Gestalt e costruttivismo

Direttore G. Paolo Quattrini

Istituto Gestalt Firenze

Quattrini G. Paolo – Direttore Istituto Gestalt Firenze – sede di Firenze

 INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°5 settembre – ottobre 2005, pagg. 2-9, Roma

Epistemologie e fenomenologie

La Gestalt è un approccio organismico, e questo implica necessariamente un punto di vista evoluzionista, a meno che non si sia creazionisti e allora non c’è niente da dire in termini di psicologia.

Dal punto di vista evoluzionista la conoscenza è uno strumento funzionale alla sopravvivenza. Si conosce per sopravvivere.

Chi ha un gatto sa bene che quando la mattina si cerca di prenderlo per metterlo fuori lui non si lascia avvicinare: è evidente che il gatto conosce il mondo, e lo conosce anche bene, perché per quanto ci si avvicini con ipocrita noncuranza, non ci casca affatto.

Un gatto conosce meglio di almeno molti esseri umani, che cascano nella trappole più banali…

Il gatto conosce dunque, per quanto, ovviamente, non in termini concettuali. Conosce per accoppiamento strutturale o, detto in altre parole, conosce per via analogica: di fronte a un nostro strisciante avvicinarsi in lui accade un rapido allontanarsi.

Ecco allora che da questo punto di vista il tema della conoscenza viene retrocesso dagli umani alle amebe, e copre uno spazio più vasto di quello che di solito si prende in considerazione quando si parla del “conoscere”: visto da questo punto di vista il conoscere è strutturante, nel senso che struttura un mondo dotato di senso a cui rispondere con comportamenti che consentono la sopravvivenza.

Conoscere per sopravvivere, dai gatti  alle amebe si chiama “istinto”, che è quello che nel linguaggio comune si definisce “il sentire”: Il gatto “sente” qualcosa e scappa. Questo sentire è appannaggio anche degli esseri umani. Solo che gli esseri umani hanno una vecchia tendenza a sostituire (ufficialmente) il “sentire” con il “pensare”, e utilizzano soprattutto questo ultimo strumento per conoscere il mondo.

Non che il pensare non funzioni, è solo che anche il sentire funziona, e funziona parecchio bene, perché milioni e milioni di anni di vita sulla Terra hanno affinato attraverso il test della sopravvivenza le capacità degli organismi di sentire: chi non conosceva sentendo non solo non sopravviveva come singolo individuo, ma non lasciava molta discendenza…

Da questo punto di vista, la vita emozionale è semplicemente uno strumento di sopravvivenza.

È in realtà un sistema molto raffinato di conoscenza del mondo: se io ho paura, vuol dire che c’è qualcosa di minaccioso vicino a me. La minaccia può essere indifferentemente concreta o fantasmatica, ma se ho paura vuol dire che il mio organismo sta riconoscendo il mondo come minaccioso. E’ solo che il meccanismo non differenzia tanto tra mondo esterno e mondo interno: non si sa se si immagina il pericolo o se fuori c’è davvero pericolo, ma resta il fatto che si avverte un pericolo, dentro o fuori che sia.

Dunque il problema è che se il sentire è via di conoscenza, quello che non abbiamo generalmente disponibile è una verifica del sentire. Noi sentiamo, ma non sappiamo se questo sentire viene da dentro o da fuori.

Il problema della conoscenza è in realtà il problema della “buona” conoscenza. Tutti si conosce, ma in genere  si conosce male, perché per essere buona conoscenza il conoscere deve essere un sistema dotato di verifica.

Abbiamo l’abitudine di conoscere attraverso il pensiero, e ce ne fidiamo appunto perché da secoli del pensiero abbiamo sistemi di verifica. Da Platone in poi l’umanità ha articolato sistemi di verifica straordinariamente efficienti: con Cartesio i sistemi di verifica sono diventati così straordinari che possiamo permetterci epistemologie, cioè teorie della conoscenza attraverso teorie.

Un’epistemologia è infatti un sistema di verifica del processo conoscitivo attraverso il pensiero.

Se per esempio qualcuno dice: “la luna è di formaggio”, verifichiamo i metodi con cui l’ha conosciuta e vediamo se hanno congruenza con l’epistemologia a cui si riferiscono. Certe cose possono essere congrue a un’epistemologia e non a un’altra.

