C’era una volta

Leonardo Pereira Liberati

Leonardo Liberati – Psicologo

Pubblicato sul numero 45 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

C’era una volta”, ogni fiaba che si rispetti inizia sempre con una formula simile a questa. Una formula che ha il potere di generare una distanza dalla sua trama.

Infatti, quella volta in cui c’era quel soggetto che compierà o che ha compiuto le gesta che andremo a seguire, è al di là del nostro tempo, dove non possiamo essere ora.

Sembra un dettaglio inutile ma non lo è!

Quell’incipit, lo è solo in virtù di una storia da narrare ed è diventato tanto familiare a noi, in virtù delle tante narrazioni che abbiamo attraversato.

In lui, non vi è alcuna natura che rimandi effettivamente ad un inizio ed allora com’è che è così che lo consideriamo?

Antefatto: la parabola della scimmia

Inizierò condividendo con voi una fantasia.Iniziamo..

Immaginiamo di essere scimmie e di sviluppare la nostra postura, via via passando da camminare a quattro zampe, ad averne due libere per poter manipolare gli oggetti.

Questa possibilità di operare concretamente sulla realtà, utilizzando questi arti superiori, combinata con le doti donate dalle dimensione del cervello maggiori rispetto agli altri animali, dà a queste scimmie la capacità di rappresentarsi e creare dei duplicati in memoria dei processi e dei risultati che ottengono e di percepirle come vere e proprie abilità.

Le abilità però, necessitano anche loro di un “C’era una volta”, cioè di un contesto d’uso. La scimmia non si metterebbe mai a lanciare un chopper contro un suo piccolo, per farlo smettere di piangere e non accenderebbe mai il fuoco per contrastare il calore del clima.

In questo modo, oltre che apprendere le abilità, comincia a sviluppare simultaneamente una capacità di rappresentazione, lettura ed interpretazione del contesto che lo circonda, relazionandosi col concetto di mondo.

Da questo momento, le operazioni saranno sempre fortemente influenzate dalle opere precedenti ed andrà a differenziarsi sempre più il “mondo” da scimmia a scimmia e da gruppo a gruppo.

Scimmie che hanno concentrato la loro attenzione su un’operazione “A”, invece che su “B”, “C” o anche “AY” o “λ”, hanno avviato catene, intrapreso un cammino fatto di tante altre scelte che quante probabilità hanno di coincidere? Pochissime!

Perciò come possono due scimmie provenienti da continenti diversi sviluppare medesime conoscenze?

Questa domanda ci viene a prendere dal nostro universo e ci proietta violentemente nel multiverso degli “e se”: e se la scimmia del Kenya, del Perú, la scimmia che si è abbeverata sul Gange e quella cresciuta sulle rive del Tevere o la Senna non fossero così diverse?

Le abilità, per muoversi hanno bisogno di conoscenze e conoscenze di conferme, cioè di conoscenze su conoscenze, che a loro volta si basano sulle abilità o strumenti in un circolo infinito che si arresta solo con un’abilità specifica: la decisione.

Ciò che vivo è la realtà, ciò che penso, una possibilità, anche se aspiro al suo essere certezza, ma non essendone certo, potrei andare avanti come Achille dietro alla tartaruga nel paradosso di Zenone1. Questo circolo si arresta solo quando sono io a decidere quali sono le priorità e cosa ignorare.

Atto I: La decisione che da inizio all’avventura

De caedere significa “tagliar via” e se la conoscenza è una mia deduzione dalla realtà, la cultura è una struttura di conoscenze che si sostengono tra loro, ciò che chiude l’infinito rimando è il mito, secondo cui il maggior grado di accordo sia la maggior vicinanza con la realtà.

Tagliare via il fatto che la mia sia attenzione su “A” e non su “tutto il resto” e che questa sia solo una goccia in un oceano infinito, è ciò che il mito fa per gli esseri umani da quando sono al mondo.

È facile confondere il mito con la narrazione, ma a mio modo di vedere, sono due cose completamente diverse in realtà. Per comprendere la diversa natura dei due concetti, ritengo fondamentale concentrarci sulla loro applicazione come aggettivi e sulla differenza tra mitico e narrativo.

Narrativo è un aggettivo freddo che designa una qualità ed una funzione, al contrario mitico è un termine più caldo che ci racconta di come ciò a cui si riferisce, riesca a movimentare e smuovere qualcosa dentro qualcuno. Potremmo pertanto dire che il mito è nella realtà, mentre la narrazione è nel pensiero.

