Subpersonalità e disturbi alimentari: il punto di vista clinico e terapeutico della psicosintesi*

Pierluca Santoro

di Maurizio Riccetti

Psicologo-psicoterapeuta ASL 9 Grosseto

“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre – dicembre 2004, pagg. 78-85, Roma

*Relazione presentata al Seminario “I disturbi alimentari psicogeni” organizzato dal “Centro per la prevenzione e il trattamento dei disturbi alimentari” ASL 9 in data 13 e 20 dicembre 2002

 

Voglio chiarire subito che i disturbi dell’alimentazione vanno intesi come manifestazioni di un disagio psichico e come tali vanno affrontati, sapendo bene che il rapporto con il cibo è un rapporto complesso e complicato. E’ un rapporto complesso perché nel relazionarsi al cibo entrano in gioco tante variabili, affettive, cognitive, sociali, culturali ed è complicato perché nel rapportarsi al cibo è sempre presente una buona quota di affettività, molta della quale negativa, come invidia, gelosia, risentimenti.

Nel mio intervento vorrei tratteggiare i rapporti tra anoressia, bulimia ed obesità e le subpersonalità in cui si manifestano; vorrei inoltre fornire delle linee terapeutiche per la terapia psicologica. La mia formazione come psicoterapeuta è di tipo psicodinamico e umanistico, sul piano teorico infatti faccio riferimento alla Psicosintesi di Roberto Assagioli le strategie di lavoro sono legate alla tecnica psicosintetica e alla Psicoterapia Immaginativa

Vorrei ora spiegare in termini molto brevi cosa si intende per subpersonalità. E’ questo un termine che si usa in Psicosintesi per descrivere le identificazioni parziali, i centri di sintesi parziali che ogni individuo sviluppa dentro di sé per orientarsi nella propria esistenza. Le subpersonalità possono essere rappresentazioni di ruoli, attribuzioni potenti di sentimenti o di pensieri. In sostanza sono piccole personalità, ben strutturate, che la dicono lunga sulla complessità e la molteplicità dell’essere umano, che invece trova la sua espressione più vera e completa nell’identificazione con il sé o centro di coscienza.

In questa relazione però voglio intendere le subpersonalità solo ed esclusivamente in senso clinico, come meccanismi psichici di difesa dall’angoscia primaria cioè come modi di essere nel mondo, come stile di vita con un loro percorso, in un continuum che va dal tipologico al patologico.

Ne possiamo enucleare quattro: la depressa, la schizoide, l’ossessiva e l’isterica, oltre a una quinta che è l’incontro tra un polo fisso, quello schizoide e una delle altre tre e che rimanda a una definizione di border. Questo modello, cui faccio riferimento, è dello psicoanalista e psicosintetista Bruno Caldironi.

Ognuna di queste subpersonalità (di seguito subp.) ha un’esperienza iniziale connessa ai due meccanismi di difesa istintuali, pianto e sorriso, e che fa da imprinting nei confronti della vita. Il postulato fondamentale è che da questi due meccanismi di difesa istintuali propri del neonato, il pianto e sorriso, si struttureranno i futuri stili di vita. Se è il pianto che farà accorrere la madre, questa modalità di comunicazione sarà ritenuta buona e quindi ripetuta e adottata come meccanismo difensivo e si strutturerà nel tempo uno stile di vita basato sulla prova di forza, tipico della subp. ossessiva. Se invece è il sorriso che conquisterà l’attenzione dell’adulto, questo sarà riconosciuto idoneo ed efficace e allora non su un atto di forza, ma su un atto di seduzione si impronterà lo stile di vita, tipico della subp. isterica. Il fallimento invece del pianto e del sorriso, saranno invece alla base della strutturazione delle subp. depressa e di quella schizoide. Naturalmente il gioco è solo all’inizio e tutte le interazioni tra il bambino e l’ambiente peseranno per un buon adattamento o una evoluzione patologica delle subpersonalità, presenti in ciascuno. E’ infatti molto raro osservare un meccanismo di difesa puro, mentre è frequente riscontrare personalità miste.

La subpersonalità Depressa nel suo continuum passa da caratteristiche adattive e positive quali partecipazione emotiva, capacità empatica, altruismo, senso e spirito di servizio, intimizzazione e compartecipazione, a evoluzioni patologiche quali ritiro dal mondo sociale e affettivo, reiterazione di fallimenti e insuccessi, calo cronico di energie psichiche e sessuali, fino al delirio e al suicidio. Il tratto dominante è la sensazione di non essere mai degno e sentirsi sempre in colpa. Il suo vivere e un vivere dell’altro.