Quello che si richiede al conoscere è la congruenza non con qualunque epistemologia, ma con quella a cui si riferisce chi conosce.

In psicologia questo vale in modo particolare. Siccome le epistemologie di riferimento possono essere molto differenti, certe cose che per una scuola sono sacrosante per un’altra sono pura idiozia, perché nella sua epistemologia di riferimento sono incongrue.

L’epistemologia è un sistema per verificare le teorie, i pensieri, la conoscenza concettuale.

Per verificare il sentire, perché il sentire diventi sistema di conoscenza di cui ci si possa fidare, ci vuole invece un altro tipo di teoria della conoscenza: le fenomenologie, teorie della conoscenza attraverso la percezione, sono gli strumenti congrui a questa verifica.

Le fenomenologie concordano sul fatto che la percezione è individuale e soggettiva. Ora, come si verifica un mondo accessibile solo soggettivamente?

Sul piano del pensare il quadro di riferimento classico è la relazione fra soggetto e oggetto, in cui il soggetto copre l’oggetto e in qualche modo si unifica, aderisce, assimila l’oggetto in un’eguaglianza del tipo per esempio “io sono verde e lui è giallo”: questa infatti implicitamente è un’eguaglianza, perché sottintende che lui è come me ma di colore differente.

La fenomenologia verifica in maniera completamente differente, dato che nell’ottica fenomenologica, almeno in campo psicologico, non si pensa in termini di relazione soggetto oggetto, ma piuttosto di relazione soggetto soggetto, cioè di relazione intersoggettiva, cosa che poi collima pienamente con l’ottica costruttivista: anche qui non c’è un oggetto che va coperto di identità, ma c’è un incontro con un altro soggetto che per sua natura è differente.

Sia nel costruttivismo che nell’ottica fenomenologica esiste solo il punto di vista, cioè esiste solo la possibilità di conoscere dal punto da cui si guarda.

La verifica si fonda allora nell’intersoggettività: ascolto quello che dici e sento un effetto, dico che effetto mi fa e tu hai un effetto rispetto a quello che dico.

In questo rimbalzo continuo consiste l’intersoggettività. Ed è poi del resto oggettivo, perché davvero quando io dico così tu senti questo, davvero quando tu dici così io sento questo…

Questa intersoggettività è quella che in termini tecnici si chiama circolo ermeneutico. E’ un circolo perché non finisce mai: quello che sento io fa un effetto su di te, quello che senti tu un effetto su di me… e così avanti all’infinito.

Non c’è un’interpretazione che ferma, del genere: è così e punto. C’è un’interazione che procede all’infinito, come all’infinito procede la vita. L’ermeneutica e’ un interpretare che non interrompe il processo della vita.

Fermo restando l’importanza dei processi concettuali, se si può prendere in considerazione il fatto che anche sentireemozioni e sensazioni è un modo di conoscere, allora si può capire come nell’approccio gestaltico si lavori su due fronti paralleli: il fronte cognitivo e il fronte emozionale, dove anche il fronte emozionale è un fronte conoscitivo.

Quando in una seduta si chiede alla persona: “ che cosa senti?” glielo si chiede nella logica che lei sentendo definisca il mondo intorno a sé. Lo definisce in una maniera che non è concettuale, ma esistenziale, soggettiva in termini animali, cioè nei termini del suo essere nel mondo, non del suo essere ab-s-tracto, tratto fuori dal mondo. Nei termini insomma del suo abitare dentro il mondo e del suo doverlo fare per la sopravvivenza, in quanto un essere vivente non può prescindere dalla sopravvivenza.

Questa è la logica con cui il sentire nella Gestalt viene considerato un modo di conoscere, affinato da milioni e milioni di anni della storia della vita sulla terra.

Nell’ottica della gestione dell’intersoggettività, un filosofo italiano, Pier Aldo Rovatti, ha proposto il concetto di abitare la distanza.

In una seduta in effetti si abita la distanza, perché dire che la comunicazione e’ intersoggettiva vuol dire che il soggetto non è mai identico all’altro soggetto, non si unifica mai: fra i due soggetti rimane sempre necessariamente una distanza, e questa distanza è necessaria per una realtà dinamica.

Se non c’è distanza non succede niente.

Un esempio concreto è il ballo: due persone che ballano abitano la distanza che c’e’ tra di loro, se stessero appiccicati insieme non potrebbero ballare.

