SOGGETTIVITA’ E GLOBALIZZAZIONE: PAROLE AL FEMMINILE

Pierluca Santoro

di ANNA RITA RAVENNA

Didatta-supervisore, Direttrice – Istituto Gestalt Firenze – sede di Roma

Pubblicato sulla rivista “Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia” n° 1gennaio – febbraio 2003, pagg. 129-134, ed. IGF. Roma

 

 

Sommario

La globalizzazione è un evento che possiamo definire ‘naturale’, parte cioè del divenire del mondo. Come ogni evento, anche questo fenomeno, non può essere valutato buono o cattivo in sé. La sua valenza è data dal modo con il quale il genere umano, in quanto Gestalt, e soprattutto il singolo individuo, in quanto parte della Gestalt, si relaziona con questo processo e, all’interno del processo, si relaziona con gli altri e con l’ambiente. Il tema dell’immigrazione e la capacità di costruire una comunità interculturale ne sono un esempio.

La formazione al Gestalt Counselling mira a sottolineare il valore delle differenze individuali insegnando a sostenere e sviluppare modalità relazionali paritetiche e creative, al di là dagli stereotipi correnti.

 

 

La riflessione critica delle donne, portata avanti con impegno e serietà ormai da decenni, non riguarda solo temi “femminili” come l’apertura di asili nido o di strutture per l’interruzione volontaria di gravidanza, ma attiene alla visione del mondo nel suo complesso ed impronta ogni tema che da essa derivi perché migliori la qualità di vita degli esseri umani integrando le peculiarità relate alla differenza, a partire da quella di genere.

Le donne oggi sono, in teoria, un soggetto politico indiscusso, in pratica la loro presenza nei punti nodali, nei processi decisionali a qualsiasi livello è rarefatta e rischia di perdersi in rivoli e, soprattutto in politica economica ed in politica internazionale, di diventare una voce in appendice, quando si riesce ad udirla.

E questo malgrado la riflessione collettiva delle donne del nord e del sud del mondo sia stata, sin dagli anni ottanta, tra le voci più critiche della globalizzazione dall’alto, degli aggiustamenti strutturali e della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.

La visibilità delle donne come soggetto politico non deve essere collegata, comunque, esclusivamente alle cariche ricoperte nelle istituzioni o alla evidente presenza nei “movimenti”. E’ nei punti di tensione profonda del sistema politico, sociale e familiare che la soggettività femminile può influire per dare “corso altro” al processo relazionale e quindi alla qualità della vita. Non si tratta di riportare la donna nel privato, ma di riattivare con intenzionalità, energia e perseveranza quelle pratiche simbolicamente forti, quali il dialogo, il confronto e l’espressione emozionalmente connotata, pratiche che consentano di sostenere la rete sociale femminile, di evitarne la fagocitazione da parte di governi ed istituzioni e di trasformare in senso comune riflessioni ed acquisizioni delle nuove soggettività quali giovani, donne migranti ed ogni tipo di vecchia e nuova marginalità.

Il fenomeno della globalizzazione si presenta al mondo delle donne come l’occasione per rifocalizzare su attuali contenuti il processo di discussione, analisi, pratica e politica non al fine di strutturare una teoria anti-liberista da opporre al capitalismo, e diversa dal marxismo, ma per intessere una pratica di sviluppo sostenibile del fenomeno della globalizzazione, sviluppo che riguarda ogni parte del mondo ed ogni soggettività.

Appare necessario a questo punto chiarire il significato della parola globalizzazione e quindi il punto di vista dal quale parlo, in questo contesto, punto di vista è tratto dal libro di Michael Hardt e Antonio Negri “Impero – Il nuovo ordine della globalizzazione”.

E’ da tempo ormai che il denaro, la tecnologia, il lavoro, le merci attraversano con facilità i confini nazionali. Lo Stato non ha più il potere di regolarne i flussi, di imporre la sua autorità sull’economia perché non esistono più le barriere fisse date dalle frontiere territoriali. L’incapacità di regolare gli scambi economici, ma oggi anche l‘immigrazione e gli scambi culturali, ha portato al declino della sovranità degli stati nazionali.

