Psicoterapia ad orientamento fenomenologico esistenziale e arte

Direttore G. Paolo Quattrini

Istituto Gestalt Firenze

di G. Paolo Quattrini

Direttore Istituto Gestalt Firenze

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°3 gennaio – febbraio 2004, pagg. 6-11, Roma

 

Il termine psicoterapia implica il concetto di malattia da curare, e in effetti a suo tempo Freud elaborò la psicanalisi come cura per le nevrosi, ma col passare del tempo sia la psicanalisi che i suoi derivati hanno preso sempre più in considerazione come target anche la normalità.

Ma se non si tratta di curare malattie, a cosa serve allora la psicoterapia?

Nel pensiero freudiano era centrale il concetto di fissazione, cioè Freud interpretava la patologia come comportamenti coatti legati rigidamente a conflitti insolubili. Jung parlò poi di inflazione, un punto di vista differente, ma sempre connesso con la fissità: nella visione junghiana, quando l’energia psichica ristagna in una parte del tessuto psichico invece di irrorarlo tutto, come si potrebbe dire con una metafora anatomica, provoca disturbi, da una parte per eccesso e dall’altra per mancanza.

In seguito, nel mondo psicologico si è diffuso il concetto di blocco, di interruzione del flusso, e in definitiva è questo che si considera oggi generalmente come oggetto della psicoterapia.

Ripetere o fluire, ripetere o creare insomma, è considerata in gran parte del mondo psicologico la differenza fra il mal funzionamento e il buon funzionamento psichico.

Da questo punto di vista la psicoterapia è dunque un processo che elicita la creatività.

E che differenza c’è allora con l’arte, che è il processo per eccellenza demandato alla pratica della creatività?

La differenza concreta più consistente è il tema della qualità di ciò che viene creato.

Creare infatti non implica necessariamente un prodotto che abbia un certo livello di qualità: un bambino crea scarabocchiando, ma i suoi scarabocchi non si considerano prodotti artistici, perché di solito non raggiungono lo standard minimale di qualità estetica per essere considerati tali.

A differenza dell’arte, la psicoterapia è rivolta primariamente allo stabilirsi del processo creativo, e secondariamente alla qualità del prodotto: cioè, è più importante che il paziente diventi capace di assumere un atteggiamento creativo piuttosto che produca delle opere d’arte e nella vita quotidiana rimanga in balìa delle sue fissazioni.

Quando si parla di arte invece si pensa ai prodotti indipendentemente dalla vita di chi li ha creati: si apprezza la qualità della pittura di Van Gogh senza pensare alle fissazioni presenti nella sua vita  e delle sofferenze che gli hanno causato.

Per la psicoterapia evidentemente le priorità sono diverse: si tratta di riuscire a smuovere i blocchi che determinano le coazioni a ripetere, in modo che la persona sia più libera di andare dove vuole.

Vediamo dunque che fin qui riguardo alla creatività sono in ballo almeno due temi differenti, il processo creativo e la qualità del prodotto.

Nel campo dell’arte ci sono molti escamotages per sviluppare il processo creativo: abbondano i corsi di scrittura creativa per esempio, i corsi di pittura e via dicendo, con le relative tecniche di insegnamento, che in linea di massima sono tecniche rivolte a svincolare la percezione dai pre giudizi. Infatti, invece di percepire direttamente la realtà, in genere ci limitiamo a leggere i pre giudizi che abbiamo interiorizzato durante la vita, senza lasciarci quasi mai “sorprendere” dal mondo, come dicono i fenomenologi, contentandoci di difenderci dallo sconosciuto e dai pericoli che comporta.

Per lo stesso motivo, nella psicoterapia a orientamento fenomenologico l’attenzione della persona è richiamata continuamente alla consapevolezza di cosa sente davvero nel momento presente, e distolta quindi da quello che dovrebbe sentire in una situazione del genere, cioè viene distolta dai suoi pregiudizi percettivi.