Anche in una seduta mataforicamente parlando si balla, e in questo ballare vengono riattualizzate tutte le difficoltà relazionali che il paziente ha: il paziente paga il terapeuta perché faccia un lavoro, e il lavoro consiste in un certo senso nel prendersi la responsabilità del fatto che il paziente non sa ballare.

Ballare con qualcuno che non sa ballare e’ poco piacevole, e questo richiede di aiutarlo a ballare un po’ meglio: il personale coinvolgimento del terapeuta è inevitabile, o si coinvolge o passa il tempo della seduta a farsi pestare i piedi dal paziente. L’abilità di cui ha bisogno un terapeuta è quella di far sperimentare al paziente una esperienza in cui riesce a ballare, a modo suo, magari in una qualche maniera strampalata, e di riuscire a tornare a casa con i piedi sani.

Naturalmente le persone fanno il meglio che riescono a fare, e il sintomo in realtà è il meglio che una persona è riuscita a fare: si lavora sui sintomi per aiutare le persone a interpretare con comportamenti il più soddisfacenti possibile la psicodinamica sottostante. Un comportamento infatti non è altro che il modo in cui la persona gestisce le sue spinte interne: in preda alle varie correnti che lo sbattono di qua e di là, costruisce qualcosa che in genere è lontano dall’essere ottimale, e’ solo il meglio che, nella condizione in cui è, riesce a fare.

La formazione di un comportamento si potrebbe illustrare con la metafora della perla: una perla comincia con un nucleo, sul quale si depositano successivamente altri strati, e allo stesso modo un comportamento richiede un grande lavoro per essere messo a punto. Comincia con una microesperienza iniziale, che può avvenire anche semplicemente a livello teatrale: su questa pian piano se ne stratificano delle nuove e a un certo momento il comportamento diventa organizzato e utilizzabile in modo “spontaneo”. I comportamenti vanno costruiti e integrati: il lavoro psicoterapeutico è diretto all’integrazione di nuovi comportamenti, almeno  nelle tre aree in cui le persone in genere hanno bisogno di cavarsela “abbastanza”: l’area della sopravvivenza, cioè l’area economica, l’area affettiva e l’area ludica.

Winnicott con il suo ”abbastanza” è una chiave di misura fondamentale del comportamento. Abbastanza: niente è né assoluto, né decisivo, e’ solo abbastanza realistico che questa tre aree debbano essere abitate.

Per strutturare nuovi comportamenti, e’ importante che la persona si accorga delle differenze nell’esperienza: generalmente le persone dimenticano con grande rapidità, per cui anche quando sperimentano qualcosa di molto interessante, se non ci si mette il dito sopra il ricordo sparisce in brevissimo tempo e la verifica diventa impossibile.

Il senso  di questa verifica e’ legato all’integrazione dell’esperienza come nucleo di diversità e di discernimento, e non avviene sul piano concettuale e linguistico, ma preferenzialmente su base sensoriale. Le persone imparano in primo luogo divertendosi, e come diceva la Montessori, imparano da chi amano: mettere l’attenzione sul piacere struttura un’atmosfera favorevole all’apprendimento e da’ in genere una piccola scintilla affettiva sulla quale mettono più facilmente radici le integrazioni.

Per questo lavoro è fondamentale la differenza fra identificazione ed empatia. L’identificazione è quello che nell’etologia si chiama l’infezione emozionale, cioè il sentire come proprio quello che sente l’altra persona, che è un fenomeno naturale diffuso tra svariatissimi esseri viventi. Negli esseri umani, e forse non solo, c’è un livello successivo, quello che si chiama empatia: non solo sento come mio quello che senti tu, ma mi ricordo che io sono io, mi accorgo che sento altre cose rispetto a te e sento quello che sento verso di te che senti quello che senti.

Per inventare maniere nuove, e’ importante stare continuamente sul livello empatico, rendersi conto che l’emozione è infettiva e ascoltando sensoriamente cercare di accorgersi se viene da se o dall’interlocutore: il conoscere risulta così un accoppiamento strutturale, che non passa per via cognitiva ma attraverso l’esperienza.

Pragmatismo e costruttivismo, le epistemologie della PTG

In una pratica fondata sull’esperienza, e dove per esperienza si considera non solo il fenomeno primario, ma anche quello secondario, come avrebbe detto Brentano, cioè l’effetto che la percezione quantitativa del mondo fa sulla singolarità del percipiente con tutte le sue specificità strutturali e contingenti, la conoscenza richiede di essere relativizzata alle condizioni di chi conosce, e l’epistemologia funzionale è dunque quella che teorizzi questa relatività.