La sovranità ha assunto una nuova forma composta da una serie di organismi nazionali e sovranazionali uniti in una unica logica di potere decentrato e  deterritorializzato, una sovranità globale senza limiti, con le frontiere aperte ed in continua espansione e con il potere distribuito in rete. E’ questo che Hardt e Negri chiamano “impero”.

Questa nuova realtà porta con sé, oltre alla trasformazione dei processi produttivi (riduzione del ruolo del lavoro industriale di fabbrica, incremento di lavoro basato sulla comunicazione, sulla cooperazione, sull’affettività) anche un mutamento nel concetto di ricchezza. Questa, infatti, è oggi intesa come ricchezza biopolitica, come produzione della vita sociale stessa in cui la componente economica, quella politica e quella culturale si sovrappongono sistematicamente e si investono reciprocamente in una continua ridefinizione della composizione delle forze sociali ed in una ininterrotta trasformazione delle leggi sostanziali che regolano la vita comune, cioè di quella che chiamiamo “costituzione materiale”.

La ricchezza biopolitica ed il lavoro basato sulla comunicazione, sulla cooperazione, sull’affettività richiedono competenza nella gestione della relazione interpersonale e del linguaggio analogico in una pratica personale e professionale emotivamente connotata che consenta all’individuo di stare in una costante relazione con l’alterità ed aperto ad un processo in continuo divenire.

“L’impero” al contrario porta con sé un alto grado di sviluppo del linguaggio digitale, non solo in quanto linguaggio della tecnologia, ma anche in quanto linguaggio necessario a persone che si relazionano a distanza e, spesso implicate in uno stesso momento, in scambi plurali.

La pratica delle donne ed il lavoro psicologico secondo il modello della Gestalt sono tradizionalmente depositari del valore dell’espressione emozionale e del linguaggio analogico che non può che essere l’altra sponda del linguaggio digitale, sponde entrambe necessarie per consentire al complesso e molteplice fluire degli eventi di trasformarsi in esistenza.

Il modello della Gestalt nella sua pratica individuale e di gruppo è anche un modello relazionale applicabile nei più diversi contesti sociali e di lavoro e che oggi si va diffondendo attraverso il Gestalt Counselling.

Obiettivo prioritario del lavoro in Gestalt è il sostegno allo sviluppo non solo del linguaggio analogico, ma soprattutto della “coscienza fenomenologica” (Callieri, 2002) intesa come ciò che si prova ad essere sé stessi fuori da modelli normativi e da un’unica narrazione. Si tratta di assumersi consapevolmente la responsabilità della propria differenza del proprio stare nel mondo tracciando percorsi di senso e costruendo narrazioni che non sono più  date  una volta per tutte in maniera aprioristica, ma vengono intessute dal vissuto psichico, materiale e metaforico nel qui ed ora dell’esistenza.

L’intenzionalità del significato dei fenomeni e la costruzione individuale del mondo, sono stati concetti di non facile integrazione nella cultura occidentale del XX secolo.  Gli eventi degli ultimi decenni comunque hanno messo a dura prova la visione deterministica del mondo ed ogni idea di assoluto. Per rendere concreta questa affermazione mi soffermerò sul processo di integrazione culturale interattiva relativa al tema dell’immigrazione.

I valori sui quali una cultura si fonda variano oggi con velocità impensabile insospettate in altri tempi.  Se guardiamo al tema della globalizzazione nell’ottica dei flussi migratori ci rendiamo conto di come essi spingano i popoli ospitanti a confrontarsi e sperimentare la relatività del proprio sistema di valori spesso considerato, fino a quel momento, come l’unico possibile e costringano quindi le persone a ridefinire l’esistenza in una continua scelta e assunzione di responsabilità.

