L’elefante nella stanza

Leonardo Liberati – Psicologo

Pubblicato sul numero 47 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

Abstract

Comunemente la solitudine viene intesa come una condizione risultante dalla mancanza dell’altro. Al contrario essa, come lo spazio che ci circonda ed il vuoto rappresenta sia la parentesi aperta all’inizio della frase che quella chiusa al suo termine. Un po’ come nello spagnolo il punto interrogativo rovesciato all’inizio della domanda e quello alla fine. Soli siamo e soli splendiamo non offuscati o illuminati dagli altri, ma brillando insieme e generando un cielo stellato. Un viaggio alla riscoperta di quel che di sole (solitudine) che c’è in ognuno di noi e che tanto temiamo di vedere per non bruciarci gli occhi o sciogliere le nostre ali di cera.

Introduzione

Cos’è la solitudine? innanzitutto cercherei di partire da una definizione della stessa. Aprendo un dizionario si legge:

s. f. [dal lat. solitudo -dĭnis, der. di solus «solo»]. – 1. La condizione, lo stato di chi è solo, come situazione passeggera o duratura: amare, desiderare, cercare, fuggire, temere la s.; sentire desiderio di s., di un po’ di s.; beata la s., finalmente un po’ di pace!, come espressione fam. di sollievo; cercare, trovare la serenità dell’animo nella s. di un convento (v. anche la frase lat. o beata solitudo, ecc.); anche, condizione di chi vive solo, dal punto di vista materiale, affettivo e sim.: vivere in s., nella più nera s.; trascorrere la vecchiaia in s.; sentire il peso, o la tristezza, della propria solitudine. 2. Luogo solitario, disabitato: la s. dei monti e dei deserti; anche al plur.: le vaste s. oceaniche.1

Questa definizione è una definizione che ricorre sempre all’utilizzo della parola “solo”, della quale bisogna conoscere già preventivamente il significato per poterla comprendere. Come dimostra la prossima citazione, questo è già impossibile per termini concreti , figuriamoci per quelli astratti.

[…]A partire da una parola del linguaggio quotidiano, lavorare per consolidarne la definizione per poi rendersi conto che è un’impresa impossibile, ecco un’esperienza inquietante e istruttiva che avreste dovuto fare almeno una volta nella vita. Il mio esempio preferito sono gli elefanti. Ho trovato questa definizione “grande mammifero erbivoro con corpo massiccio pelle ruvida grandi orecchie piatte, naso allungato simile a una proboscide e zanne d’Avorio”. L’approccio di questa definizione consiste nell’elencare varie caratteristiche che ci si aspetta di trovare in un elefante.[…]

Ovviamente una definizione circolare rimanda a cercare il significato delle caratteristiche elencate in un altro dizionario che a sua volta porterà a cercare in un altro dizionario ancora e così via.

Relativamente all’esperienza che abbiamo noi direttamente dell’elefante, l’autore definisce il nostro riconoscimento istintivo di gradi di elefantitudine e aggiunge:

[…] quando un bambino che non ha mai visto un elefante o non ne ha mai sentito parlare, si trova per la prima volta di fronte a un elefante vero, se gli indicate l’elefante e gli dite quello è un elefante, capisce immediatamente cosa si intende…

La conclusione è che il nostro cervello sembra estrarre automaticamente dal flusso visivo grezzo che riceve continuamente attraverso il nervo ottico un’idea universale di cosa sia un elefante.

Senza sforzo o come per magia sviluppiamo un robusto e potente senso dell’elefantitudine semplicemente esponendoci a scene che coinvolgono gli elefanti.i[…]

Perciò quello che vorrei proporre qui non è uno sforzo cognitivo e razionale per definire la solitudine. Al contrario, lasciare all’intuizione la conduzione di quel qualcosa che riconosciamo con i caratteri della “solitudine”.

Nel farlo, condividerò alcune mie fantasie o ispirazioni (cervellotiche e poetiche, vi avverto) su cosa m’ispira ed evoca questa parola.

Solitudine: briciole del sole

La prima immagine che mi viene in mente se penso alla solitudine è quella dell’estate, la mia almeno.