Distogliersi dai pregiudizi percettivi significa distogliersi dal pre concetto, cioè dai modelli, per esempio dai modelli estetici: quando una persona smette di vedere qualcosa come “bello” solo perché si avvicina a un modello di bellezza socialmente riconosciuto, si apre all’esperienza estetica, cioè lo percepisce personalmente come più o meno bello ed è in grado così di ricercare attraverso la sperimentazione e il proprio gusto personale maggiori livelli di qualità.

Consideriamo l’importanza dell’estetica nella psicoterapia. Estetica viene dal greco aisthanomai, sento: l’estetica è la misura della qualità del sentire, è il metro del gusto, e quindi è imprescindibile per la qualità della vita.

Per gustare bisogna sentire: pensare non sostituisce in nessun modo il sentire, e non può sorreggere da solo la qualità della vita. Si provi a pensare a una torta di crema e si confronti questo con l’esperienza di mangiarla.

Ciò che è però sufficiente per la qualità della vita, può non essere sufficiente per una opera d’arte: un bambino scarabocchiando si diverte, anche se non costruisce qualcosa che raggiunge la complessità necessaria ad essere culturalmente significativo.

Nella psicoterapia diventare capaci di divertirsi è significativo, anche senza arrivare a prodotti di livello artistico.

Da questo si può vedere che psicoterapia e arte non coincidono, ma che malgrado questo, fino a un certo punto si sovrappongono.

Bisogna considerare a questo punto anche un’altra differenziazione essenziale, quella fra la qualità estetica e la qualità etica.

Se in generale nel campo dell’arte la ricerca è la qualità estetica, nel campo della quotidianità, che è l’area a cui si rivolge la psicoterapia, il tema etico è importantissimo: kalos kai agathòs, bello e buono, come si diceva nel mondo classico.

Distogliersi dai pregiudizi etici significa passare da un atteggiamento fondato semplicemente sul rispetto delle leggi, cioè sulla morale, a uno fondato sul gusto esperienziale degli avvenimenti, cioè sull’etica vera e propria, dove è “buono” quello che ha sapore di buono, non quello che è codificato, come sostenevano i Farisei nella famosa diatriba con Gesù.

La capacità di”svegliarsi” dalla visione pre giudiziale del mondo, cioè da quei giudizi che vengono pre, prima dell’esperienza, è essenziale sia per la psicoterapia, almeno quella a indirizzo fenomenologico esistenziale, sia per l’arte, e contemporaneamente, sia per l’estetica che per l’etica.

In realtà, sia la psicoterapia che l’arte si indirizzano nei sentieri della profondità dell’accorgersi, ma divergono nel tema degli strumenti espressivi.

L’accorgersi non è svincolabile dalla restituzione, cioè dall’esprimere ciò di cui ci si è accorti: l’accorgersi è inscindibile dall’esprimere, e esprimere a un livello complesso come è il mondo degli esseri umani adulti, richiede un linguaggio vero e proprio. Il concetto di linguaggio ha molti impliciti: uno è che il linguaggio ha delle modalità che vanno imparate, in quanto esprimersi implica l’intenzione di essere capiti, cioè di fare effetto sugli interlocutori, e il linguaggio (non verbale) comprensibile a tutti per via innata è piuttosto rudimentale. L’intenzione di farsi capire rende  necessaria una certa quantità di convenzioni condivise, come si sa dalle lingue: se non si parla cinese, non si capisce un discorso in cinese.

Ora, bisogna considerare che il linguaggio non serve solo per comunicare con gli altri, ma anche con se stessi. E’ improbabile capire se stessi se non si sviluppa un linguaggio di cui riconosciamo i segni e le strutture: è esperienza diffusa per esempio che scrivere la propria autobiografia aiuti a capirsi meglio. Nominare inoltre aiuta a ricordare: quello a cui non diamo nome sfugge alle dita della memoria.

