La supervisione nella Psicoterapia della Gestalt

Abstract

28/05/2012 - La formazione dello psicologo/psicoterapeuta si fonda su tre fattori essenziali: l’apprendimento teorico, il processo di formazione personale e la supervisione. Il modo di combinare tra loro questi fattori porta a differenziare due modalità formative diverse, da una parte quella esperienziale (s’impara intraprendendo un percorso di terapia personale e sperimentandosi nell’offrire sostegno prima ai colleghi della formazione e poi alle persone che lo richiedono mentre si è seguiti in supervisione); dall’altra l’apprendimento teorico, intellettuale o discorsivo, fondato sul leggere, studiare, riflettere e confrontarsi su temi quali diagnosi, modalità di intervento, fondamenti della relazione psicologico-psicoterapeutica e così via.

Di Anna R. Ravenna

Estratto da “VI CONVEGNO S.A.I.F.I.P. 6 NOVEMBRE 2009- Supervisione e benessere” INFormazione Numero 14 – Giugno-Dicembre 2009

Pubblicato il 28 maggio 2012

La formazione dello psicologo/psicoterapeuta si fonda su tre fattori essenziali: l’apprendimento teorico, il processo di formazione personale e la supervisione.
Il modo di combinare tra loro questi fattori porta a differenziare due modalità formative diverse, da una parte quella esperienziale (s’impara intraprendendo un percorso di terapia personale e sperimentandosi nell’offrire sostegno prima ai colleghi della formazione e poi alle persone che lo richiedono mentre si è seguiti in supervisione); dall’altra l’apprendimento teorico, intellettuale o discorsivo, fondato sul leggere, studiare, riflettere e confrontarsi su temi quali diagnosi, modalità di intervento, fondamenti della relazione psicologico-psicoterapeutica e così via.
Benché ci siano programmi formativi che si fondano più sul primo modello configurando la relazione di apprendimento come relazione maestro-apprendista, ed altri più sul secondo (professore-allievo), si tratta in effetti di due diversi approcci, l’approccio fenomenologico e l’approccio epistemologico, la cui complementarietà è necessaria per una buona formazione.
In ogni caso, non smettere, nel corso degli anni, di lavorare per creare sempre maggiore apertura, consapevolezza e autenticità, non solo nell’altro ma sopratutto in se stessi, costituisce l’aspetto nucleare, il fuoco, la passione che può alimentare la fantasia e la creatività dello psicoterapeuta sottraendolo all’ansia di “fare bene”, al bisogno di controllo, al desiderio di potere, al piacere della gratificazione narcisistica nonché alla relativa risposta aggressiva verso persone che “non rispondono alle cure”.
La supervisione aiuta a conoscere e gestire anche le modalità più nascoste e quindi più insidiose del carattere, del proprio modo di stare al mondo attraverso risposte emozionali prima ancora che comportamentali, aiuta, in altre parole, a proseguire il lavoro, iniziato nella psicoterapia personale entrando in contatto con sensazioni ed emozioni alle quali, in altri contesti, non si presterebbe attenzione.
Nella Psicoterapia della Gestalt, la supervisione non è un modo per rendere conto ad uno psicoterapeuta più esperto del proprio modo di condurre i trattamenti, quest’ultimo non deve insegnare o controllare modalità “giuste” di lavoro e colmare l’ignoranza del terapeuta. Se esistessero modalità “giuste” per  condurre una “buona” psicoterapia, i professionisti si troverebbero trasformati, attraverso la formazione e la supervisione, in “robot” ( Lacan,  Varianti della cura –tipo (1955) in Scritti, Einaudi, Torino, 1974 , Vol. I (pag.350-3)
In Gestalt, il “non sapere” non è considerato la negazione del sapere, ma è coltivato come una spinta appassionata all’interrogarsi, all’aprirsi del dubbio, alle mille possibilità che la situazione dischiude, all’incertezza con cui incamminarsi nella costruzione con l’altro in un percorso sempre nuovo perché ogni passo è co-costruito qui ed ora nel contesto della relazione.
Nel modello gestaltico, la supervisione aiuta nell’analisi del transfert del terapeuta, aiuta alla consapevolezza del suo vissuto, delle emozioni che lo attraversano e che, rese fluide dal lavoro su se stessi, entrano nel percorso terapeutico come fondamento dell’ empatia e dell’etica relazionale, che è ben più del controtrasnfert indotto dal transfert del cliente (e del quale il terapeuta  può fare un uso adeguato al contesto) come si intende nella Psicoanalisi classica. Nella Psicoterapia della Gestalt il transfert del terapeuta è lo strumento fondamentale di conoscenza e partecipazione come fondamento dell’esser-ci e della reciprocità trasformativa che conferisce quel aspetto dinamico e olistico di coinvolgimento reciproco che sembra costituire l’elemento più autenticamente trasformativo nella relazione psicoterapeutica.

Per chi volesse sperimentare o ri-sperimentare la supervisione ad approccio gestaltico segnaliamo la maratona di supervisione condotta da Anna Ravenna che si terrà a Gallipoli dal 26  al 31 agosto 2013.
Un’occasione di crescita professionale e personale ma anche un’opportunità di relax e vacanza sulle coste salentine.
Per l’iniziativa sono stati richiesti i crediti ECM.

Please cite this article as: Redazione (2012) La supervisione nella Psicoterapia della Gestalt. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/gestaltblog/la-supervisione-nella-psicoterapia-della-gestalt/

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4 risposte

  1. gold price ha detto:

    Destinatari Gli incontri sono rivolti a chi ha gia’ avuto esperienze di crescita personale e lavoro su se stesso e a chi si occupa di relazione d’aiuto; inoltre a Counsellor, Psicologi e Psicoterapeuti che desiderano integrare nella propria formazione l’indirizzo gestaltico.

  2. Maria Pascucci ha detto:

    Gli articoli scritti da Anna sono sempre un punto di riferimento per chi, come me, si avvicina in punta di piedi, alla meravigliosa scoperta dell’ anima, della propria anima prima ancora che di quella altrui.
    Questo viaggio meraviglioso dentro di se, apre gli occhi a scenari mai analizzati prima, che come tali fanno nascere curiosità ed apprensione. Una attenta supervisione riporta nei confini dell’ accettabilità quanto si rischia di incontrare. Grazie Anna, di tutto

  3. idebenone ha detto:

    L’apprendista-terapeuta deve imparare a porre attenzione alle proprie sensazioni personali (attivate dalla e nella relazione terapeutica) discriminando con la massima consapevolezza possibile quanto ciò che avviene e sta provando possa essere influenzato dalle modalità tipiche del proprio sistema di conoscenza e quanto, invece, da paure, difficoltà, strategie relazionali del sistema del paziente. A questo scopo, particolarmente utili sono i momenti di supervisione individuale davanti al gruppo, in quanto ciascuno dei rimandi degli altri, oltre che dei didatti, stimola l’allievo in questione a costruire punti di vista diversi da cui osservarsi durante l’interazione terapeutica.

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