So che può sembrare paradossale ma l’intuizione è tanto soggettiva che esplorarla è come entrare nella dimensione quantica e rendersi conto che li le leggi della fisica normale non valgono più. Perciò si rivela un tentativo sempre fallimentare quello di cercare una sistematizzazione delle sue meccaniche. Come il fisico francese De Broglie ha dimostrato, la luce è si formata da particelle, come dimostrato da Einstein, ma che si comportano anche come onde e non vi è contraddizione. Con il principio d’indeterminazione, il fisico tedesco Heisenberg palesa che non è possibile osservare sia la posizione che la velocità delle particelle ma che bisogna compiere una scelta. ii

Questo è ciò che avviene anche nella nostra soggettività, ove stabiliamo un rapporto gerarchico tra figura e sfondo percettivo, come se il nostro sguardo fosse luce che illumina gli oggetti su cui si poggia.

Uno sguardo che emette raggi è fatto di particelle che si comportano da onde ed indeterminabile a priori.

Ma torniamo alle mie estati di solitudine.

Avevo tra i dieci ed i quattordici ‘anni e i miei genitori in quei mesi si spostavano in Sardegna per lavoro.

Avevano già divorziato e mia madre aveva una camera in una casa in condivisione con altre persone con cui lavorava, perciò in quei tre mesi stavo a casa con mio padre, la moglie ed i suoi collaboratori.

Tutti quanti lavoravano, era il momento più attivo della stagione ed in casa erano tutti stanchi e sempre di corsa.

Io al contrario, dopo otto mesi di scuola, ero finalmente in vacanza ed avevo tutto il tempo libero.

Mio padre mi lasciava in spiaggia insieme ad un suo collaboratore, che ancora oggi considero come mio zio, nonostante si trovi in Argentina da anni.

Ci lasciava in spiaggia tutte le mattine alle dieci e trenta e ci veniva a riprendere alle otto e trenta per andare a chiudere il negozio.

Il collaboratore di mio padre (tio Carlos), lavorava in spiaggia, mentre io, che ero praticamente cresciuto in quella spiaggia e conoscevo tutti, avevo un lettino ed un ombrellone che i bagnini mi offrivano ed in cui dei venditori ambulanti marocchini amici di mio padre, tenevano la borsa frigo con il loro pranzo.

Ero in spiaggia da solo, senza famiglia che rompesse le scatole, nessuno a richiamarmi per farmi mangiare o a impedirmi di fare qualcosa di pericoloso per le sue paranoie.

Si, nessuno con cui mangiare però. Ricordo che spesso andavo a mangiare sotto l’ombrellone di un mio amico con la sua famiglia.

La sera mio padre ci veniva a prendere, andavamo al negozio e poi a casa. Li ricordo le discussioni con tio Carlos perché la sera c’era Dragon ball Z ed’io volevo guardarlo ma c’era una sola TV. Ricordo una volta che un altro collaboratore di mio padre mi disse che loro stavano lavorando, non stavano in vacanza e volevano rilassarsi dopo la giornata di lavoro.

Così mi sentivo il solo in vacanza in quella casa, quasi come se fosse un errore.

Negli anni mi sono stancato di andare in spiaggia da solo ed ho iniziato a rimanere a casa a guardare la TV. Sapevo a memoria tutta la programmazione di italia1.

La prima associazione su cui vorrei concentrarmi è quella con la vacanza.

Vacanza etimologicamente significa “condizione in cui si vaga senza meta” ed è esattamente ciò su cui voglio concentrarmi. Se da un lato l’organizzazione del tempo delle persone da parte della scuola o del lavoro, risulta come una gabbia, dall’altra conferisce una risoluzione ed un margine per la persona che in questo modo non vaga, non erra e si trova esattamente dove”deve” essere: a lavoro.

Per quanto possa sembrare assurdo, nessuno vivrebbe costantemente nell’anarchia della vacanza. Non a caso ci organizziamo per questa in un compromesso che fa di modo che anche in quel momento ci incontriamo esattamente dove dobbiamo essere: al mare o in montagna ad esempio.

La solitudine è una vacanza in cui nessuno organizza il tuo tempo dalle otto alle due, nessuno ti dà compiti che ti occupino dalle quattro alle sei e non ci sono luoghi convenzionali aperti per sistematizzare anche quel tempo.

In tale situazione di vuoto è difficile permanere, come guardare il sole.

Ernesto De Martino ne il Mondo Magicoiii parla di fragilità ontologica dell’io. L’individuo oscilla tra la sua assenza nel mondo e la sua presenza (esserci). La sua presenza non è osservabile come non lo è la psiche ed esattamente come la stessa, viene palesata dall’azione, il comportamento.