La subpersonalità Isterica passa dalla positività della brillantezza, inventiva, creatività, simpatia, capacità di dare calore, comunicare e sedurre in senso lato a evoluzioni patogiche qauli finzioni, intrighi, megalomanie, rappresentazioni teatrali, narcisismo ed egocentrismo esasperati con senso di fragilità dell’identità, in una parola all’istrionismo. Il tratto dominante è l’accattivarsi sempre e comunque l’affetto e il suo è vivere nell’altro.

La subpersonalità Ossessiva passa dalla sobrietà, efficienza, stabilità, perseveranza, integrità, precisione, aderenza sana a regole e leggi, capacità di organizzare e organizzarsi, buon conservatorismo all’evoluzione patologica dell’anancasmo, della puntigliosità sterile, del rigore sadico, dall’ assolutismo dispotico, blocco delle attività mentali, emozionali e corporee. Il tratto fenomenologico è la conflittualità tra istintualità e ipercontrollo e il vivere dell’ossessivo è il controllo sull’altro.

La subpersonalità Schizoide va dall’autonomia, indipendenza, coraggio di essere se stessi, eroicità, lucida razionalità, incorruttibilità, rifiuto dei sentimentalismo alle patologie del sadismo fisico e psichico, all’autarchia, all’assoluta mancanza di legami, al congelamento delle emozioni, fino al blocco catatonico. Il tratto base è lo stabilire un essere né troppo vicino, né troppo lontano e il suo è vivere in fuga dall’altro.

Date pur molto schematicamente le caratteristiche di questa bussola diagnostico-terapeutica, vorrei discutere dei tratti che si ritrovano nei disturbi alimentari, precisando comunque che:

  1. 1)  il disturbo si sviluppa nella e dalla subpersonalità prevalente
  2. 2)  il disturbo può essere curato solo curando la subpersonalità di base, in sostanzaoccupandosi della personalità tutta nella sua dinamica intrapsichica e non del solosintomo.
  3. 3)  Non esistono terapia standard, applicabili pedissequamente, ma possono esistereindicazioni generali sul trattamento, che sarà modellato sempre sulla subpersonalità prevalente

Partiamo così dal disturbo forse più noto, inquietante e misterioso: l’anoressia. In essa si ritrovano tratti isterici se non istrionici di personalità che hanno a che fare con un sé grandioso, al punto che tanto più è grande il sé, tanto è più sottile il corpo ed inoltre vi si ritrova un grandissimo super io e anche se trasgredisce compie sempre una trasgressione effimera, spesso non riesce a trasgredire se non virtualmente e tutto il conflitto finisce per ruotare intorno a desiderio di vendetta e autopunizione.

I tratti ossessivi, oltre che nei noti aspetti di grandissima efficienza e perfezionismo si manifestano sia nell’ossessione per il cibo che nell’esasperato senso di controllo su di esso. Il cibo infatti non abbandona mai la mente dell’anoressica, che spesso lo cucina e lo regala al fine di renderlo non più soggetto ma oggetto nelle sue mani; il rifiuto di esso, che per la vera anoressica non è mai dato dal vomito o dai lassativi, sta nella sua drastica diminuzione e nel far fuori la minima quantità sminuzzandola ossessivamente e facendola scomparire. Anche in questo caso si tratta di esorcizzare il cibo, rendendolo oggetto, quindi controllabile e controllato.

La pesante evoluzione patologica della subp. schizoide, che è poi quella prevalente, si manifesta sia con una grande chiusura al mondo esterno sia con una esaltazione del proprio spirito e nel rifiuto di tutto ciò che è fisico e carnale ma anche con una massima autarchia e una spaventosa aggressività sotterranea verso il mondo che è odiato e verso cui si prova solo ribellione. La fame è nemica e compagna, il corpo va tenuto affamato e se può capitare di cedere, questa cosa sarà vista come cedimento della fiducia in sé L’anoressica vuole vivere per sbattere in faccia al mondo odiato il suo corpo ossuto, percepito inconsciamente come un’arma. L’autarchia infine si estende a tutto fineno per non voler ricevere nulla dall’esterno, né cibi, né consigli, né libri.

