Riflessioni su un’esperienza significativa

Pierluca Santoro

di Alessandra Grasselli

“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°3 gennaio – febbraio 2004, pagg. 50-53, Roma

 

Aver frequentato il corso di Counselling presso l’Istituto Gestalt Firenze, sede di Roma, ha per me il “sapore” dell’evoluzione e della trasformazione come ricerca di possibilità.
Ho iniziato il corso in un momento della mia vita in cui tutto sembrava non avere più senso, ma in quel percorso, durato due anni, molte cose sono cambiate soprattutto perché è sorta in me la convinzione che il futuro presenta molte strade e che sta a noi decidere quale voler percorrere. Una di queste strade mi ha portato a Petrella Salto dove mi sono recata svariate volte avendo avuto l’opportunità di partecipare alla realizzazione del progetto “ Sapori di vita, globalizzazione e cultura locale”.

Nonostante le perplessità iniziali, mi sono convinta a collaborare perché avrei dovuto svolgere un compito che sembrava di facile attuazione: prendere contatti con l’istituzione scolastica. Il programma ,invece, ha subito alcune modifiche e mi sono ritrovata a girare nei paesi del Cicolano in cerca di persone disposte a raccontare qualcosa di sé, della propria vita e delle tradizioni locali legate a piatti tipici. Le testimonianze raccolte sarebbero servite agli allievi della scuola di counselling e di psicoterapia come base di lavoro per i seminari teorico-esperienziali previsti nel corso della manifestazione di luglio.

Questa fase preparatoria, durata svariati mesi, è stata resa possibile grazie alla partecipazione e collaborazione attiva delle persone e delle associazioni del luogo direttamente coinvolte nell’organizzazione dell’iniziativa e ogni volta che mi accingevo a tornare per incontrarle avevo sempre la stessa sensazione: quella di affrontare uno spazio diverso, dove tutto assumeva valenze nuove sia nei tempi che nei luoghi come pure nelle relazioni.

Il contatto creato con le donne che si sono rese disponibili ad accogliere nelle proprie case sia me che la mia compagna d’avventura, mi ha fatto cogliere gli aspetti di un modello di vita che continua ad essere molto diverso da quello cittadino al quale sono abituata; mi ha anche confermato che esiste comunque, in ogni persona, il forte desiderio di essere ascoltata e di condividere le proprie esperienze di vita.

Un’altra sensazione che è sorta forte in me durante quelle visite , è stata caratterizzata dal contrasto fra la tranquillità che mi colpiva percorrendo le strade dei paesi visitati (oltre Pretella Salto ricordo Capradosso, Mareri, Staffoli, Borgo S. Pietro , Oiano, Cerreta, Fiumata, Colle della Sponga ) e la vitalità che invece arrivava improvvisa attraverso le storie rese dalle donne intervistate. Dopo un piccolo imbarazzo iniziale, infatti, il racconto arrivava spontaneo e ricco di dettagli.

Le storie pubblicate in questa rivista ne sono la testimonianza e avrebbero, fra l’altro, potuto giustificare, insieme a tutto il lavoro svolto l’illusione, nata cautamente in me, di essere riuscita a costruirmi un’idea, se pur vaga, di quello che sarebbe accaduto nel corso dei seminari teorico esperienziali e degli eventi di animazione sociale a cui avrei partecipato come allieva.

In realtà mi sbagliavo ed arrivata a Petrella Salto, il giorno precedente l’inizio dei lavori , ho cominciato a pensare di dover lasciare alle spalle le mie aspettative per far posto al “qui ed ora”. Tutto il lavoro preparatorio, pur essendo stato molto importante, era solo un mezzo per vivere un’esperienza nuova e particolare.

Ora sono qui nel tentativo di dare libero corso ai ricordi, ma nel momento in cui scrivo e tento di tornare a quei momenti risuona preponderante la sensazione di vuoto, di quel “ vuoto fertile“ dal quale sai che nascerà qualcosa che vive perché affidato alle sensazioni e alle emozioni presenti nel gruppo di lavoro, al desiderio di ognuno dei partecipanti di mettersi in gioco, alla voglia di guardarsi dentro e scoprire qualcosa di nuovo.

Abbiamo passato quasi due giorni chiusi nella sala consiliare del comune per rendere in forma teatrale le storie narrate dalle donne del posto e ciò ha reso necessario individuare dei registi che facessero rivivere il racconto per offrire a Maria, Elisabetta, Gabriella, Palmira, Adalgisa, Margherita…la possibilità di ritrovarsi e rivedersi, e per dare a ciascuno degli allievi la possibilità di sperimentarsi in un ruolo, di comprendere ciò che accade dentro ogni attore quando veste i panni che non sono propri e , inoltre, cosa permette di esprimere di se stesso attraverso la rappresentazione di quella vita così lontana da sé.