Il comportamento è caratterizzato da una serie di fenomeni costanti di cui l’individuo è sia il soggetto che l’osservatore. Dall’abitudine a queste costanze questo desume il suo Sé come fenomeno presente nel mondo.

Il sé però è particolarmente presente solo in situazioni sociali e non a caso, le culture svolgono un ruolo fondamentale come impalcature e contenitori di questo sé che tiene a bada la fragilità ontologica della persona.

Nucleare

Un secondo ricordo che mi viene in mente è quello del primo giorno in cui ho vissuto da solo. Ricordo di aver aperto gli occhi la mattina e di aver percepito una certa inquietudine. E ora? La pulizia dipende da me, il frigorifero dipende da me ed anche la disposizione dei mobili, i divani e la televisione dipendono solo da me. Posso contare solo su di me. Il lavoro di un terapeuta è un po’ come quello di un arredatore di interni che aiuta le persone ad abitare la propria persona e sentircisi confortevoli.

Quella solitudine che ho percepito è ciò che in Gestalt viene chiamato vuoto fertile.

Un vuoto è fertile quando in sé lascia spazio per il fiorire di tante possibilità. Spesso tendiamo ad avere paura del vuoto e cerchiamo di sfuggire da questo tramite l’attività. Torniamo alla fragilità ontologica di Ernesto De Martino.

Il vuoto e il suo percepito sono particolarmente cangianti per esempio nel vissuto di chi è affetto da disturbi borderline di personalità ed è una tematica fondamentale anche della trattazione di F.Perls.

Il borderline soffre di una carenza identitaria definita come diffusione del sé.

Il concetto del sé ritorna ancora una volta a dimostrazione del fatto che questo sia fondamentale per ogni individuo e per la sua relazione con ogni cosa ed anche con nessuna di esse.

Innanzitutto possiamo dire che un concetto è un insieme che ha come estensione il numero di oggetti a cui si riferisce e per intenzione la forma a cui si riferisce. Dal mutuo rapporto tra analisi della forma e sintesi dell’oggetto, stratifichiamo gerarchie e categorie mentali che utilizziamo per definire la nostra esistenza e quella del mondo.

La portata esistenziale della capacità semiotica dell’uomo è pregnante e fondamentale.

Il sé poi, come oggetto è un particolare insieme che ha per estensione ogni cosa che un individuo ritrova mediamente legata al proprio comportamento nella propria esistenza e che presenta l’intenzione cioè la forma di se stesso, ipseità, o meità .

Lo psicologo americano William James, si concentrò in questo senso sulle differenze principali che vi sono fra sè (self) ed identità. Il primo sarebbe da intendersi come una forma di coscienza ed autoconsapevolezza interna. al contrario l’identità, dal pronome latino id che indica una terza persona ,ma come nell’inglese it, al genere neutro , indica quindi una cosa. Tornando all’elefantitudine o l’elefantità , l’identità sarebbe quella parte di sé che abbia in sé un qualcosa di oggetto da mostrare agli altri. L’identità è legata alla percezione che la propria comunità di riferimento ha di sé.iv

Nel caso del borderlinev, il sé diffuso è un se che manca d’integrazione con un nucleo centrale e che si percepisce solo tramite gli occhi degli altri. Questo problema tende a fagocitare gli stessi, giacché nessuno sguardo esterno riesce a colmare perfettamente la mancanza di uno interno. Per questo motivo, il borderline necessita di relazioni intense che lo facciano sentire unico e speciale costantemente.

Se questo non avviene adeguatamente, il borderline tende ad avere a che fare con un profondo senso di vuoto. Un vuoto che però non è fertile, ma arido e che ne riempie l’esistenza, un buco nero.

La solitudine del borderline però è la medesime relazione con il vuoto che intrattiene chiunque di noi.

Il vuoto è assenza, silenzio e il nulla trattato da Sartrevi come unica necessità di ogni cosa.

Nella musica, il silenzio e le pause sono fondamentali. Non ci sarebbero note senza pause e non ci sarebbero tempi, senza un battere e un levare.

Allo stesso modo, la nostra vita è cadenzata da momenti di pause, di silenzio e di solitudine. Secondo Perlsvii, il carattere paranoico che tende a controllare ogni cosa, fatica più di chiunque altro ad aver a che fare con quel vuoto.

