L’Eutonia come terapia somato-psichica

Abstract

Il termine Eutonia significa un equilibrio ottimale delle funzioni corporali: il metodo terapeutico chiamato Eutonia, sviluppato da Gerda Alexander in Danimarca, è stato in origine pensato come formazione e preparazione corporale, per iniziare l’educazione ritmica e musicale di Jacques E. Dal roge. Questo metodo ha trovato però poi una strada autonoma come rieducazione e come terapia: oggi l’Eutonia come terapia trova impiego non solo come coadiuvante nelle malattie di origine psicosomatica, ma anche in neurologia, nella riabilitazione in casi di poliomielite, paralisi spastica, emiplegia, dolori fantasmatici postamputazione, eccetera. Come pedagogia poi, e come preparazione all’educazione ritmica e anche all'espressione artistica in genere.

Dagmar Lorenz

Di Dagmar Lorenz

Pubblicato sul numero 41 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Premesse

Gerda Alexander ha avuto l’idea (già negli anni 20), che ci dovrebbe pur essere una possibilità di mettersi in contatto con le stranezze dei casi di isteria, e di utilizzare le eventuali scoperte per un processo di guarigione. Un altro imput l’ha avuto nelle sue ricerche, constatando che nell’ipnosi e nell’autoipnosi (training autogeno di J. Schulz), la forza dell’immaginazione riesce a creare dei cambiamenti organici a livello del sistema neurovegetativo, cioè sul sistema nervoso autonomo, chiamato così perché ritenuto appunto autonomo dalla persona cosciente. Gerda Alexander pensa che l’ipnosi e l’autoipnosi, come approccio terapeutico abbiano lo svantaggio dell’abbassamento della coscienza, che li rende poco utilizzabili per la vita di ogni giorno, e da un punto di vista pedagogico lo rifiuta addirittura perché per lei si tratta di approfondire le forze1 della coscienza e aprire per essa nuovi campi e nuovi rapporti, come un nuovo collegamento col proprio corpo. Gerda Alexander nel suo metodo si propone di insegnare come utilizzare in ogni azione le proprie forze, che spesso sono utilizzate nella dinamica psicofisica in modo negativo e distruttivo, coscientemente per una guarigione, nel senso di un aumento del potenziale creativo e vitale del paziente.

Gerda Alexander parte dall’esperienza che indirizzare l’attenzione su una certa parte del corpo, per esempio la mano, può aumentare la circolazione in quella parte e cambiare il tonus neuromuscolare: attraverso una ricerca empirica ha elaborato delle modalità per influire sullo stato psicologico attraverso la concentrazione. 45 anni fa, quando il suo lavoro empirico è appena all’inizio, lei trovava poco o nessuno appoggio da parte della medicina ufficiale per il suo lavoro: nonostante questo ha avuto il coraggio di continuarlo malgrado la totale incomprensione dei medici.

Ha sperimentato per esempio che indirizzare attenzione e concentrazione sull’insieme del volume del corpo crea una reazione diversa che indirizzarla sulla struttura ossea; la concentrazione sulla pelle come limite esterno del corpo ha un altro effetto che la concentrazione su tessuti semiprofondi. Questa regolazione dello stato psicologico ha una spiccata correlazione con lo stato psichico del paziente, e soprattutto nei soggetti che Gerda Alexander chiama “psichicamente labili” questa correlazione è evidente. Agli inizi delle sue scoperte il collegamento tra attenzione psichica e attenzione fisica e viceversa, nei circoli della medicina classica era un campo trascurato: la basilare importanza dell’immagine corporea per lo sviluppo della personalità era sconosciuta. Anche Reich all’inizio è stato destinato al misconoscimento da parte della scienza ufficiale, e poi a un lungo periodo di dimenticanza.

Gerda Alexander ha continuato nel suo paziente lavoro empirico, nonostante la totale incomprensione che trovava da parte dei medici. Nel campo artistico il principio del cambiamento volontario del tonus fisico è stato invece utilizzato da sempre: quando un attore entra nella personalità del personaggio, con voce, gesti, movimenti si identifica con il ruolo da rappresentare, e ci riesce in quanto cambia il proprio tonus.

Gerda Alexander parla con grande eloquenza dell’effetto guaritore e liberatore dell’esperienza artistica non solo per l’artista stesso ma anche per lo spettatore: concepisce il tonus rigido e monocorde come qualcosa che isola la personalità dall’ambiente, e per lei è appunto la rottura del tonus rigido l’effetto ricercato, in quanto rottura dell’isolamento della personalità.

Chi suona strrumenti deve scoprire con il proprio corpo la musica da interpretare, in tutta la sua pienezza e cambiamenti di tensione: deve cambiare il proprio tonus secondo le esigenze, se vuole avere un effetto trascinante sul pubblico. L’effetto liberatore e guaritore della musica (e di tutte le altre esperienze artistiche) per Gerda Alexander si basa appunto sulla rottura dell’isolamento, provocato dal tonus fisso del corpo, che rende incapace di vita reale. D’altronde ogni processo di sentire, di mettersi in sintonia con, richiede un sentire del corpo e il cambiamento di tonus, non si limita a un sentire intellettuale e quindi staccato e freddo, ma è un esercizio in cui acquisire un corpo elastico capace di vibrare. L’uomo capace di ritrovare questa unità anima-corpo, dove tutta la persona intera vive la propria esperienza emotiva e ritrova in questo l’evidenza di un vero coinvolgimento della vita, è per Gerda Alexander la meta di ogni educazione artistica. Nell’Eutonia si dà il cambiamento del tono del corpo senza prendere la strada dell’esperienza emotiva, per così dire…