Personalmente, la prima conquista è stata quella di vivere l’avventura sperimentando ruoli che mi hanno aiutata ad espormi e ad affrontare vecchi comportamenti basati su resistenze e rinunce. Infatti, non è facile per me abbandonare il controllo e rinunciare alla preoccupazione di dare importanza a quello che vedono gli altri, ma ciò ha reso possibile il mio stare lì senza desiderare di essere altrove. Stare per esserci, per sentire che le emozioni degli altri sono anche le mie emozioni e che ci sono percorsi di vita comune. Per tali motivi ho trovato analogie e vissuto momenti significativi.

Nella prima storia ero una bambola e venivo mossa da una “bambina” che con fare delicato m’imponeva movimenti obbligati e, mentre mi muovevo, sentivo ed intravedevo nella rigidità dei movimenti di un essere inanimato le mie rigidità. Non mi preoccupavo più che gli altri mi guardassero ma m’ interessava guardare con un occhio diverso questo lato di me.

Nella seconda animazione ero una madre che, in tempo di guerra, lavorava in un forno e tentava in ogni modo di proteggere la propria famiglia. Mentre il lavoro prendeva forma, avvertivo la mia ansia crescere e desideravo comprendere quella sensazione per sentirla e trasformarla in qualcosa di altro. Ci sono riuscita interpretando una vecchia zia malata di sciatica diretta da un regista dotato di una forte carica umoristica il quale mi ha aiutata a sdrammatizzare quel ruolo nel quale mi risultava impossibile rappresentare il dolore e la sofferenza in forma convincente. Mi sono sentita sostenuta e ho intravisto la possibilità di affrontare situazioni difficili attraverso l’ironia, la quale aiuta a sdrammatizzare e a dare quel tocco di leggerezza che non ha niente a che vedere con la superficialità.

Il tutto si è quindi trasformato in un lavoro personale con l’attivazione di processi che generano emozioni cui dare un nome.
Terminato il seminario, il passo successivo è stato quello di rappresentare in piazza i risultati del nostro lavoro per gli abitanti dei paesi del Cicolano richiamati dal nostro invito a prendere parte alla manifestazione.

Anche questa una bella sfida…tirarsi indietro o affrontare la possibilità di abbandonare la paura del giudizio e offrirsi un’opportunità?
E’ stato così che il sabato pomeriggio ci siamo esibiti in una piazza curiosa, attenta ma propensa più a guardare che a partecipare. In quel luogo e in quell’atmosfera le rappresentazioni sono state per me qualcosa di “altro”. Il contesto trasformava tutto rendendo nuove sensazioni e nuove emozioni da condividere. Anche le donne protagoniste delle storie da noi rappresentate hanno accettato di partecipare, cucinando mentre la scena si svolgeva di fronte a loro. Lo hanno fatto con semplicità e ogni tanto si fermavano per guardare quelle scene che le riguardavano così da vicino dichiarando che quanto veniva da noi rappresentato evocava pienamente gli eventi della loro vita. La sensazione finale è stata quella di sentire che l’animazione teatrale aveva attivato la piazza e quella platea che durante il pomeriggio aveva “solamente osservato “ nelle ore successive ha dato vita ad una serata in cui la tradizione e la cultura del luogo si sono rese realmente manifeste.

Nell’allestire punti di ristoro e di degustazione dei prodotti locali, ognuno ha dato qualcosa di sé, a volte anche gareggiando con l’altro, ma rendendo quel paese, spesso troppo silenzioso, un luogo di incontro e di scambio.
E’ stato questo il momento in cui il sapore e il gusto hanno confermato di essere importanti elementi di aggregazione.

Ritengo che questa esperienza abbia reso la popolazione maggiormente consapevole sia dei propri limiti che delle incomprensioni interne ad un luogo a volte troppo chiuso e ristretto ma ha, nel contempo, creato una possibilità di cambiamento e una necessità di confronto basata sulla ricchezza del proprio patrimonio culturale ed ambientale.

Sono possibilità che pur essendo ovvie ad occhi estranei, risultano molto difficili da realizzare per chi le vive. Ecco quindi che la relazione d’aiuto può diventare utile anche a livello sociale, come e’ stato sperimentato nel corso della nostra iniziativa.
Comunque anch’io ho vissuto quest’esperienza come una possibilità che mi ha consentito di portare a casa la convinzione che esiste un diverso modo di procedere del quale la teoria e la pratica della Gestalt sono un buon complemento.

Infatti, nell’organizzazione della manifestazione, non tutto è stato preconfezionato in partenza ma ogni elemento ha saputo trovare una propria collocazione senza la necessità di sottostare a direttive vincolanti. Ciò ha reso possibile la creazione di una sinergia che, pur essendo a volte caotica, è tipica di situazioni realmente vissute.

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