La narrazione è una costruzione, una sintesi dialettica di percezioni ed esperienze che da molteplici ,stabiliscono legami e relazioni come molecole in composti , divenendo unità.

Alla narrazione ci si accosta con la modalità della credenza. Ad esempio crediamo che un avvenimento storico sia accaduto realmente oppure no e questo divide fortemente le opinioni.

Il mito invece, può passare dalla narrazione, ma può essere anche semplicemente un’immagine, più immediata dello svolgimento di un discorso. Questo perché il mito, ha il carattere del simbolo ovvero di un elemento che tiene in sé tutto, al contrario della narrazione che è composta da segni, cioè qualcosa che sta in sostituzione di qualcos’altro.

Il mito perciò è qualcosa di ispirato dalla realtà ed allo stesso tempo, ispiratore della nostra ricerca di certezza. Un ponte che non può essere attraversato da tutti, ma che richiede da ultimo la decisione del singolo soggetto.

Al mito ci si accosta con la fede, non come oggetto esterno su cui poggiare il proprio pensiero (credenza) ma come investimento a fondo perduto.

La scienza produce teorie scientifiche, narrazioni che sintetizzano e ricostruiscono processi ma per far sì che queste siano percepite come certe, intervengono i miti, ovvero le visioni epistemologiche.

Ad esempio il mito dell’empirismo, ci dice che non c’è nessuna conoscenza che non possa passare che dall’esperienza, al contrario il razionalismo ci dice che non vi è alcuna conoscenza che non possa sfuggire alla giustificazione razionale e logica.

Atto II: Orizzontamento in viaggio

Il mito nel suo carattere simbolico e mitico, si configura come un vero e proprio orizzonte, davanti al quale ci si frappongono tutte le narrazioni. L’orizzonte è sfumato, è una retta di cui non possiamo intuire ne inizio e ne fine, al contrario le narrazioni sono segmenti con un loro inizio ed una conclusione.

In realtà non è del tutto vero che non possiamo incontrare un inizio nel mito, perché un inizio lo troviamo, il nostro inizio, la nostra decisione, l’orizzonte che vediamo davanti a noi è un inizio, solo che non è lineare e sequenziale, come in una narrazione.

La narrazione ha questa caratteristica spaziale e logica della non-contraddizione. Un avvenimento è prima o dopo un altro ed anche qualora fosse contemporaneo, non potrebbe essere narrato nello stesso momento, perché la nostra attenzione è su “A” o su “B” e non può esserlo su tutto il resto.

Il mito invece, essendo un simbolo che tiene tutto, ci dà un inizio che potremmo definire “fenomenologico”, perché lo trattiamo “come se fosse l’inizio” ma dentro intuiamo che queste sono solo linee tracciate con matite H e che saranno funzionali per le proporzioni del nostro disegno, ma che poi cancelleremmo.

Qui torniamo, come in Strade Perdutei di David Lynch all’inizio dell’articolo, a quel “c’era una volta” che si configura sempre più come simbolo e porta verso altrove.

Il mito ci chiede di compiere una scelta, nostra, soggettiva, ma allo stesso tempo ci lascia aperta l’idea che questa non sia che una delle vie. È una metonimia del multiverso mentre la narrazione è uno degli universi possibili di volta in volta.

Atto III: Gli occhi della dama che non potrà mai scordare

Già gli antichi greci avevano intuito la grande differenza tra mito e narrazione. Infatti tutti i miti erano narrati sotto forma di poesia, dato che la parola poggiava su due caratteristiche: il logos e l’epos. Il logos è la parola in quanto ente logico, la base della narrazione e del discorso, il contenuto. L’epos è come la parola vibra nella sua musicalità e questa è una percezione che permane nella soggettività di ogni singolo individuo, non potendo essere generalizzata a tutti.

La fiaba di Biancaneve ha una trama che è uguale per tutti ma la musicalità delle diverse voci che l’hanno narrata riverberano in maniera diversa su ogni individuo.

Il mito non è né nella trama, né nel “narrato” delle varie voci narranti, che poi sono solo l’espressione di come ha riverberato in quei determinati esseri umani. Il mito è nel tuo riverberare, nella tua fantasia (dal greco Phaino, mostrare), nella tua capacità di mostrare a te stesso il multiverso di possibilità e nella tua immaginazione che si rappresenta in figura alcune di esse, una alla volta, rendendole più vicine alle logiche della narrazione.

Per stimolare il lato dell’epos, che non a caso, coinvolgendo maggiormente il soggetto, gli rendeva più facile la memorizzazione, i miti antichi non si limitavano a “spiegare” fenomeni naturali e valori, ma gli offrivano delle vere e proprie cornici narrative.