Ci si accorge nella misura in cui si restituisce l’essersi accorti, verbale o non verbale che sia la restituzione: un pittore restituisce l’essersi accorto di un paesaggio con un quadro, un viglie urbano l’essersi accorto di una infrazione lo restituisce con una multa, un innamorato rende con metafore la percezione dell’amata, eccetera.

Maggiore è la differenziazione del linguaggio, più si ha la sensazione che la percezione della persona sia stata profonda.

Naturalmente la restituzione non è l’oggetto stesso della percezione: la mappa non può essere in nessun caso il territorio.

I girasoli di Van Gogh non sono i girasoli che guardava dipingendo il quadro, sono una cosa nuova, diversa, anche se collegata “generativamente” all’oggetto della sua percezione: sono una creazione.

Evidentemente la creazione, questa cosa nuova che ognuno costruisce restituendo la sua percezione del mondo, avrà più o meno qualità anche in relazione alla differenziazione del linguaggio impiegato. Anche una multa per divieto di sosta è la creazione di un oggetto che prima non c’era, ma il linguaggio congruo al ruolo del vigile si limita al segnare croci su un prestampato, cosa che chiaramente non può permettere la creazione di un oggetto di qualità.

Per l’artista insomma è necessario un linguaggio parecchio evoluto, o almeno parecchio più evoluto di quello sufficiente per la vita quotidiana e per la psicoterapia.

Qui arte e psicoterapia si possono distanziare molto: in genere la psicoterapia lavora con il linguaggio di cui il paziente dispone già, senza pretendere grandi sviluppi su questo piano, e quindi in realtà accontentandosi dei prodotti di linguaggi più o meno ingenui.

Se non si tratta di sviluppare il linguaggio fino a livelli professionali, nella psicoterapia è comunque fondamentale riuscire a distinguere la differenza fra esprimersi e “parlare di”: i processi di restituzione infatti possono passare per via analogica, cioè evocativa, dove gesti e parole chiamano il sapore dell’esperienza a cui si riferiscono, o si possono utilizzare cammini digitali, dove il legame fra il vissuto e la restituzione è essenzialmente concettuale, quindi insomma convenzionale e privo del sapore dell’esperienza: dire a una persona “sono irritato con te per quello che hai fatto” non è lo stesso che dire “non sono d’accordo con il tuo comportamento”

Questa inclinazione a “parlare di” è una defaillance tipica della cultura occidentale: in altre culture la parola è più vicina alla sua originaria essenza evocativa. Per esempio in giapponese, lingua si dice koto ba, che nella traduzione di Heidegger suona “petali che fioriscono dal messaggio della grazia generativa”. In questa espressione è manifesta la dimensione necessariamente creativa dell’esprimersi, anche per quanto riguarda il piano verbale.

Esprimersi è molto diverso da  “parlare di”: lo charme del teatro svanirebbe se gli attori ”parlassero di” invece di esprimersi.

Una regola base per gli scrittori suona in inglese “dont tell, show!”, non lo dire, fallo vedere! Dirlo significherebbe far morire di noia il lettore: un personaggio ferito in un’opera non dice che sente male, grida il suo dolore!

Fra verbale e non verbale è quest’ultimo che ha maggiore forza espressiva: con le parole si “parla di”, a meno che non si tratti di un linguaggio poetico, una lingua nel senso giapponese del termine, che è poi la lingua della poesia, la parola azione, come la chiamava Hoelderlin in opposizione alla parola concetto di Hegel.

Muoversi verso la parola poetica, cioè dare forza espressiva alle parole significa parlare con cosapevolezza della qualità, e utilizzare l’occasione per incrementarla.

Di nuovo le esigenze dell’arte e quelle della psicoterapia divergono: se il parlare diventa più espressivo è chiaro che migliora la qualità della propria esperienza, ma non è affatto detto che si raggiunga un livello artistico.