Il corpo: Reich

Il significato delle terapie psicofisiche che partono dal corpo per fare psicoterapia, è sempre più riconosciuto e divulgato in questi ultimi tempi, anche se i lavori di Reich e Ferenczi sono tutt’altro che recenti. Forse è l’ostilità al corpo della nostra cultura occidentale alle radici della loro rimozione da parte della psicoterapia ufficiale. Il nostro tradizionale concetto del corpo è un’immagine dualistica di un corpo senz’anima, di fronte a un’anima senza corpo. Il modo di esprimersi più usuale è: ho un corpo di cui sono conscio come di un oggetto e di cui mi servo. Magari non funziona bene o non mi piace, non ubbidisce, arrossisce quando non dovrebbe, si ammala. Oppure il contrario: è ben allenato fa il suo dovere.

La base comune invece da cui partono tutti quelli che lavorano terapeuticamente col corpo è il concetto “ognuno è il suo corpo”. Tanto più siamo il nostro corpo, più siamo a contatto con la realtà, perché è solo attraverso la percezione del nostro corpo l’unico modo che abbiamo di farci esistere nel mondo. Dove è disturbata questa unità esistenziale tra il selbst e il corpo, si trova il nucleo della nevrosi e della malattia mentale. Il paziente perde il contatto con la realtà (cioè non la tocca), se perde la consapevolezza di sé stesso come esistente. Se perde il suo corpo perde sé stesso, se trova il corpo trova sé stesso. L’esperienza della perdita di contatto col proprio corpo, con sensazioni di estraneità e irrealtà, è quello che si chiama depersonalizzazione. Al contrario il senso di identità e collegato a un contatto col proprio corpo. Per sapere chi sei deve sapere cosa senti, e sentire si può solo col proprio corpo.

Nel momento culturale occidentale attuale degli ultimi anni, c’è una rivalutazione del corpo in molti campi: nel teatro (il teatro gestuale, Grotoski, Barba, Living theater); a livello politico, dove c’è un movimento impegnato nel recupero del diritto alla fisicità per le donne che chiedono il diritto di conoscere il proprio corpo, di poterne disporre il libertà; in campo pedagogico, dove si è preso coscienza dell’importanza fondamentale nello sviluppo mentale del bambino dell’orientamento spazio-temporale, che è acquisibile unicamente attraverso l’esperienza diretta del corpo con l’ambiente, eccetera eccetera.

In campo psicoterapeutico poi da più parti si è notato la necessità di un approccio corporeo nel processo curativo. Nelle culture occidentali è sempre stato una scissione profonda tra corpo e psiche, con una profonda svalutazione di tutto ciò che è fisico: questa si è estesa anche ai primi tentativi di risoluzione dei traumi. Attualmente assistiamo a una maggiore sensibilizzazione alla possibilità che la ricerca sulle tematiche corporee offre al processo psicoterapeutico (ad esempio il grande sviluppo del Growth movement e della psicologia umanistica nei paesi anglosassoni); movimenti che si basano sulla coscienza dell’unità indiscutibile tra psiche e soma e sulla relativa impotenza del lavoro terapeutico solo verbale sul livello fisico-emotivo, e si rifanno a tutte le esperienze precedenti, in particolare a quelle di Reich; e in senso più culturale artistico del movimento della danza moderna con tutto il suo interesse per la liberazione della espressività corporea (Grindler, Deleuse e molti altri).

La notevole esperienza nata dal movimento della danza moderna, da coloro cioè che partendo da premesse più generalmente artistico-espressive approfondirono in senso terapeutico tali tecniche, si sviluppò su basi abbastanza pratiche, delegate alle intuizione, alla sensibilità delle singole persone. L’empiricità di tali esperienze ha fatto sì che manchi una trattazione teorica più generalmente estesa, e parallelamente manchi il riconoscimento da parte della scienza ufficiale (in particolare della psicologia) di tali esperienze, rimaste perlopiù nell’oscurità fino al momento in cui movimenti americani e inglesi non ci hanno rifocalizzato l’attenzione sopra. La caratteristica essenziale di tali tecniche è che agiscono sempre non su un livello verbale, ma fisico.

Si può suddividere le varie tecniche non verbali due grandi gruppi: il primo è la rieducazione funzionale del corpo, dall’altra parte ci sono tutte le tecniche orientate sul conflitto intrapsichico originario, il cui scopo è un influsso globale di ordine psicosomatico. Il teorema reichiano della traumatizzazione muscolare è alla base di questi metodi: questo teorema dice che ogni influsso traumatico sull’organismo comporta contratture sulla muscolatura, e queste a loro volta bloccano e legano l’energia vitale. Risolvendo queste contratture muscolari si mobilita la struttura globale psicofisica dell’uomo, nel senso che si libera una vitalizzazione: una forza, una gioia di vivere, capacità di godere e creatività. Cioè attraverso il lavoro sul corpo e col corpo si vuole mettere in moto, fare scattare, processi psichici che poi a loro volta vengono integrati, analizzati, risolti con metodi psicoterapeutici.