Nell’ingestione di cibo questo tipo tende a non masticare del tutto ed abbuffarsi. È come se al momento di far entrare qualcosa del mondo in sé (in questo caso il cibo), aprisse il ponte levatoio del suo forte e si sbrigasse a far entrare tutti i forestieri con sospetto che entri altro e che quindi si appresti a tirarlo su.

La persona che fagocita l’esistenza senza elevazione alcuna o contatto tende a non tollerare il vuoto in bocca o in mente. Vuoto che diviene sede delle sue piú grandi paure.

Questo era il vuoto sterile , ora vediamo il vuoto fertile.

La sensazione di rimanere soli in casa, fa paura ma è anche una possibilità unica. La televisione non deve per forza occupare la posizione che ha sempre occupato, il letto della cameretta può finalmente emigrare in salone e vuoi mettere pranzare sul letto e guardare la televisione in bagno?

Questa solitudine fertile è ciò che viene chiamato luogo di controllo ed è il principale obiettivo di quasi tutte le forme di meditazione e yoga.

Se il mondo magico di De Martino segna come l’essere nella sua fragilità si poggi sul fare per poter essere, il buddismo zen, il taoismo e l’induismo mirano alla cancellazione di quell’essere distinto dal resto per lo scioglimento nell’uno.

Anche alcuni fenomeni come quello di olon, su cui De Martino ha poggiato la sua attenzione, giungono allo stesso medesimo risultato. La teoria del flussoviii, descrive come in questo stato avvenga una dissoluzione dell’io ed anche Turnerix parla del concetto di comunitas. Per non parlare di Jung che riprende il concetto di partecipazione Mistica.

Tutte queste elaborazioni, come quella di mandinga nella capoeira rimandano ad un’esperienza di solitudine creativa e profonda in cui non si è soli perché si è abbandonati a sé ma perché si è oltre il sé, oltre tale distinzione.

Nella pratica della gestalt è comune l’utilizzo delle tecnica della sedia vuota. In questa tecnica di volta in volta il paziente fa sedere le varie funzioni dell’io che fanno parte del suo mondo interiore.

Ecco qui due tendenze opposte: da una parte fatichiamo a riconoscere l’unità di tutte le cose, mentre dall’altra non riusciamo a concepire la nostra molteplicità interna. Ma se potessimo oltrepassare questo pensiero differenziale che polarizza e pone in antitesi l’essere uno e molteplice sia nostro che del mondo?

Le funzioni dell’io che facciamo sedere sulla sedia vuota di solito sono persone a noi prossime. Questo perché sono coloro con cui interagiamo piú frequentemente, ma sappiamo che non sono loro a sedersi su quella sedia, così come non sono loro ad apparire e sostanziare i nostri sogni, ma siamo sempre noi.

Nessuno ha mai sognato nessuno e nessuno si relaziona mai con nessuno veramente.

Inoltre sulla sedia io posso far sedere anche Hitler come in Jojo Rabbitx, il cane che mi ha morso da piccolo, il sasso che mi ha fatto inciampare o la teoria di Darwin.

È esattamente lo stesso che fa uno sceneggiatore o uno scrittore che moltiplica se stesso e le sue funzioni nei vari personaggi, nelle ambientazioni e nelle trame della storia.

Se poi fenomenologicamente sospendiamo il giudizio (doxa) su una verità esterna, giungiamo al fatto che la nostra verità è comunque narrativa e siamo noi a scriverla, moltiplicandoci nei suoi personaggi e luoghi.

Siamo l’archè della nostra vita, il nucleo. E come in ogni nucleo composto da protoni e neutroni, se rompiamo i nostri legami, siamo energia, come tutto accelerato alla velocità della luce dei nostri soli d’altronde.

Altri

Una delle tematiche e delle problematiche principali della filosofia occidentale contemporanea è stata quella di uscire dal solipsismo dei vari Cartesio,Hegel e Kant verso un mondo in cui l’altro esista in carne ed ossa nella sua dignità.

In questo, una delle frasi più strumentalizzate della storia è “l’inferno sono gli altri” di Sartre.

Ovunque si prende questa frase come esempio della misantropia dell’autore, ma è veramente così?

Nell’ottica dello scrittore-filosofo esistenzialista francese, l’incontro con l’altro parte da un oggetto particolare nel mondo, lo sguardo. Lo sguardo dell’altro riverbera su un altro oggetto unico, ovvero il proprio corpo.