Quando la psicoterapia della Gestalt  mosse i primi passi teorici, il pragmatismo era il sistema di pensiero che meglio si adattava a questo, vedi il concetto del pragmatista James di “ipotesi vive e ipotesi morte”, dove “credere” è fatto volontario e inevitabilmente connesso  alle contingenze culturali e relazionali. Secondo James non ci si può aspettare dall’interlocutore che “creda” a una “verità” che gli porta più svantaggi che vantaggi, o che metta gravemente in crisi la sua visione del mondo: si tratta in questo caso di una “ipotesi morta” a cui le persone rimangono inesorabilmente refrattarie. E’ un punto di vista che non contrasta con la logica esistenzialista, che si basa appunto sul diritto di ognuno a amministrare come crede la propria esistenza, cioè sul libero arbitrio.

Il pragmatismo e’ evidentemente una epistemologia congrua all’esistenzialismo, dato che qui l’autonomia di Weltanschauung del soggetto risulta indiscutibile: d’altra parte la  formulazione di James risulta  non  dissimile dal costruttivismo di Maturana, in  cui  la conoscenza sta  al mondo come una chiave sta a una serratura, dove quindi conoscere è un “accoppiamento strutturale”, e dialogare una co-costruzione.

Il costruttivismo, che è il più moderno sviluppo del pensiero scientifico, è insomma ugualmente congruo a una visione esistenzialista, ed è molto più duttile del pragmatismo per quanto riguarda la teoria della conoscenza.

Se il relativismo pragmatista si appoggia sull’evidenza logica, il costruttivismo si appoggia su una visione evoluzionista del tema della conoscenza, dove non solo le operazioni conoscitive, ma gli stessi strumenti percettivi dipendono direttamente dal cammino dell’Evoluzione (già Goethe del resto diceva che l’occhio vede il sole perché è solare, cioè nato in presenza e in funzione del  sole).

La conoscenza psicologica qui è un avvenimento che si può localizzare nella co-costruzione del dialogo fra soggetti, in modo da tenere presente le necessità contingenti delle parti in causa che, oltre a ogni altra considerazione, devono fare fronte ai quattro istinti fondamentali che l’etologia descrive: fame, fuga, territorialità e sessualità.

Fondamentale ponte teorico fra la fenomenologia esistenzialista e il costruttivismo è il concetto di autopoiesi, che Maturana propone: si tratta di un rovesciamento del punto di vista sul tema dell’identità’ che apre una falla sul sistema diagnostico tradizione nel campo della psicopatologia.

Da un punto di vista esistenzialista il diritto all’autodeterminazione della stile di vita è fondamentale: non si può dunque decidere che una persona è disturbata senza che sia lei stessa ad affermarlo. Non e’ possibile in questa logica un modello di essere umano sano, e al limite neanche un modello di struttura psichica fondato sull’osservazione dei comportamenti: il concetto di autopoiesi, dove l’appartenenza ad una classe e’ data dai bisogni e non dalle modalità di soddisfarli, spazza via le classificazioni che attribuiscono patologie alle modalità comportamentali.

Resta l’esperienza soggettiva del disagio psichico, ed è su questa che si può sviluppare un sistema diagnostico fenomenologico fondato appunto sull’intersoggettività.

Il luogo dove la visione costruttivista non supporta l’intervento psicoterapeutico è quello della qualità: Il pensiero concettuale procede per generalizzazioni, e conosce in termini universali, mentre la qualità è indiscutibilmente e assolutamente unica e contingente.

La funzionalità delle interazioni umane è verificabile molto differenziatamente su una epistemologia costruttivista: la co-costruzione di una ipotesi e l’esperienza che ne consegue sono descrivibili in un linguaggio che mostri il cammino delle necessità organismiche degli interlocutori, ma il tema del valore resta fuori da tutto ciò, e a un’ottica solo costruttivista non resta che ancorarsi alla morale, o alla deontologia se si tratta di controversie professionali. L’etica, nel senso di esperienza e verificabilità del valore, richiede la fenomenologia, in quanto conoscenza attraverso la percezione nella sua unicità e particolarità, con tutte le eccezioni che questo comporta e soprattutto con l’intenzionalità’ (il libero arbitrio) come parte integrante del senso. L’intenzione non è conoscibile per deduzione, e richiede l’ammissione del soggetto, senza la quale rimane semplicemente congettura, e la sua verificabilità risiede solo negli intrecci delle comunicazioni e dei vissuti delle persone coinvolte.