Il dualismo nella cultura occidentale si esprime già nella filosofia greca con la domanda sul rapporto fra psiche e soma. La divisione netta fra psichico e fisico, di un mondo esterno e un mondo interno, formulata da Descartes nel 1644, ha influenzato tutto il pensiero occidentale e avuto conseguenze per la medicina, la psicologia e la pedagogia che solo nell’ultimo periodo sono state messe in questione, e non si possono affatto ritenere superate. E’ questo atteggiamento di scissione che è caratteristico nei primi sistemi di ginnastica (Ling 1776-1838, Pestalozzi 1746-1828, Jahn 1778-1852), che vedono nel corpo uno strumento, che è sottoposto alla volontà ma altrimenti indipendente nelle sue funzioni. Anche se l’antica massima mens sana in corpore sanoera molto citata, non era vista come un’unità psicosomatica, ma solo una mente accanto al corpo. Considerando che la logica terapeutica si basa sull’ipotesi della totalità psicofisica dell’uomo, sull’unità spaziotemporare corpo-psiche, al limite la domanda da dove è partito il trauma non ha senso.

Il ruolo del terapeuta

Il ruolo del terapeuta, o insegnante, nell’Eutonia si limita secondo Gerda Alexander a fornire al paziente i mezzi per lavorare su sé stesso. Il paziente raggiunge meglio i risultati con un lavoro su se stesso, senza dipendere dal terapeuta. Questo lavoro su sé stesso e il rafforzamento della personalità come conseguenza della penetrazione del corpo da parte delle forze della coscienza, sono lo scopo centrale dell’Eutonia come pedagogia. L’Eutonia come terapia fa lo stesso cammino: quando lo stato di un paziente richiede un trattamento individuale oltre il lavoro di gruppo, il terapeuta per un po’ si limita a insegnare al paziente come aiutare se stesso nella situazione vegetativa.

Uno degli strumenti terapeutici del trattamento dell’Eutonia è la possibilità di intervenire direttamente in un senso normalizzante sulla funzione vegetativa: un simpaticotono eccessivo può essere normalizzato direttamente. Per varie malattie l’Eutonia può essere un aiuto immediato: in certi casi cronici di ipertensione poter intervenire così sul proprio stato può essere per il malato un’esperienza molto rassicurante. Un cambiamento troppo rapido da vagotono a simpaticotono eccessivo (e viceversa) può essere comunque un’esperienza scioccante: in certi casi può creare ansia e anche una certa perdita del senso dell’identità. I benefici del trattamento saranno duraturi soltanto quando il paziente cambia gradualmente il senso del proprio corpo attraverso una maggiore comprensione dal di dentro dei propri atteggiamenti sbagliati, e quando lui stesso ha appreso i mezzi per intervenire senza più la dipendenza dal terapeuta.

Secondo la casistica di Gerda Alexander la terapia dell’Eutonia ha avuto successo non solo nei più svariati sintomi psicosomatici (insonnia, emicranie, impotenza, conseguenze da stress eccetera) ma anche nei trattenimenti delle conseguenze della poliomielite, per tumori, paresi cerebrali eccetera. Questi successi erano particolarmente sorprendenti, quando anni di terapia con metodi tradizionali di riabilitazione non avevano procurato un miglioramento. Il trattamento dell’Eutonia anche dopo breve tempo ha un effetto sulla postura corporale, anche se il terapeuta non corregge mai in modo esplicito il modo di tenersi del paziente (non gli dice che si deve tenere più diritto, eccetera): è attraverso il diverso rapporto con l’immagine del corpo che si verifica un cambiamento posturale dal didentro. Anche se nell’Eutonia il punto di partenza del trattamento per ogni paziente deve essere diverso secondo suoi presupposti, per il training dei suoi allievi Gerda Alexander aveva sviluppato un progetto di questo genere: con il cambiamento nella statica del corpo va parallelo un cambiamento nel movimento, che diventa più fluido e più funzionale nel senso di una maggiore economia della forza adoperata rispetto all’effetto richiesto.

In questo senso l’Eutonia differisce metodologicamente da tutte le terapie che si basano sulle attività espressive, anche da quelle che hanno per meta rendere il paziente capace di vibrare e sentire, per toglierlo da un isolamento e una non partecipazione emotiva alla propria vita. Si può fare allora all’Eutonia un rimprovero di approccio meccanicistico? No, perché il fatto che il paziente, attraverso un impegno dell’io, la concentrazione, la disciplina e la responsabilità, raggiunge un piano di ordine creativo. Gerda Alexander descrive il suo metodo come “sobrio”. L’aspetto che ci interessa in questo lavoro è l’Eutonia come tecnica terapeutica somatopsichica, cioè quale può essere oggi l’importanza dell’Eutonia come coadiuvante o come sostituto della psicoterapia: mi propongo quindi di esporre i presupposti per la pratica dell’Eutonia secondo le scarse pubblicazioni che sono riuscita a trovare, dopo interviste con allieve di Gerda Alexander. e mi propongo di aggiungere una parte critica, dove cercherò di mettere l’Eutonia in un contesto con altre terapie somatopsichiche, soprattutto paragonando le sue premesse tecniche con quelle di Feldenkreis di Reich e di Lowen.