Sartre divide l’essere in essere in sé, ovvero delle cose esterne e per sé, ovvero la coscienza. In pratica ogni cosa è in sé una cosa ma è per la coscienza qualcosa.

In quest’ottica lo sguardo dell’altro in sé è un oggetto che ha la proprietà di guardare e ciò che è guardato da lui, per lui è un in sé. Questo fa sentire l’essere come l’oggetto dello sguardo di qualcun’altro e fa provare vergogna per il proprio corpo che da questo può essere visto.

Concepiamo l’altro come la nostra possibilità di essere oggetti di qualcuno ed ecco che ritorna quell’id. Se il mondo solipsistico era un mondo per noi ed ogni cosa era lì per noi e potevamo farne ciò che volevamo, l’altro genera una voragine, un buco nero che attrae a sé ogni nostra possibilità, giacché tutto ciò che può essere per me, anche lui stesso, può essere per lui, anche me stesso.

Per questo che l’inferno sono gli altri, perché li riconosciamo come esseri degni ed unici e li rispettiamo e temiamo in quanto tali.

Sartre propone due modi principali di uscirne vivi: l’amore e l’odio.

Il primo è il tentativo di adeguarsi completamente all’essere oggetto dello sguardo altrui. Talmente tanto da essere quell’oggetto elettivo tra tutti gli oggetti nel mondo. L’amore è l’assorbimento della libertà altrui e porta l’individuo ad identificarsi con la sua realtà fenotipica, il linguaggio.

Nel linguaggio, l’essere è quell’oggetto transizionale che è un po’ in sé ed un po’ fuori. Se immaginiamo la condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo, lo vediamo subito. Un uomo desideroso di views sul suo instagram, di essere guardato più degli altri, di riceve amore (cuoricini e like) e disposto ad accettare qualsiasi cattiveria o shitstorm da parte dei suoi haters, pur di rimanerne l’oggetto prediletto. Un uomo che non è nulla più di ciò che si possa dire di lui e che si configura con le stories, i post ed i reel.

Assorbire la libertà dell’altro con contenuti ipnotici ed incollarlo allo scrolling è la più grande ricerca d’amore che l’uomo odierno riesce ad attuare.

Oggi esiste una problematica che le generazioni passate non potevano avere in questi termini: FOMO.

Letteralmente “la paura di essere dimenticati fuori” (fear of missing out). Una paura che porta i giovani a postare contenuti in maniera sempre più compulsiva in modo da far vedere agli occhi altrui che si è sempre sul pezzo. Questa paura spinge a guardare il film o la serie di cui tutti parlano, a mangiare nel locale che tutti consigliano ed in generale ad essere sempre in corsa per non essere lasciati indietro.

Questo di base, ma cosa succede a coloro che sono rimasti indietro già da un po’?

Sempre più di frequente si sente parlare di ragazzi che non escono di casa e vivono solo di videogames , esclusi da qualsiasi interazione sociale. Spesso questi presentano problemi soprattutto nella relazione con l’altro sesso. Il peso delle aspettative di una società altamente performativa è un bacino di paure profondamente paralizzanti. Essere sempre sul pezzo quando si tratta di consumare un prodotto è relativamente semplice, più arduo è essere sul pezzo quando si tratta di consumare rapporti sentimentali o carnali. Se già non aver visto la serie di cui tutti parlano, fa sentire esclusi, immaginiamo cosa può essere per una persona vergine o quasi di rapporti sentimentali trovarsi a tavola con coetanei che parlano solo di quello. Ogni volta che qualcuno condivide un’esperienza è come una coltellata dritta nel cuore. Le persone dell’altro sesso sono percepite con grande dolore e come piatti, abiti o auto troppo care che non puoi permetterti. Allora si che l’inferno sono gli altri!

Lo sguardo altrui fa sentire queste persone come oggetto si, ma come oggetti difettosi da riportare al negozio e che per questo devono rimanere nella scatola e conservare lo scontrino.

La scatola è la casa da cui costoro non escono e lo scontrino è quel senso di ingiustizia che queste situazioni lasciano.

Come detto, lo sguardo si relaziona con il corpo del guardato. Un corpo idealizzato su cui fanno alone su un aspetto selettivo: troppo magri, troppo alti, troppo bassi, troppo o troppo poco qualcosa sempre.