Tuttavia, l’alone di mistero e di oltre che traspariva dai miti, è stato via via depotenziato ed accantonato con l’invenzione della scrittura che raccoglie esperienze, le annota e le colleziona, privando la memoria di ciò che soggettivamente per ognuno di noi risuona con una salienza differente, della sua centralità.

Secondo la mentalità indiana, un uomo conosce soltanto quando conosce a memoria, se per ricordare è costretto a ricorrere ad un libro, le sue sono nozioni di cui ha sentito parlare.”

La centralità perduta dalla memoria individuale è anche una centralità perduta da parte dell’individuo, il quale non è più colui che decide ma solamente lo spettatore di un oggetto esterno.

..Quando la culturalizzaazione diventa un luogo comune, non ci si deve meravigliare se i resti del canto epico degenerano presto in una trovata pubblicitaria..”

L’alfabeto genererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi eviteranno di esercitare la memoria perché fidandosi, dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi ma dal di fuori, attraverso segni esterni..”

La memoria in fondo, si basa su un’attenta selezione attuata dall’attenzione posta su elementi o caratteristiche che per ognuno di noi risuonano diversamente in base alla propria esperienza personale, al proprio temperamento, personalità carattere e gusto. Il suo superamento tramite l’annotazione, ridefinisce la gerarchia di priorità che la natura dell’esperienza del singolo soggetto aveva originariamente stabilito vivendo l’esperienza.

I criteri di questa selezione sono umanisti perché non pongono alcun criterio o alcuna teoria, divinità o concetto astratto come voce che abbia l’ultima parola che non sia l’essere umano che la sta compiendo.

Atto IV: Plot twist, la penna in mano

Che importanza può avere tutto questo per una singola persona?

In gestalt si parla di mitopoiesi in terapia e di verità narrativa come epistemologia fondamentale.

Anche qui trovo molto importante sottolineare come una verità narrativa sia comunque una verità relazionale e comunicativa che sostiene e giustifica, nel suo senso scientifico e filosofico, la sua esistenza in quanto cosa o struttura tramite una narrazione che poi è un logos, discorso.

Al contrario la mitopoiesi o trasformazione del mito, la percepisco come un qualcosa che sia infinitamente più intimo. Questa avviene di solito in seguito a l’insight ed all’interno del circolo ermeneutico.

L’insight è un’intuizione ma allo stesso tempo significa visione interna ed ha il carattere di click interiore. Il mio insight sarà diverso da quello di qualsiasi altra persona, perché sarà la mia visione interna.

Il fatto che avvenga nel circolo ermeneutico, ovvero un momento in cui un individuo inizia a fluire liberamente nella sua creatività, non smembrandosi più nella guerra civile tra le sue parti interne e passando da uno stato di massa disordinata e caotica ad uno di popolo coeso ed unito da valori comuni, ci permette di comprendere quanto la creatività abbia a che fare con la scelta, la decisione.

Nel momento creativo, la fantasia ci riporta a quel multiverso che la scimmia iniziale annusava, L’immaginazione ci permette di figurarcelo in testa e già così stiamo apportando una decisione, tagliando via ogni altro biglietto che la fantasia ci propone.

In quest’ottica è molto importante il concetto di intenzione, formulato da Brentano, ovvero il fatto che la coscienza è sempre coscienza di qualcosa. Perciò il fatto che dal multiverso della fantasia, la nostra attenzione si sia impegnata a dipingere un universo immaginato e che poi di questo abbiamo selezionato un elemento che per noi risulta più emergente di un altro spontaneamente e lo abbiamo espresso, è frutto dell’intenzione di qualcuno.

L’insight, la visione da dentro di tutto ciò ci porta a riconoscere chi è il Deus ex machina di tutto questo processo. Questo è colui che ha l’ultima parola di ogni cosa e sei tu.

La mitopoiesi, il cambiamento della narrazione, riconnette il narratore al narrato e lo palesa anche come suo autore.

In questo senso ritengo che più che un cambiamento di narrazione sia il cambiamento di un mito, quello di un narratore ed autore esterno.

Se sei stato capace di sintetizzare la complessità dialettica dei tuoi eventi in una narrazione così perspicua circa la tua esistenza, forse hai delle doti artistiche che non conoscevi.

Forse i quadri che hai dipinto con la mente e che evocano nell’immediato molto più di quanto una successione di eventi narrati possa fare, sono la traccia di un talento immenso e la scoperta di un’artista che prima non conoscevi.