Il rilassamento: Feldenkreis

Moshè Feldenkreis afferma: “fin tanto che il corpo non mostra un gesto, non ci sono emozioni (intendendo il gesto in senso lato, che include le reazioni vegetative)”. Nel contesto della preparazione alla nascita è ovvio che non si intende portare il rilasciamento neuromuscolare fino a un punto di assenza di pensieri e emozioni, come se fosse una specie di trance: il rilassamento desiderato è piuttosto di quel tipo che ci vuole per la danza, per suonare il pianoforte eccetera, cioè quello che elimina ogni tensione superflua riguardo al compito da svolgere. La donna può rimanere in contatto con l’ambiente, rimanendo capace di seguire istruzioni e aiuti che le vengono dati da chi l’assiste, e mentalmente disponibile per il significato emozionale dell’occasione, e soprattutto deve avere il controllo del proprio respiro durante le contrazioni uterine. Gerda Alexander definisce il rilassamento non come un abbandono della volontà, ma come scelta volontaria fra lo stato di inattività e di attività con il minimo di tensione (forza muscolare) richiesta. Questo è il livello di rilassamento utile per travaglio del parto: il livello che permette la massima padronanza e funzionalità fisica emotiva, garantendo così l’interruzione del circolo vizioso paura – tensione – dolore.

L’importanza del respiro: Lowen

Nel trattamento individuale il terapeuta basa il suo lavoro sull’osservazione del respiro, senza però mai chiedere un controllo coscente del respiro. Il respiro è una funzione automatica dell’organismo, e per Gerda Alexander un intervento coscente sarebbe negativo: un respiro più libero si ottiene con una migliore elsticità del torace e del diaframma, nonché dei muscoli della pancia. Per evitare che durante gli esercizi si blocchi il respiro per le tensioni interne, Gerda Alexander chiede spesso di mugolare o di canticchiare sottovoce: in un buono stato eutonico le vibrazioni delle corde vocali si possono sentire in tutto il corpo.

Gerda Alexander descrivendo il suo metodo usa la parola nuechtern, che vuol dire sobrio: intende razionale, poco emotivo, conciso. L’Eutonia infatti è molto diversa da un metodo psicofisico come per esempio la bioenergetica, che usa il lavoro sul corpo in un modo catartico per fare uscire emozioni da lungo tempo represse: per esempio nella bioenergetica il respiro è sforzato apposta per fare uscire quel sentimento che in origine è stato rimosso bloccando il respiro. Lowen dice che per porre fine a sensazioni spiacevoli che non è in grado di elaborare nel suo io, il bambino trattiene il fiato, fa rientrare il ventre e blocca il diaframma: cioè rende insensibile più che può il proprio corpo, per non dover affrontare dei sentimenti che in questo stadio del suo sviluppo non sono integrabili per la sua personalità. Questo corrisponde a Lowen all’abbandono della realtà, un processo che può essere paragonato a un meccanismo di difesa freudiano, e che ha allo stesso tempo un suo valore creativo, in quanto difende l’io da un conflitto che non ha i mezzi per risolvere.

Ma con ciò il bambino pone la prima pietra di una scissione dell’ego dal corpo, dividendo la personalità in due identità contraddittorie senza possibilità di connessione fra loro: una di questa identità è basata sul corpo, l’altra sull’immagine dell’ego. Con gli esercizi di respiro profondo e sforzato, Lowen cerca di far prendere contatto con quei sentimenti di disperazione che stanno all’origine del blocco del respiro2. Nel metodo di Gerda Alexander manca da un lato questo aspetto, e dall’altro l’elaborazione psichica del contenuto affiorato, anche se lei dice che spesso durante il trattamento affiorano ricordi (per esempio un odore), che si possono poi connettere con l’origine del trauma di cui stava in quel momento trattando le conseguenze a livello di tensione muscolare. Abbiamo qui un’elaborazione psicologica di esperienze traumatiche che stavano all’origine della difesa muscolare? In un certo senso sì, ma qui l’accento non è messo sul contenuto psichico che emerge.

L’importanza del tatto: Harlow

Sembra che le esperienze tattili e cinestetiche nel primo periodo dell’infanzia abbiano un enorme influsso sullo sviluppo dell’uomo, non solo in senso fisico ma anche per il suo comportamento: psicologicamente, nell’anima,. Nei mammiferi il contatto fisico subito dopo il parto è necessario perché si installi il tipico comportamento materno. Sono stati fatti veri esperimenti per capire gli effetti sul comportamento, con una separazione di un’ora più o meno dei figli dalla madre. I risultati sono vari: minore allattamento, in alcuni casi rigetto totale, un ritardo nel ristabilirsi della madre. Sembra che il contatto fisico non sia necessario solo al neonato, ma anche alla madre, perché si possano sviluppare tutte le sequenze nel comportamento adeguato alla nuova situazione.

Per quanto riguarda l’importanza del contatto con qualcosa di morbido e caldo nei primati neonati, ci sono gli studi degli anni ‘50 di Harlow, che notò come le piccole scimmie cresciute in laboratorio senza madre mostrano un grande attaccamento per cuscini, pezzi di stoffa e altre cose morbide. Scoprì anche che scimmie cresciute in gabbia di rete metallica sopravvivevano con difficoltà. A questo punto Harlow diede inizio al suo esperimento: costruì una madre metallica e una madre rivestita di stoffa per due gruppi diversi di scimmie, e osservò le differenze delle loro reazioni3.