La bulimia si manifesta in una subpersonalità Borderline, correlata a tratti depressivi, isterici e ossessivi. Quello che si evidenzia dalla clinica è sempre la ricerca disperata di una propria identità; la mancanza di un centro, di un equilibrio, di un punto fisso, il continuo atteggiamento oscillatorio fra digiuno e abbuffate, fra controllo e spinta al vomito o ai lassativi delinea proprio l’assenza di confini e chiarezza intrapsichica e proprio la constatazione di quanto nel bulimico ci sia e contemporaneamente non ci sia nulla di chiaro e definito, fa ritenere dominante la subpersonalità borderline.

I tratti isterici si evidenziano nell’intenso bisogno di riconoscimento e amore, nella necessità di farsi assolutamente notare anche nascondendosi, nei forti vissuti di estraneità e insicurezza. La subpersonalità ossessiva si individua negli sforzi ossessivi per raggiungere un peso e nella concezione della vita come lotta nella quale deve esserci sempre una meta per cui faticare, ma principalmente nei due rituali base della bulimia che a livello intrapsichico richiamano la dinamica con la madre.

Il primo meccanismo che è legato al litigio, allo sfogo, alla ricerca di comprensione, che invece non viene trovata e al cui posto si incontra la punizione, si trasferisce a livello alimentare nel cedere, dopo conflitto, al cibo, nella gratificazione nell’ingerirlo e nella punizione per l’aumento di peso. Il secondo meccanismo, espresso nella coazione abbuffata-vomito, richiama la ricerca attraverso il cibo di una madre ideale che ingerito diventa cibo insopportabile (madre reale) da espellere vomitando. Queste dinamiche dovranno essere oggetto di grande attenzione nella terapia del bulimico.

La subpersoanlità depressa infine è molto marcata; c’è forte regressione allo stato orale, grande dipendenza, perdita della cognizione temporale nell’atto dell’abbuffata e percezione del cibo come anestetico al dolore psichico insopportabile, una angosciante sensazione depressiva di incomprensione vissuta come mancato accudimento.

L’obesità, fra i tre disturbi, è quello che sicuramente paga di più a livello sociale perché ha più da fare i conti con un’idea di immagine corporea di bellezza e magrezza definita socialmente; l’obeso è sottoposto infatti a pressioni enormi e dure critiche sia per una presupposta mancanza di controllo e volontà che per la sempre presupposta indolenza e avidità.

Da un punto di vista clinico tutte le caratteristiche dell’obeso sono rintracciabili nella subp. depressiva. Si individuano quindi la solitudine, un grande vuoto emotivo, una spesso forte insoddisfazione sessuale, disistima e un gran bisogno di accettazione e sicurezza. L’obeso tenta con il cibo di riempire le carenze di accudimento senza mai riuscirci; è vorace e tende a confondere l’essere con l’avere. Il cibo diventa spesso una protezione verso le proprie paure, una difesa verso l’esterno e ogni pranzo o cena è un po’ come fosse l’ultima. Il cibo è sempre da finire in un rapporto molto stretto durante il quale non si vuole essere disturbati, quasi una compulsione, o un acting out dettato anche alla paura di restare senza.

Essendo fondamentalmente un depresso, l’obeso presenta però anche una grande aggressività che come spesso capita per i veri depressi è sotterranea o negata e viene proposta in maniera vittimistica, ma finendo realmente per presentarsi come sadica. Questa condizione si manifesta per esempio nella dimensione sessuale in cui l’obeso chiede di essere accettato incondizionatamente, per poi poter eventualmente dopo accettare di dimagrire. La dinamica è sadica e richiama una rivalsa e un’abreazione verso una reale o presunta sindrome abbandonica. Proprio per la prevalenza assoluta della subp. depressiva nella personalità dell’obeso esiste veramente il rischio di suicidio, condizione invece assai ridotta nel bulimico.

Alcune considerazioni sulla terapia, precedute dalla considerazione generale che con questo tipo di approccio non si lavora mai sul sintomo in maniera focalizzata e specifica, ma si lavora sulla evoluzione patologica del meccanismo psichico prevalente e del tipo di rapporto con il mondo che da questo ne discende. Bisogna infatti sempre considerare che il rapporto con il cibo anche quando non presenta alterazioni va sempre inteso come rapporto con l’altro.

Nei disturbi alimentari inoltre ha una grande importanza il tema dell’immagine, del farsi notare, anche rischiando la vita e questo perché il disturbo serve ad assumere un’identità, che quasi sempre è assente o molto fragile. Da un punto di vista strettamente psichico possiamo inoltre considerare i disturbi dell’alimentazione come problemi di copertura e di spostamento su dimensioni psicosociali del problema psichico di fondo che è di tipo esistenziale.