In effetti ogni cultura si muove su dei valori impliciti che informano l’educazione e che permettono alla società di perpetuarsi e di evolvere sulla base di essi. L’immigrazione preme invece in direzione di una esplicitazione di questi valori e la cultura dei nativi è costretta a fare i conti con valori diversi dai propri ed entra in crisi su alcuni di essi. Questo incontro/scontro evidenzia inequivocabilmente la relatività temporale e spaziale di ogni sistema di valori, la conseguente inutilità di ogni assolutizzazione e permette un recupero della soggettività come relazione e incontro con la diversità. Se è indubbio che la soggettività si costituisce attraverso un processo di differenziazione dall’altro in ogni relazione della nostra quotidianità, è pur vero che tale diversità è particolarmente evidenziata nelle relazioni tra membri di gruppi di diversa provenienza. Nel fenomeno immigrazione si evidenzia in modo particolare il valore culturale del binomio diversità/uguaglianza; l’altro in quanto diverso, altro da sé diventa ‘inferiore’. Attraverso la svalutazione, e contemporanea, ipervalutazione delle diversità stesse. La diversità biologica e storica (razza, etnia) si polarizza nelle diversità dei valori e il binomio diversità/uguaglianza si traduce in superiorità/inferiorità. Il bisogno di categorizzazione inoltre ci porta ad amplificare le differenze, generalizzandole in stereotipi culturali che funzionano da meccanismi di difesa verso ciò che, in quanto sconosciuto, risulta spaventoso perché percezione di un altro assoluto, generalizzato, percezione di un ‘corpo estraneo’, gli immigrati, tra i quali il singolo, la persona si confonde indifferenziata. La caduta degli stereotipi e dei pregiudizi è possibile solo attraverso relazioni interpersonali con singoli individui appartenenti all’out-group, attraverso cioè quelle situazioni e relazioni che ci permettono di sperimentare l’altro come individuo specifico nella diversità e anche nella eguaglianza.

La differenza, come relazione/incontro delle polarità, diventa allora la ricchezza del genere umano, diventa potenzialità creativa cui accedere, non da escludere perché spaventa, perché minaccia, non problema dal quale allontanarsi, ma possibilità da esplorare, con la quale entrare in contatto dando avvio ad un processo consapevole di assimilazione.

Applicando i termini gestaltici al tema dell’immigrazione potremmo quindi parlare di contesto (Italia) polarità (nativi/migranti) contatto (possibilità di interazioni tra soggetti con pari dignità e pari diritti = partner paritetici) evoluzione interattiva, integrazione e arricchimento. Con questo processo si può così dar vita ad una società interculturale che fonda la sua esistenza sulla capacità di preservare e di far interagire soggettività diverse, culture diverse su di uno stesso territorio. Infatti, attraverso l’incontro tra differenze è possibile la creazione di una realtà nuova, produttrice di benessere per entrambe le polarità (cultura dei nativi/ cultura dei migranti) piuttosto che produrre malessere attraverso processi di omologazione e/o scissione che collassano in sintomi individuali e collettivi.

Fondamentale è il concetto di partner paritetici che consente ad ogni individuo di muoversi nella società in cui vive vedendo riconosciuta la sua soggettività qualsiasi sia la sua appartenenza originaria. Si sviluppa così una cultura del territorio personale e dei diritti, in particolare del diritto di cittadinanza in base al quale ogni persona che vive all’interno di uno spazio comune ha gli stessi diritti di ogni altra. La cultura della soggettività e dei diritti comporta un pieno inserimento nella realtà sociale non solo attraverso il diritto all’alloggio, all’assistenza sanitaria, alla formazione per sé e per i familiari, e così via, ma anche il diritto alla mobilità all’interno della scala sociale.

Se riteniamo che nei moderni stati occidentali nati dalla Rivoluzione Francese le parole libertà e uguaglianza devono essere qualcosa di diverso da puri enunciati retorici, allora dobbiamo permettere alle potenzialità presenti in ogni essere umano di attualizzarsi. Occorre allora che la comunità si occupi e si preoccupi di offrire pari opportunità in ogni contesto del vivere sociale ed ad ogni individuo, nella sua specificità e non solo, ad esempio, corsi di madrelingua per bambini o di italiano per adulti.