Le conclusioni di Harlow sull’allattamento nella scimmia Rhesus e le conclusioni che poi ne fece direttamente sugli uomini, consideravano purtroppo solo il bambino è non la madre, ma vedremo che madre e figlio nel primo periodo formano una coppia simbiotica, una unità biologica, una diade funzionale. L’allattamento per molti ricercatori e uno dei pattern importanti per lo sviluppo della specifica comunicazione madre figlio. L’allattamento aiuta la madre a sentire il legame reciproco col figlio in un modo psicologico “naturale” dove richiesta e risposta diventano un dialogo funzionale che va da sé secondo un naturale principio del piacere. “A me fa piacere soddisfare quello che vivi tu: è nel mio diretto interesse soddisfare il tuo bisogno, ho bisogno che tu voglia qualcosa da me”, invece di pensare cosa dovrebbe essere una risposta adeguata (faccio bene, faccio male), col sottofondo del senso di colpa (perché mi sto scocciando?) e conseguente risentimento. È chiaro che vedendo la comunicazione madre figlio in questo modo, non ha senso fare la distinzione “l’attaccamento non serve al figlio ma piuttosto alla madre”, perché tutti i fattori che aumentano la qualità della comunicazione sono un vantaggio per tutti e due.

Una scoperta collaterale dei lavori di Harlow riguarda la capacità materna delle sue scimmie. Le cattive madri, quelle scimmie cioè che mancavano di una serie di risposte istintive al piccolo, a loro volta erano state allevate da una madre altrettanto cattiva, oppure erano senza madre. Cioè le cattive madri non avevano mai conosciuto il contatto intimo, fisico, con la loro madre, e non avevano mai avuto un normale rapporto con loro. Queste cattive madri dimostravano anche un comportamento sessuale disturbato e difetti di socializzazione in genere. Harlow afferma: “dall’intimo attaccamento del figlio alla madre si sviluppano molteplici risposte affettive apprese e poi generalizzate”, e ancora: “si impara ad amare non perché ce lo insegnano ma per il fatto di essere amati”.

Lo scopo della ricerca di Harlow era in origine di aiutare il soggetto a provare le sue possibilità di movimento spontaneo e naturale, il proprio modo di esprimersi (invece di inculcare una tecnica uniforme prefabbricata da imitare) sviluppando la sua sensibilità cinestetica, prendendo coscienza del proprio corpo l’autore faceva sentire il movimento prima di eseguirlo. Questo d’altronde risponde anche alla base psicologica di J.Daler, che insegnava a sentire la musica con tutto il corpo prima di eseguirla.

Il significato delle terapie psicofisiche che partono dal corpo per fare psicoterapia, è sempre più riconosciuto e divulgato in questi ultimi tempi, anche se i lavori di Reich e Ferenczi sono tutt’altro che recenti: forse è l’ostilità al corpo della nostra cultura occidentale alle radici della loro rimozione da parte della psicoterapia ufficiale. Il nostro tradizionale concetto del corpo è un’immagine dualistica di un corpo senz’anima di fronte a un’anima senza corpo. Il modo di esprimersi più usuale è ho un corpo di cui sono conscio come di un oggetto, e di cui mi servo. Magari non funziona bene o non mi piace, non ubbidisce, arrossisce quando non dovrebbe, si ammala. Oppure il contrario: e ben allenato fa il suo dovere.

La base comune da cui invece partono tutti quelli che lavorano terapeuticamente col corpo è il concetto “ognuno è il suo corpo”. Tanto più siamo il nostro corpo, più siamo a contatto con la realtà, perché è solo la percezione del nostro corpo l’unico modo di farci esistere nel mondo. Dove è disturbata questa unità esistenziale tra il selbst e il corpo si trova il nucleo della nevrosi e della malattia mentale. Il paziente perde il contatto con la realtà (cioè non la tocca), e perde la consapevolezza di se stesso come esistente. Se perde il suo corpo perde sé stesso, se trova il corpo trova sé stesso. L’esperienza della perdita di contatto col proprio corpo, con sensazioni di estraneità e irrealtà, è quello che si chiama depersonalizzazione. Al contrario, il senso di identità e collegato a un contatto col proprio corpo: per sapere chi sei devi sapere cosa senti, e sentire si può solo col proprio corpo.

Nel momento culturale occidentale attuale degli ultimi anni, c’è una rivalutazione del corpo in molti campi: nel teatro (il teatro gestuale, Grotowski, Barba, living theater): a livello politico, dove un movimento è impegnato nel recupero del diritto alla fisicità per le donne che vogliono il diritto di conoscere il proprio corpo, di poterne disporre il libertà; in campo pedagogico, dove si è preso coscienza dell’importanza fondamentale dello sviluppo mentale del bambino, l’orientamento spazio temporale che è acquisibili unicamente attraverso l’esperienza diretta del corpo con l’ambiente eccetera eccetera.

In campo psicoterapeutico poi da più parti si è notato la necessità di un approccio corporeo nel processo curativo. Nelle culture occidentali c’è sempre stata una scissione profonda tra corpo e psiche, con una profonda svalutazione di tutto ciò che è fisico: questa si è estesa anche ai primi tentativi di risoluzione dei traumi. Attualmente assistiamo a una maggiore sensibilizzazione alla possibilità che l’indagine sul tema corporeo offre al processo psicoterapeutico (ad esempio il grande sviluppo del Growth moviment e della psicologia umanistica nei paesi anglosassoni), movimenti che agiscono sulle coscienze dell’unità indiscutibile tra psìche e somma, e sulla relativa impotenza del lavoro terapeutico a livello fisico emotivo verbale, e che si rifanno a tutte le esperienze precedenti, in particolare a quelle di Reich, e in senso più culturale artistico del movimento della danza moderna con tutto il suo interesse per la liberazione della espressività corporea (Grindler, Deleuse e molti altri).