Una grande complicazione è data dall’innegabile realtà che questi disturbi sono accettati e sostenuti dalla società stessa che, in maniera altamente ambigua e ambivalente, mentre provvede a svilupparli, li condanna e li approva nello stesso tempo.

Vediamo di tracciare a grandi linee delle indicazioni di terapia per l’anoressia.

Il punto centrale è unire il trascendente con l’immanente. Le anoressiche infatti mentre rifiutano l’immanente, quindi la corruttibilità e la sessualità, che è quasi sempre fantasmatica o mistica, tendono alla ricerca del metafisico, che copre il loro grande desiderio di potenza, il loro sé grandioso. Il terapeuta quindi deve stare al loro gioco, mostrare la propria impotenza per dare loro il tempo di comandare e mostrarsi voraci e potenti. Mai parlare di peso, cibo, bilancia, ma offrirsi loro come cibo, come catalizzatore della rabbia, accettando le loro regole e i loro tempi sapendo bene però come il loro agire sia manipolatorio.

Questi aspetti sono in stretta relazione con la loro subpersonalità schizoide, mentre per i tratti ossessivi bisognerà cercare di rendere il rapporto con la vita il più elastico possibile, ventilando la probabilità di una elasticità tra immanente e trascendente. Basilare è l’analisi del rapporto con la figura materna verso la quale, ma spesso anche verso la coppia genitoriale, l’anoressica ha sviluppata una intensa erotizzazione, mista a rabbia e amore-odio. L’anoressica si è sentita così ingozzata di cibo da bambina che da ragazza ha rifiutato il cibo, divenuto una vera e propria arma. Spesso dicono di essere la colazione o il pranzo dei loro genitori. C’è in lei un inconscio voler far male a se stessa per farlo alla madre, proprio come agiscono i bambini piccoli. Desiderio di vendetta e autopunizione nella vendetta sono il conflitto vero dell’anoressica. L’odio, la vendetta, la gelosia devono poter essere trasferiti nel terapeuta che dovrà sopportare fughe, angherie, equivalenti aggressivi senza mai rispondere sul piano reale, cosa che tra l’altro è una regola basilare nella psicoterapia tutta. Paradossalmente deve mostrarsi impotente, mantenendo sempre viva nella paziente la soddisfazione o meglio la capacità potente e quasi numinosa di guarirsi da sola.

Questo rendere il soggetto artefice e responsabile della sua guarigione è un elemento fondamentale per qualsiasi disturbo, ma nell’anoressia, in cui il desiderio di potenza è esasperato, tale responsabilità personale dovrebbe apparire come un vero e proprio potere che il terapeuta, in quanto impotente, è costretto a delegare al paziente. Diciamo che l’anoressica deve veder soffrire un poco il terapeuta Alla base di questa patologia sembra esserci un non volerne sapere della vita e tutto deve essere condotto con grande delicatezza, perchè non sopportano niente; è utile parlare il meno possibile ed evitare colloqui intellettuali perché qualunque cosa si dica si sbaglia comunque. L’anoressica infatti è molto resistente al cambiamento in quanto esso implica la scomparsa del disturbo alimentare che però è sia l’elemento fondante l’identità della ragazza, sia ciò che consente a quest’ultima di soddisfare la sua sete di potere attraverso la preoccupazione che suscita negli altri. Dovrà inoltre essere allontanato ogni giudizio, spostando quindi l’attenzione dalla morale all’etica, in modo da migliorare l’immanente attraverso il rapporto transferale. Da un punto di vista delle tecniche, visto che la persona anoressica è molto attiva e tende a fare tante cose potrà essere utile proporre dei Reve eveillè dirigè.

Anche per la bulimia vale il principio detto per l’anoressia: parlare il meno possibile di cibo, che è sempre un problema di copertura. E’ utile invece che nel setting si sfoghi la rabbia trattenuta e mai espressa per timore dell’abbandono. Il famoso vuoto della bulimia è pieno di rabbia trattenuta, di dolore e paura.Il terapeuta dovrà essere quel contenitore che la madre non è stata in grado di essere. Spesso la madre è stata una madre colabrodo, incapace a metabolizzare le esperienze emotive riversate poi sulla figlia, costretta ad assumere un ruolo rassicurante e contenitivo, e che in seguito diverrà contenitore del cibo-madre. Alla bulimica spesso sono state imposte confidenze materne ad un’età estremamente precoce, stringendo la bambina in un ruolo genitoriale. In lei cresce così insieme al bisogno di accudimento una sensazione di indispensabilità e un falso sé di onnipotenza che, fragilissimo, spesso non regge alla prima ferita narcisistica in età giovanile o adulta. La madre inoltre è stata vissuta incoerente e imprevedibile e queste due caratteristiche saranno presenti nel rapporto della ragazza con il cibo