L’approccio fenomenologico esistenziale del resto si situa necessariamente sotto “l’orizzonte degli eventi”, e sarebbe inutile per conoscere tutto quello che si situa aldilà di questo:  non potendo elaborare la teoria etologica degli istinti questo sistema di pensiero avrebbe serie difficoltà a ipotizzare una dinamica delle emozioni che fornisca una guida in termini di funzionalità nelle svolgersi di una seduta.

La tecnica

Nella PTG si lavora con una tecnica che si chiama “la sedia calda”: facendo per esempio parlare la persona con una parte di se che dichiara sintomo, si costituiscono due polarità, e si può lavorare sulla relazione tra queste in modo da permettere alla persona di scendere nel sostrato emozionale da cui il sintomo è emerso come costruzione di comportamento. Aiutata a stare dentro le emozioni che hanno determinato il suo comportamento, la persona trova alternative e costruisce qualcosa di nuovo, soprattutto se riesce a alleggerire le due emozioni più terribili che ci siano per l’essere umano: il dolore e la paura.

Lavorando con la persona sul dolore e sulla paura si aprono altre porte e nuovi comportamenti.

Metaforicamente parlando, maneggiare le emozioni è come cavalcare cavalli selvaggi: non necessariamente la persona che adotta un comportamento è riuscita a cavalcare i cavalli che voleva. L’insuccesso negli eventi della vita non lo stabilisce il terapeuta, è il paziente che lo dice quando richiede una psicoterapia: è lui che invita a ballare. Anche durante la seduta è sempre il paziente che vuole qualcosa. Il terapeuta aspetta l’invito del paziente e a quello risponde, naturalmente cercando di parlare la sua lingua.

Qui il modello tipico di setting usa appunto tre sedie, una per il paziente, una per il terapeuta e una vuota: il terapeuta lavora sulla relazione tra Il paziente e qualunque interlocutore, reale o fantasmatico che sia, cioè alla fine tra il paziente e se stesso. L’idea di fondo è che a livello intrapsichico gli esseri umani sono una pluralità di istanze, quindi si lavora sempre guardando all’interlocutore come se in un certo senso fossero più persone: la sedia vuota rende meglio visibile la parte in ombra dell’interazione.

La costituzione di polarità è fondamentale per abitare la distanza: se non c’è non la si può abitare, e se non si può abitare non succede niente. Da un punto di vista gestaltico il lavoro consiste nell’elicitare un avvenimento tra due poli, due parti di una persona, e questo avvenimento è in se un comportamento, in quanto anche esprimersi  e’ comportarsi.

Elicitare non significa indurre: la posizione richiesta al terapeuta è l’indifferenza creativa, un’indifferenza di segno opposto all’indifferenza normale. Nell’indifferenza creativa ogni risposta è interessante in quanto apre una prospettiva non immaginabile preventivamente: pensare in termini di risposte giuste o sbagliate rende il lavoro ripetitivo e la situazione meccanica, in caso contrario il paziente è un mistero da contemplare invece che da svelare.

L’apporto del terapeuta è in questo senso co-costruttivo: riconosce i bisogni del paziente, riconoscendolo per questa via appartenente alla stessa classe di cui lui fa parte, ma non esercita una funzione giudicante sui suoi comportamenti, limitandosi a metterli sotto il tiro della sua stessa attenzione e chiedendo al paziente una verifica in termini di soddisfazione o meno, nella logica che in quanto essere vivente ha delle responsabilità nei confronti del suo proprio organismo.

L’importanza del valore etico d’altra parte è centrale nella conduzione della seduta: è qui che le infinite variazioni possibili nel dialogo fra le parti e fra paziente e terapeuta acquistano un indicatore di direzione che non sia solo funzionale.

E’ riconoscendo il valore che le scelte diventano orientate alla qualità e non solo alla quantità, e in questo modo il comportamento assume dimensione etica e spessore esistenziale.

Please cite this article as: G. Paolo Quattrini (2005) Gestalt e costruttivismo. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/rivista/numero-5/gestalt-e-costruttivismo/

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