La notevole esperienza nata dal movimento della danza moderna, da coloro cioè che partendo da premesse più generalmente artistico-espressive approfondirono in senso terapeutico tali tecniche, si sviluppò su basi abbastanza pratiche, delegate all’intuizione, alla sensibilità delle singole persone. L’empiricità di tali esperienze ha fatto sì che manchi una trattazione teorica più generalmente estesa, e parallelamente manchi il riconoscimento da parte della scienza ufficiale (in particolare della psicologia) di tali esperienze, rimaste perlopiù nell’oscurità fino al momento in cui i movimenti americani e inglesi non ci hanno rifocalizzato l’attenzione sopra. La caratteristiche essenziali di tali tecniche è che agiscono sempre non su un livello verbale, ma fisico.

Si può suddividere le varie tecniche non verbali in due grandi gruppi: il primo è la rieducazione funzionale del corpo, dall’altra parte ci sono tutte le tecniche che sono orientate al conflitto originario, il cui scopo è un influsso globale di ordine somaticopsico. Il teorema reichiano della traumatizzazione muscolare è alla base di questi metodi: questo teorema dice che ogni influsso traumatico sull’organismo comporta contratture sulla muscolatura, e queste a loro volta bloccano e legano l’energia vitale. Risolvendo queste contratture muscolari si mobilita la struttura globale psicofisica dell’uomo, nel senso di una vitalizzazione: si liberano forza, gioia di vivere, capacità di godere e creatività. Cioè attraverso il lavoro sul corpo e col corpo, si vuole mettere in moto, fare scattare, processi psichici che poi a loro volta vengono integrati, analizzati, risolti con metodi psicoterapeutici.

Il dualismo nella cultura occidentale si esprime già nella filosofia greca con la domanda sul rapporto fra psiche e soma. La divisione netta fra psichico e fisico, di un mondo esterno e un mondo interno, formulata da Descart nel 1644, ha influenzato tutto il pensiero occidentale e avuto conseguenze per la medicina, la psicologia e la pedagogia, che solo nell’ultimo periodo sono state messe in questione, e non si possono affatto ritenere superate.

Questo atteggiamento di scissione è caratteristico per i primi sistemi di ginnastica (Ling 1776-1838, Pestalozzi 1746-1828, Jahn 1778-1852), che vedono nel corpo uno strumento, che è sottoposto alla volontà ma altrimenti è indipendente nelle sue funzioni. Anche se l’antica massima mens sana in corpore sano era molto citata, non era vista un’unità psicosomatica, ma solo una mente accanto al corpo. Considerando che la logica terapeutica si basa sull’ipotesi della totalità psicofisica dell’uomo, sull’unità spaziotemporare corpo-psiche, al limite la domanda da dove è partito il trauma non ha senso.

Il massaggio per lo sviluppo della sensibilità tattile: Spitz

Nel primo periodo di vita la comunicazione col bambino avviene soprattutto attraverso il tatto: come ha dimostrato René Spitz, la madre progredisce (o regredisce) nel linguaggio della comunicazione tattile a un livello di sensibilità che agli adulti di solito è sconosciuto. In questo rispetto la sicurezza naturale e la disponibilità della giovane madre è facilmente disturbata dall’ambiente perinatale. Indagini su bambini dimostrano che madri con esperienze molto recenti di adeguate e significativa manipolazioni del corpo da parte del personale di servizio durante il travaglio il parto, nel periodo immediatamente dopo nei confronti del bambino usano le mani in un modo più adeguato ed efficiente. I massaggi possono essere adoperati nel periodo del prototravaglio, del travaglio e del parto stesso per una maggiore distensione muscolare della donna e per l‘effetto affettivo e rassicurante che comunica il contatto con una mano umana a cui la cosa importa.

Il massaggio qui non è una questione di tecnica e di conoscenze anatomiche, ma un campo dove si usa sensibilità, empatia e disponibilità al contatto. Ognuno ad occhi chiusi in posizione comoda cerca di immaginare che tipo di massaggio e in quale parte del corpo gli piacerebbe, per poi dare all’altro quello che sarebbe piaciuto a sé stesso: in questo modo le donne istruiscono il partner.

Come abbiamo detto, ogni esperienza fisica a qualche livello implica un coinvolgimento psichico emotivo. Qui vogliamo raggruppare alcuni esercizi dove possa più che negli altri essere evidente come possano stimolare una risposta emotiva e toccare la persona nella sua globalità psico-fisica. Alcuni di questi esercizi mettono l’accento sul contatto fisico come mezzo di comunicazione interpersonale, altri sono volti a scoprire il significato psichico di alcune tensioni croniche e occasionali. Per certi esercizi è particolarmente indicata la presenza del partner maschile.

Ricordiamo a chi massaggia di non perdere la percezione di sé stesso nel tentativo di soddisfare le aspettative dell’altro, o di fare piacere all’altro. Pur restando pienamente disponibile verso il bisogno dell’altro, chi massaggia è invitato a badare al proprio rilassamento, a non perdere il ritmo naturale e sciolto del respiro, a prendere sempre una posizione comoda dalla quale poter utilizzare il peso del corpo per adoperare eventualmente la forza (e in genere per poter lavorare con tutto il corpo invece che soltanto facendo sforzo con le mani e le braccia), a rispettare il ritmo del respiro dell’altro, a lavorare ad occhi chiusi, se possibile, per la nota tendenza di compensare con un’aumentata sensibilità tattile l‘assenza della vista.