A differenza di quanto accade nell’anoressica, nella bulimica il corpo, quindi l’anima, si apre e si chiude in continuazione, come un pendolo che oscilla fra due opposti. Questa caratteristica che rivela la totale assenza di identità, definisce pienamente lo stato indefinito e fluttuante del border. La terapia perciò, approfittando dello spiraglio fra apertura e chiusura, dovrebbe nutrire la paziente con qualsiasi cosa che non sia cibo: aneddoti, immagini, film, musica, libri e questo perchè di norma sono ragazze molto intelligenti che hanno fame di vita e di conoscenza.

La dinamica che sottintende questo disturbo si può riassumere come ricerca attraverso il cibo di una madre ideale, da cui fuggire, attraverso l’eliminazione dello stesso, poiché il cibo appena ingerito si trasforma in madre reale. La clinica ha inoltre osservato che le bulimiche senza vomito spontaneo hanno un rapporto migliore con la madre, anche se poi tendono a eliminarla con diuretici e lassativi. E’ bene non drammatizzare il loro comportamento con il cibo, né colpevolizzare la frequente bulimia sessuale, quasi sempre deludente e priva di piacere orgasmico. Può essere utile se sanno fare qualcosa di artistico che se ne parli e va bene insistere su una ristrutturazione professionale o di studio, perché all’inizio quella affettiva è troppo impegnativa. Trovare invece conferme in campo professionale può creare una certa identità e può essere preferibile all’inizio della terapia non fare dell’affettività l’argomento principale, in quanto troppo complicato.

Da un punto di vista tecnico le visualizzazioni con questo tipo di persone dovrebbero essere molto centrate su profumi, odori e sapori, privilegiando quindi l’olfatto e il gusto e favorendo così ulteriormente la regressione, necessaria per l’efficacia delle visualizzazioni. Si dovrebbe passare dall’avidità a un sano edonismo; la terapia dovrebbe diventare cibo e il terapeuta dovrebbe sapersi muovere fra l’empatico e il distaccato, come sempre attento a non scendere mai sul piano di un confronto reale.

Due parole infine sulla terapia dell’obesità; secondo questo modo di intendere la terapia ci saranno grossi punti di contatto con la psicoterapia della depressione. Circoscrivendo comunque la risposta depressiva all’obesità si dovrebbe spostare il senso del disagio psico-fisico sul senso di nuove emozioni e interessi, creando nuovi stimoli, fornendo nutrimento dal quale l’obeso possa trarre soddisfazione, gratificazione e da cui riuscire a far scaturire nuove energie che potranno liberare quelle antiche e imprigionate.

Tecnicamente possono andare bene visualizzazioni di rinascita e accadimento, temi di grande calma e quiete, in cui poter entrare per attivare uno stato di autoalimentazione psichica e simbolica. Difficilmente infatti si riesce a dimagrire in maniera stabile se alla dieta non viene affiancato un sostegno psicologico, a meno che tutto non venga spostato sull’estetica. Nella terapia dell’obeso è fondamentale ricordare che per lui perdere peso significa perdere se stesso e quindi morire, paura base nell’obeso e in ogni depresso Molte volte è preferibile tenerli a un livello di stazza, segno e simbolo di potenza, basterà pensare alle mitiche figure di stazza che percorrono fiabe, racconti e leggende.

Nell’obeso, è importante ricordare, esiste un aumentato ed esagerato istinto di conservazione, a protezione da un’antica sensazione abbandonica o anche da un’invasività genitoriale riguardo la salute divenuta poi ipocondriaca attenzione che ha finito per aumentare l’istinto di conservazione. Anche queste terapie, come quelle con i pazienti depressi in genere, sono molto delicate, perché lo scopo inconscio del paziente è quello di non cambiare e per farlo tendono a rendere impotente, con la resistenza, il terapeuta; se questi inoltre svilupperà un controtransfert abbandonico finirà purtroppo per fare il gioco dell’obeso (leggi depresso), che è il cercare disperatamente la conferma dell’incapacità e non amabilità di se stesso.

Vorrei terminare con una considerazione generale: in ogni disturbo dell’alimentazione si ritrova sempre il conflitto fra pulsione di vita e pulsione di morte, fra Eros e Thanatos e pertanto la strada terapeutica sembra essere quella di riconciliare eticamente il paziente con la vita.

Bibliografia

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