Atto V: Andando verso…

Arte viene dal sanscrito ar-thiem e significa “andare verso”, significato condiviso col termine aggressività.

Arte ed aggressività sono due modi, uno grezzo, come la locomozione di un passo e l’altro fine, come dare una direzione a quel passo, per andare verso il mondo e sono fondamentali sia per la sopravvivenza che per la vita qualitativa di ognuno di noi.

Purtroppo in entrambi i casi per cornici diametralmente opposte entrambi vengono ostacolati dalla cultura corrente.

Vi è innanzitutto una demonizzazione comune dell’aggressività, identificandola con la violenza. Essere aggressivi è considerato qualcosa di negativo. Proviamo solo un momento ad immaginare come saremmo riusciti a sopravvivere in un ambiente in cui ogni altra specie, fisicamente più dotata di noi, se non ci fossimo difesi tramite l’aggressività e se non avessimo lottato aggressivamente per difendere e conquistare ciò che desideravamo e di cui avevamo bisogno, sia tra le altre specie viventi sia tra i nostri simili. Ancor più nello specifico, immagina se non avessi aggredito quella carriera che tanto sognavi o quel partner per cui impazzivi. Immagina che se per la tua mancanza di aggressività tutto ciò che avresti voluto tu, fosse andato nelle mani di qualcun altro.

Questo senso di impotenza e di castrazione dell’aggressività, si sposta perché come affermava Lavoisier “nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma”, in violenza che genera altra violenza in una catena infinita dalle conseguenze spesso irreparabili, sia intra che interpersonali.

L’arte dall’altra parte viene beatificata e santificata rendendosi quasi un superpotere per pochi eletti.

Non a caso i bambini disegnano come forma d’espressione (non di comunicazione), finché non arriva qualche adulto che gli dice che il disegno è bello o che non dice nulla e molti bambini smettono di disegnare (semplificazione macroscopica).

Viene creato quest’alone sostanziale sul fatto che l’arte sia qualcosa per pochi eletti che vengono identificati come “artisti”.

Presa da questo punto di vista, penso che gli individui che si auidentifichino come tali, si concedano mediamente delle possibilità maggiori di sperimentare la loro creatività, dando vita al mito dell’artista.

Come possiamo concepire di essere noi, se non possiamo andare verso il mondo né finemente (arte) ne grezzamente (aggressività)?

È un qualcosa che riusciamo a toccare solo una volta ucciso il Dio dello Zarathustra di Nietzsche. Un Dio che non è un Dio ma semplicemente qualsiasi principio o individuo che abbia l’ultima parola su di noi.

Questo nello specifico, significa quando liberiamo il campo dall’altro che è in noi e riusciamo ad essere solamente io.

Personalmente concepisco l’io come qualcosa di spaziale e temporale in realtà. Dato uno spazio fisico o temporale che sia, io è dove mi trovo, tu è dove si trova chi ha la mia attenzione in questo momento e loro è ciò che ho intorno io e tu.

Io è qui e qui è ora, io è qui ed ora, presenza.

Nella presenza dell’esperienza artistica, della trance agonistica della decisione che è rappresentata dal mio mito non c’è altro.

Il mondo arriva dopo ed è bellissimo contemplarlo!

Atto finale: Lieto inizio

Quest’articolo è solo un’altra narrazione, sintesi di esperienze e pensieri di un altro autore umano come te. La parabola di una scimmia con cui poter provare analogie, sperimentarle e dialogarci. Non è una storia a cui si crede, è un Silmarillioniiche diviene L’evoluzione delle specie o Genesi, solo se la fede ti porta ad essere Frodo e vedere Padre Pio come orco o come elfo e Watson e Crick come nemesi. Ma quando ti rendi conto di essere Tolkien, ti accorgi che in realtà alla fine sei sempre tu: elfi, orchi, nani, uomini, hobbit e che effetto ti fa tutto ciò?

1 Achille corre dietro alla tartaruga, ma dimezza sempre la distanza (4,2,1/2,1/4,1/8) senza raggiungerla mai

i David Lynch,Strade Perdute, 1997

Ananda Coomaraswamy, Sapienza orientale e cultura occidentale,2018Lindau s.r.l., corso re Umberto 38, Torino

Journal of American Folklore,58,227, 1945

Platone,Fedro,

ii J.J.K.Tolkien-Silmarillion

C.Darwin-evoluzione delle specie

Genesi

Please cite this article as: Leonardo Pereira Liberati (2022) C’era una volta. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/rivista/numero-45/cera-una-volta/

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