A chi è massaggiato raccomandiamo di focalizzare l’attenzione sul contatto con le mani dell’altro e di immaginare di potersi rilasciare, aprire, verso le mani dell’altro. L’abitudine a questo tipo di contatto con le mani porta a poter usare lo stimolo “tatto” per una risposta di “rilassamento”. Anche al contatto col ginecologo e con l’ostetrica, che non ha uno scopo rilasciatorio ma esplorativo, si può imparare a rispondere rilassando la parte toccata, anziché tenderla in difensiva. Questa capacità rende le visite ginecologiche in genere, e quelle durante il travaglio del parto, molto meno dolorose e facilita il compito al medico. Inoltre la donna può imparare ad usare il contatto della propria mano con la parte dolorante come stimolo per lasciare andare, rilasciare, aprire, che è spesso un valido aiuto per alleviare dolori e disagi durante il travaglio.

Ho avuto personalmente esperienza dell’Eutonia per oltre tre anni come paziente, sia in trattamento individuale che in gruppo, e sono testimone degli effetti.

In questi esercizi il paziente sente in modo nuovo e come dall’interno del proprio corpo: nell’insieme di questo nuovo sentire si condensa il rafforzamento della coscienza del corpo. Si tratta qui di osservare le reazioni del corpo quando si sposta il centro dell’attenzione, e si costella una nuova e più completa immagine del corpo: al principio questa nuova coscienza corporea rimane legata alla situazione dell’esercizio, ma progressivamente si allarga e diventa una nuova capacità sensitiva in ogni situazione della vita. Con le parole di Gerda Alexander: “la nuova coscienza del corpo rimane come accordo di base sotto la melodia di tutto quello che succede nel momento. Da questo si sviluppa una nuova parte dell’io, e un migliore equilibrio psichico”. Evidente l’importanza che l’Eutonia può avere come aiuto per la psicoterapia.

Esercizi

Due persone (preferibilmente la coppia) si siedono in posizione indiana, più vicini possibile, schiena contro schiena, badando di ottenere il massimo contatto delle colonne vertebrali e dell’osso sacro, senza per questo appoggiarsi o premere sull’altro. L’esercizio si svolge ad occhi chiusi. La coppia rilascia le spalle, i muscoli della schiena e del collo, per trovare una posizione dove è necessario lo sforzo muscolare minimo per restare seduti, grazie alla giusta statica della colonna vertebrale. Si invita la copia a concentrarsi su un respiro liscio e disteso, a lasciare andare i pensieri, a rimanere in silenzio a occhi chiusi, a diventare consapevoli delle sensazioni provenienti dal proprio corpo e dal contatto con la schiena e del collo, finché le colonne vertebrali vengono percepite come una sola. Stabilito questo contatto, si invita la coppia ad iniziare un movimento di danza con la schiena, come se fosse una sola con quella dell’altro senza mai perdere il contatto. Uno segue l’altro senza che sia prestabilito chi guida e chi segue.

Questo esercizio, oltre a offrire rilassamento di attivazione della mobilità della schiena, è un buon esempio di come attraverso il contatto fisico può avvenire una profonda comunicazione psichica. Parlando dell’esperienza in seguito non sono rari commenti come: è stato bellissimo, meglio di parlare; oppure critiche: la tua schiena non ascoltava, corri sempre via, non prendi mai l’iniziativa, ti appoggi sempre a me, eccetera…

Disegnare il corpo

All’inizio di un corso di Eutonia si richiede all’allievo (paziente, soggetto… ) di disegnare o di modellare un corpo umano. Sembra che per questo compito il modello utilizzato non sia tanto il ricordo-rappresentazione visiva del corpo altrui, ma piuttosto che funzioni come modello la percezione del proprio corpo. Attraverso il disegno o la scultura, il paziente esprime direttamente l’immagine che ha del proprio corpo. Gerda Alexander è giunta a questa conclusione perché è rimasta colpita dal fatto che i disegni e le sculture di persone con elevata preparazione accademica riguardo al tema corpo non erano affatto meglio di quelli delle persone senza preparazione in questo campo, e che però nel corso del lavoro di Eutonia, anche dopo breve tempo si può avere un netto miglioramento delle rappresentazioni.

Al principio del corso di Eutonia tutti gli allievi disegnano o modellano il proprio corpo. E’ interessante il fatto che l’esattezza della rappresentazione non ha niente a che fare con il livello di istruzione delle persone: medici, fisioterapisti, ballerini, psicoterapeuti, hanno altrettante lacune nell’immagine del proprio corpo di persone senza preparazione a proposito. Si può dedurre che la sola conoscenza intellettuale del corpo non sviluppa l’immagine corporea, e si può altresì dedurre che attraverso una serie di esercizi che aumentano la sensibilità della superficie e dei tessuti profondi dell’organismo del paziente, si può normalizzare l’immagine corporea. Ascoltando il proprio modo di contatto del corpo con l’ambiente (la sedia, il suolo) si sviluppa una percezione più integrale, conscia e corrispondente del volume e del peso del corpo: pare che sia di grande importanza sentire contemporaneamente tutte le parti del corpo integralmente, e dopo si procede al lavoro sulle ossa e gli organi interni.