E’ la coscienza fenomenologica, intesa come quello che si prova essendo trasparenti a sé stessi, che permette di porsi aperti di fronte all’altro, aperti alla relazione e disposti ad ascoltarne l’effetto di insieme, ad ascoltare cioè l’altro e, allo stesso tempo, quello che lui fa apparire dentro di noi (empatia ed intuizione).

Occorre insomma saper gestire le emozioni, soprattutto la paura e affidarsi a ciò che si sente.

All’interno del processo di globalizzazione il Gestalt counselling si propone come una formazione mirata a che ciascuno si possa fidare ed affidare a quello che sente, lavora restituendo il suo pieno valore alla soggettività ed ai processi conoscitivi fondati sul sentire, focalizzandosi sui temi della responsabilità e della creatività.

Troppo spesso, al contrario, sentiamo parlare di incontri terapeutici o di counselling fantasticati, ed a volte vissuti, come luoghi dello sfogo e del lamento. Uomini e donne che portano lamentele che sarebbero ridicole o anche vergognose se non fossero dolorosamente sentite. Si lamentano di tutto e di niente. Si lamentano di situazioni che è facile ridurre in polvere da rimuovere se solo ci si focalizzasse diversamente sul mondo.

Ma non è il mondo che deve cambiare (e che comunque è impossibile cambiare) è la nostra visione sul mondo che, se vogliamo, abbiamo il potere di cambiare.

La lamentela è oggi così diffusa specie in relazione al tema della globalizzazione e dell’alterità che bussa alla porta in modo evidente ed ineludibile attraverso i flussi migratori. Ma la lamentela, attraverso il suo usare significati stereotipati, allontana dall’esperienza del qui e ora, anziché essere una pura trasposizione all’esterno di sentimenti e di emozioni. E’ un artificio per distaccarsi dall’originario dolore e dispiacere nell’intento di calmarli. Ma questa distanza protegge i sentimenti perché nulla cambi e la lamentela diventa presto una fissazione ripetitiva che alimenta il dolore piuttosto che farlo finire.

Conosciamo questo tema della lamentela in quanto presente all’inizio di ogni terapia, ma poco ci rendiamo conto come essa sia lo sfondo, ed a volte anche la figura, dei molti modi di guardare al mondo, ed al mondo delle relazioni interpersonali in particolare. Essere maschi, essere femmine, bianchi o neri, vivere negli stati nazionali o nell’impero, non può essere considerato una condizione esistenziale dalla quale dipende il nostro personale malessere. La realtà biologica e sociale è data; è la nostra capacità di dare un “corso altro” al processo relazionale che genera una nuova qualità di vita.

La lotta alla violenza è, per esempio, un elemento che ha sempre unito tutti i movimenti femminili e li unisce oggi ad altri movimenti nati appunto come reazione all’esperienza di vivere il processo di globalizzazione come così ampio, totale e sovrastante da non poter essere contrastato e neanche minimamente influenzato dalle singole persone. I movimenti, al contrario, nascono dalla convinzione che, se non si vuole essere sopraffatti dagli eventi, occorre porsi di fronte ad essi come soggetti, sentirsi, cioè, responsabili del proprio apporto personale agli eventi stessi, qualsiasi sia la forma in cui questo avviene.

Il lavoro con il modello gestaltico nel setting di gruppo, e le sue possibili opzioni di genere, così come nella formazione al counselling mira a costituire contesti esperienziali di espressione emozionale che agevolino l’ampliamento della coscienza fenomenologia perché la trasparenza a sé stessi possa essere ponte verso la trasparenza all’altro e dell’altro e della relazione.

Ogni lavoro di accompagnamento nella crescita e nello sviluppo individuale, non solo quello degli psicoterapeuti, ma anche quello di genitori, insegnanti e counsellors può apparire parziale e, quindi, poco efficace di fronte ad un fenomeno quale la globalizzazione, ma è sulla vita personale che si ha veramente potere, ed allo stesso tempo è vero che l’insieme, il globale, non è dato da altro che dal concorrere di individualità che responsabilmente scelgono i modi delle loro relazioni, della loro esistenza.

E’ l’eticità di queste relazioni che imprime il sapore agli eventi.

Bibliografia:

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