Ma niente paura, c’è mercato anche per questo. La società inclusiva non lascia nessuno fuori dalla possibilità di diventare suo cliente. Esistono le dating app, in cui questi ragazzi seguendo la legge dei grandi numeri, mettono like a tutti, sperando che qualcuno, chiunque sia, ricambi. Non hanno molta scelta o gusti, cercano solo occhi per cui essere oggetti, magari sessuali.

L’altra via per Sartre è quella dell’indifferenza. Se le via dell’amore conduce alla dipendenza da contatto del linguaggio e da queste ad un masochismo esistenziale, quella dell’indifferenza percorre la via del desiderio.

Infatti, l’altro qui non è inteso come soggetto ma al contrario come oggetto da assoggettare alle proprie volontà, un utensile insomma.

Il corpo in questo caso dell’altro, non è un oggetto proprio di cui vergognarsi, ma al contrario, un desiderio.

Etimologicamente desiderio significa condizione in cui in cielo non ci sono stelle, per pirati che cercano un tesoro, navigar è arduo in questo mare senza stelle in cielo.

Il desiderio è anche oggetto della seconda nobile verità del Buddha, secondo cui tutto il dolore è da lì che verrebbe.

L’indifferenza in questo caso non riempirebbe il solco lasciato dall’incontro con l’altro nel mondo, ma necessiterebbe di una serie di esercizi di potere atti a legittimare ancor più il controllo, il sadismo.

Creatività e fertilità

Il modo indifferente secondo Sartre è privilegiato rispetto a quello dell’amore. L’odio rende maggiore dignità all’altro, giacché non mira ad assorbirlo per possederne lo sguardo ma lo tratta come ogni altro oggetto nel mondo, senza privilegio alcuno. A mio modo di vedere è qualcosa di assolutamente condivisibile. Immagina di non dover alcuna forma di rispetto maggiore agli altri esseri umani rispetto agli animali, alle piante o alle idee.

Immagina di non dover asfaltare un terreno per costruire un centro commerciale, sterminando una flora ed una fauna. Immagina di non doverti alzare per far sedere una signora anziana sull’autobus più di quanto ti non debba gettare una carta per terra o soccorrere un cane smarrito per strada.

Insomma immagina un rispetto indifferenziato, dove non importa che tu sia ricco, povero, giovane, anziano, non importa la tua etnia, né la razza, la specie o il genere, giacché ogni oggetto nel mondo ha pari dignità.

L’indifferenziazione è la meta della maggior parte delle filosofie orientali ed in un mondo in cui non c’è un sé che manca di rispetto ad una certa alterità, tutto è sé ed ogni mancanza di rispetto sarebbe sempre autoriferita al più.

L’assenza di alterità è vuoto e il vuoto può essere fertile, come detto. Questo vuoto parte però dell’indifferenza, dall’assenza di giudizio che discrimina gli oggetti del mondo.

L’indifferenza è l’annullamento del pensiero differenziale di cui parla anche Perls. Il pensiero differenziale è come una qualsiasi funzione diversa da 0. In una retta descritta da una funzione in cui x ed y risultino diversi da 0, allora questa avrà automaticamente un seno ed un coseno, rapporti con gli assi cartesiani. Detto in maniera più semplice, se giudichiamo un evento, questo sarà per forza di cose o buono o cattivo. Mentre tramite l’atteggiamento fenomenologico e la sua riduzione del mondo a mero fenomeno della mia coscienza, la differenziazione svanisce.

Si parte dell’indifferenza si, ma si giunge alla creatività così come si parte dal vuoto e si giunge ad un vuoto fertile.

Questo è il potenziale nucleare della nostra solitudine esistenziale: l’elevazione. Quell’elefante nella stanza che continuiamo ad ignorare convinti di poter essere degni solo se oggetti dello sguardo altrui.

1 Dizionario Treccani

i David Bessis, Mathematica, Neri Pozza,2023

ii Capra, Il tao della fisica, Adelphi,2014

iii Ernesto De Martino, Il mondo magico, Einaudi 2022

iv Giovanni Jervis- il mito dell’interiorità, Bollati Borighieri, 2011

v Jhon Gunderson, P.H.Hoffman, Disturbo Borderline di personalità, Springer, 2010

vi Sartre, Essere e nulla, il saggiatore 2023

vii Perls, l’io la fame e l’aggressività, Franco Angeli, 2016

viii Mihaly Csikwzentmihalyi, Flow, Roi edizioni 2021

ix Turner, Dal rito al teatro, il mulino 2014

x Jojo Rabbit (2019)

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