Quando si scopre e si riempie con la coscienza tutte le parti del corpo, si percepisce che il tonus cambia: il contatto col suolo lo equilibra. La percezione del volume, della muscolatura e del peso abbassa il tonus fino a un profondo rilassamento, la percezione della pelle e dello scheletro alza il tonus sopra il livello normale, fino a un senso di leggerezza senza peso. Attraverso gli esercizi si può imparare a disporre liberamente del proprio tonus, e nello stesso tempo regolare consciamente il proprio stato fisico a un effetto equilibrante per la psiche. Per questo Gerda Alexander raccomanda il suo trattamento in caso di depressioni e altre turbe psichiche.

il gioco delle marionette

Un altro esercizio da portare in questo contesto è “il gioco delle marionette”: una persona manipola con cura e attenzione le membra dell’altra in posizione supina, esplorando la gamma di movimenti delle articolazioni senza mai sforzare. La persona manipolata ha il compito di rimanere il più possibile passiva, cioè di non resistere né aiutare il movimento anticipandone la direzione. Questo esercizio dà la possibilità di esplorare la propria capacità di lasciarsi andare, abbandonare il controllo, affidarsi, tutte qualità utili per il travaglio e il parto, se ci mettiamo dal punto di vista che gran parte dell’arte di partorire consiste nel sapere accettare le reazioni autonome del proprio corpo con fiducia e affidamento.

Palla da tennis

Questo esercizio è volto a sperimentare un nuovo modo di affrontare il dolore. Stesi in terra, si posiziona una palla da tennis sotto una zona dolorante: la pressione sulla muscolatura, se è cronicamente contratta, genera dolore. Le donne sono allora invitate a cercare un modo di alleviare il dolore, ovviamente non rimuovendo la palla o mutandone la posizione, ma cercando di rilassare progressivamente i muscoli, andando in un certo senso incontro al dolore e non contraendosi in difesa nel tentativo di eliminarlo. Una sorta di apertura al dolore che paradossalmente porta dissolverlo.

Si richiama a questo punto l’analogia con l’atteggiamento da assumere durante il parto, un atteggiamento cioè di rilassamento e apertura, “lasciar passare attraverso il corpo”, e non di contrazione di fronte alla sensazione dolorosa della contrazione uterina. Interessante notare come spesso viene espressa meraviglia e sollievo di fronte alla reale ampiezza di questi spazi, quasi indirizzato a una rimozione della fantasia ansiosa che il figlio non ce l’avrebbe fatta uscire da lì.

A tutti questi esercizi segue uno scambio fra gli allievi delle esperienze vissute.

Posizioni di controllo

  1. Stare seduti sui talloni. Le dita dei piedi sono piegate. Controlla la mobilità delle articolazioni del piede e delle dita dei piedi.
  2. Lo stesso con l’articolazione del piede distesa;
  3. a) stare seduto sopra alle cosce per terra. Le ginocchia divaricate.

b) nella stessa posizione piegare nelle articolazioni della finché la pancia tocca terra. Controlla la mobilità delle ginocchia e delle anche, e la lunghezza della parte anteriore della coscia (quadricipite).

4) si parte carponi, si incrocia un ginocchio dietro l’altro sedersi fra i polpacci per terra, toccando terra con tutte due le ossa del sedere (pube, ischii).

Controlla: Articolazione dell’anca, del ginocchio e la parte esteriore dei muscoli della coscia

4) gambe incrociate (loto): piegarsi avanti e nell’anca.

5) Controlla articolazioni del piede, del ginocchio e dell’anca. Muscoli esterni della coscia e del polpaccio.

6) gambe incrociate alla turca: ginocchia divaricate, un piede vicino all’altro in modo che il tallone di uno sta davanti all’articolazione dell’altro piede. Piegare in avanti finchè si tocca terra con la fronte.

Controlla: articolazione del piede ginocchio. Muscoli interni della coscia.

7) a) stando seduto sui talloni si estende angolo retto una gamba, e lentamente ci si siede per terra;

b) si volge il busto verso la gamba stessa, e piegando nell’anca si tocca il ginocchio con la fronte.

Controlla: muscoli interni della coscia;

8) a) si sta seduti, piante dei piedi per terra, testa sui ginocchi;

b) si lascia scivolare lentamente i piedi davanti, lasciando la testa posata sulle ginocchia.

Controlla: tutti i muscoli del retro del corpo dalla nuca ai talloni;

9) partendo sdraiati sulla schiena si mettono le ginocchia accanto alle orecchie. Controlla: i muscoli della schiena e della nuca;

10) a) mani intrecciate dietro la testa, Gomiti per terra, Ginocchia piegate, Piante dei piedi per terra;

b) lasciare cadere le ginocchia da una parte. Tutte e due toccano terra senza levare le spalle da terra.

Controlla: colonna vertebrale muscoli dell’anca, spalle e muscoli delle braccia;

11) sdraiato di fianco per terra le ginocchia toccano terra, il busto si volta dall’altra parte finché spalla e braccio toccano diagonalmente la terra;

12) supino per terra, braccia a forma di candelabro, avambracci e mani verso il soffitto;

a) avambracci cadono passivamente indietro;

b) avambracci cadono in avanti;

Controlla: muscoli delle spalle braccia e mani.

1

Forze molto presenti nell’isteria, dove nel sintomo l’energia psichica viene convertita in energia fisica.

2

Nel metodo di Lowen i sentimenti che affiorano vengono poi interpretati psicologicamente: d’altro canto l’esperienza di un’emozione rimossa per Lowen non comporta un cambiamento del carattere, fin quando non viene integrata consciamente nella struttura della personalità.

3

I piccoli con la madre rivestita di stoffa risultarono rassicurabile e consolabili, quelli con la madre metallica no.

Please cite this article as: Dagmar Lorenz (2020) L’Eutonia come terapia somato-psichica. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/rivista/leutonia-come-terapia-somato-psichica/

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