aggressività è l’emozione-movimento che ci permette di prendere le cose e gli affetti di cui necessitiamo per il nostro benessere.
I termini AGGRESSIVITÀ, RABBIA e VIOLENZA vengono spesso usati come sinonimi, per descrivere comportamenti di sopraffazione, giudicati negativamente e condannati; questa semplificazione di significati è dovuta anche al fatto che frequentemente la persona non distingue chiaramente questi affetti dentro di sé, ma li vive come un’unica manifestazione emotiva.

Pensieri, emozioni, sensazioni, movimento

Le emozioni sono nel corpo. Il corpo è una sorta di cassaforte, uno scrigno, che è al contempo contenitore e mezzo di espressione. Corpo e mente hanno quello che potrebbe essere considerato una specie di canale a doppio senso: lo si potrebbe vedere come un sistema di feedback reciproco.
E allora la domanda potrebbe essere: come si esprime qualcosa quando il mezzo che serve per la sua espressione ha tutte le intenzioni per bloccare tutto?
Il ciclo del contatto descrive un “ciclo” che si basa sul
Sentire – pensare – agire – sentire
E poi:

“i pensieri su basano sulle emozioni che a loro volta si basano sulle sensazioni. Da dove nascono le sensazioni? Nascono dal movimento. Scendendo gerarchicamente questa scala per poi risalire, le cose si ricompongono in maniera diversa.”

Immagino allora le danze tribali prima della battaglia, (la Haka degli All Blacks prima degli incontri). Che funzione hanno questi che a prima vista possono apparire come semplici rituali arcaici? Immagino (tra le altre) una funzione semplice quanto fondamentale. Trarre energia dal movimento per affrontare una battaglia, una guerra. Trarre energia. Ovvero passare da uno stato di quiete ad uno di moto.
Traslare questo “rituale” in terapia avrebbe una funzione?
Come spostare la Haka nella stanza di terapia?
Un ipotetica maniera potrebbe essere questo:

Nucleo di rabbia o risentimento da esprimere

Passaggio da

a

Stare seduti

Immobilità

Assenza di voce

Retroflessione

Inibizione

Mettersi in piedi

Movimento

Vocalizzazione

“Aggressione”

Espressione

Quindi immaginando che la persona voglia incontrare i contenuti emotivi più difficili, passare da uno stato di immobilità ad uno di movimento, comporta un’attivazione e mobilitazione diversa dell’energia: il ritorno in superficie (dopo l’immersione nel movimento e nelle sensazioni) porterà ad una ricomposizione delle cose diversa rispetto a come era prima.

 

NOTE:

1 K.Lorenz: “Il cosiddetto male”, ed. Garzanti, Milano, 1974.

Bibliografia

M. Feldenkrais, La Saggezza del Corpo, Ed Astrolabio, Roma, 2010;
K. Lorenz: Il cosiddetto male, ed. Garzanti, Milano, 1974;
K. Lorenz, L’anello di Re Salomone, trad. it. di L. Scwarz, Adelphi, Milano. 1967;
S. Mazzei, SCRITTI, collezione di articoli di psicoterapia della Gestalt, IGBW, Cagliari;
C. Naranjo, Per una Gestalt Viva, Ed Astrolabio, Roma, 2007;
F. Perls, L’Io, la Fame, l’aggressività, Franco Angeli, Milano 2007;
F. Perls, Qui e Ora, psicoterapia autobiografica, Ed. Sovera, Roma, 2006;
P. Quattrini, Fenomenologia dell’Esperienza, Zephyro Edizioni, 2007.

Please cite this article as: Giovanni Ruggiero (2014) DI LUPI, TERRITORI, BATTAGLIE E DIFESE. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/rivista/di-lupi-territori-battaglie-e-difese/

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