Si vede come pur essendo reami diversi, arte e psicoterapia abbiano parecchio in comune, come molti tratti di cammino siano gli stessi: è quindi comprensibile che si utilizzi il disegno e la pittura come strumenti di psicoterapia, o la musica, o la danza, o il tetro, o qualunque altro tipo di arte possa esistere. Che si utilizzi: espressione non è sinonimo di psicoterapia, anche se certamente esprimersi in linea di massima ”fa bene”, quindi è curativo, soprattutto degli atteggiamenti ripetitivi.

Diciamo che l’espressione è comunque cura, e si può lavorare in tanti modi intorno a questo tema, indirizzandosi più verso il prodotto artistico o più verso la fluidificazione degli stereotipi che rendono la vita pesante.

Diceva Winnicott, non c’è differenza per un bambino fra scoprire e inventare, e l’uso dell’arte nella psicoterapia si può assimilare ai primi passi di un bambino nel mondo della creazione: nessuno dice poi a che punto la persona si debba fermare, cominciando con una psicoterapia niente vieta che finisca per divenire un artista.

Se l’estetica è la qualità delle forme e l’etica è la qualità delle storie che l’umanità inventa, esiste una forma d’arte dove le due qualità sono ugualmente importanti, e questa è il teatro. A seconda che prevalga il senso dell spettacolo o il senso del dramma, estetica e etica saranno più importanti: fare spettacolo di quello che si mette lì, bello o brutto che sia, è certamente una forma di cura, nel senso che invece di per esempio “essere il dolore”, al momento che si esprime si “ha il dolore”: invece di esistere una cosa sola, cioè il dolore, ne esistono due, io e il dolore. E’ quello che si può chiamare teatroterapia.

Elaborare il dramma, cioè il muoversi della storia portandola fuori di quello che sembrerebbe l’ineluttabilità del destino, e che non è altro che la prigione delle proprie coazioni, è un altro modo di lavorare, che si chiama in genere drammaterapia.

Accanto al tema dello staccarsi dai pre giudizi percettivi per raggiungere l’espressione diretta, la storia umana comporta anche un problema, diciamo così, politico: finchè prevale la legge del più forte, si scrivono storie sempre più o meno uguali, come si vede dalla letteratura di quart’ordine, tipo i telefilms. Le storie cominciano a dipanarsi con modalità complesse quando non trattano più semplicemente di buoni e cattivi, e del prevalere degli uni sugli altri: quando in una storia non si può sopprimere una parte sacrificandola all’altra, allora bisogna inventare qualcosa di nuovo in cui ci sia posto per l’una e per l’altra, e questo è poi il concetto base della democrazia. La democrazia è una forma di governo e una forma di pensiero appoggiati sul presupposto della creatività, dello sviluppo verso spazi sempre maggiori dove c’è posto per tutti, “normali” o “meno normali” che siano.

E’ una concezione che guarda alla differenza come una ricchezza e non come una minaccia: è quello che Hegel chiamò il processo dialettico.

Sul piano intrapsichico l’apprezzamento della differenza permette di fare spazio alle parti represse, e il pensiero dialettico permette di poterle utilizzare come forza propellente invece di doverle schiacciare con sforzo e dolore.

Si vede quindi che il processo creativo ha dimensioni comunque terapeutiche, anche se per ottener specifici risultati richiede una gestione specificatamente indirizzata a questo scopo: per quanto non si identifichi completamente con l’arte, le è almeno in parte identica, per cui usare l’arte per scopi psicoterapeutici risulta una modalità indiscutibilmente congrua.

Le artiterapie si possono quindi considerare autenticamente uno specifico settore della psicoterapia: sono caratterizzate da una attenzione rivolta alla ricerca della qualità piuttosto che all’analisi di patologie, e sono in realtà particolarmente indicate nei contesti formativi e negli interventi di comunità e in contesti sociali vasti, dove l’attenzione alle patologie sarebbe più di peso che di aiuto.

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