Piccoli mondi antichi

Pierluca Santoro

Katia Botticelli, Daniela Cardamomi, Sandra Poli, Serena Rubechini

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°3 gennaio – febbraio 2004, pagg. 28-49, Roma

 

Non sono le foto che evocano ma gli occhi che le guardano…

Non sono le storie che evocano ma le orecchie che le ascoltano…

(O. Rossi)

 

Quando ci venne proposto di lavorare a questo progetto, non avevamo ben chiaro cosa dovessimo fare. Il punto di partenza doveva coincidere con la raccolta dei racconti e delle fotografie che più rappresentavano gli anziani di questo piccolo paese arroccato.

Gli anziani…ma come fare a non cadere nella ripetitività e nella banalità delle domande? Quale criterio adottare per una giusta scelta fotografica?

Sentivamo il bisogno di un training per prepararci “all’ascolto delle storie di vita”. Ognuna di noi aveva più volte sentito narrare dai propri nonni le vicende legate alle loro vite, ma adesso ci trovavamo davanti a sconosciuti!

Abbiamo iniziato ad esercitarci e formarci a questo tipo di intervento partendo dai nostri vissuti. Munite di fotografie che fossero rappresentative della nostra storia (circa dieci per ognuna), ci siamo riunite nello studio del nostro supervisore.

Quello che dovevamo fare era disporre sul pavimento le nostre immagini e, tramite un racconto, dar vita a ciò che esse ci evocavano; mentre una cominciava il suo cammino, le altre scrivevano quello che veniva narrato. Compito del trainer era quello di riportare l’attenzione su quei dettagli non immediatamente visibili né al centro dell’immagine né al centro del nostro racconto: spostando ad esempio l’accento sulla scelta delle fotografie da noi effettuata (…“hai scelto tutte immagini ufficiali, solo nell’ultima ti sei concessa il lusso di giocare”) oppure sulla nostra collocazione all’interno di esse (…. “sei sempre tu che abbracci, non lo lasci mai fare agli altri”). Cominciavamo ad essere consapevoli del fatto che, iniziando a giocare con le nostre fotografie, stavamo entrando nelle parti più intime dei nostri copioni.

Si sono delineate coordinate, prima invisibili, che all’improvviso si riunivano in una nuova immagine passibile di tridimensionalità: come un disegno che acquista spessore per potersi staccare da uno sfondo sin ora troppo evidente.

Il passo successivo consisteva nel riascoltare ciò che era stato tradotto su carta dalle spettatrici. Che strano ritrovare un frammento della nostra vita nella  forma in un racconto scritto!

 

Giunte per la prima volta nella piazza del paese di Petrella, la sensazione è stata quella di gran calore; anche se tutti ci guardavano come aliene venute da Marte, respiravamo familiarità; forse per gli odori che uscivano dalle cucine, o per le porte tenute aperte come per accogliere chiunque arrivasse… Erano proprio queste “porte aperte”, però, che ci creavano imbarazzo: fino a che punto potevamo entrare nelle loro storie?

Ma non c’è stato bisogno di entrare… sono venute da sole sull’uscio, accoglienti e spontanee.

Abbiamo svolto le varie interviste in coppia: una aveva il compito di scrivere ciò che veniva narrato, mentre l’altra facilitava il racconto con brevi domande, chiedendo se ci fossero immagini in grado di rappresentare i vari aneddoti.

 

In seguito, per prepararci al lavoro successivo, quello delle drammatizzazioni, ci siamo riuniti con i ragazzi della scuola di counselling all’interno di Palazzo Maoli; si è formato così, un unico grande gruppo di formazione e soprattutto di condivisione. Abbiamo lavorato sulla rielaborazione narrativa delle fotografie di coloro che non avevano fatto in precedenza questa esperienza, per poi strutturare una performance teatrale basandoci sulle evocazioni che quel narrare ci aveva trasmesso. Le emozioni ci avevano spinto a creare qualcosa che, per noi, aveva dell’incredibile. Ascoltando le gioie, sentendo le paure, appropriandoci della ricchezza dei racconti nati intorno alle fotografie di ognuno, siamo diventati un gruppo dotato di un’unica storia…

 

Dove abitano i ricordi?

 

L’iniziale proposito di questa esperienza a Petrella era solamente quello di entrare in contatto con alcuni anziani del luogo e di intervistarli raccogliendo le fotografie più significative e rappresentative dei loro racconti di vita.

Una delle prime difficoltà da affrontare era stilare una sorta di struttura di intervista tesa a sondare i diversi eventi appartenenti sia alla storia del territorio che alla personale esistenza dei nostri interlocutori.

Sapevamo che “l’intervista del giornalista o del sociologo, (…), hanno alcuni aspetti in comune con il colloquio clinico quale è attuato dallo psicologo clinico.  Lo studioso di problemi sociali, alle prese, ad esempio, con le opinioni o gli orientamenti politici, religiosi, economici di un gruppo sociale, non può trascurare il rapporto immediato e lo scambio verbale con gli individui agenti nella realtà socioculturale presa in considerazione” (Canestrari R., Godino A., 1997)

Con queste premesse, e dopo i primi incontri organizzativi, ci siamo ritrovate nelle case degli anziani disposti a raccontarci le proprie storie di vita.

Il tentativo che abbiamo fatto è stato quello di svincolare la nostra intervista da ogni possibile problema di conduzione; sicuramente, per i nostri intervistati si trattava di una situazione nuova, addirittura unica nella loro vita; eravamo preparate all’eventualità di poter in qualche modo influire sugli atteggiamenti assunti dai nostri anziani interlocutori. Tuttavia tale eventualità non si è presentata, o comunque non ci è stato dato modo di annotarla. Almeno non dopo la condivisione dei primi momenti, impiegati per scrutarci e per conoscerci.

In effetti il rituale, per ogni persona visitata, è stato più o meno lo stesso: ognuna di loro ci ha gentilmente invitate a sederci alla propria tavola ed ha iniziato, dapprima timidamente poi man mano più spedito, a raccontare la propria storia.

La scoperta più grande è stata ritrovarsi completamente affascinata e grata per quei racconti, e non per gli avvenimenti in senso stretto (in seguito mi sono detta che ognuno ha storie simili da ascoltare dalla voce dei propri nonni…). La cosa completamente nuova ed affascinante era stare lì, nella cucina di questo signore/a mai visto prima di quel momento, ed entrare nella sua vita così ricca di genuina semplicità e di preziosissime emozioni.

Ci siamo poste come osservatrici partecipi, consapevoli di come e quanto la nostra personalità fosse naturalmente coinvolta in quella caratteristica situazione. La distanza è improvvisamente sparita, comprimendosi in una realtà altra, priva di qualsiasi delimitazione spazio-temporale.

Davvero sorprendente è stato vedere come, un’esperienza apparentemente anche troppo nota e sempre identica a se stessa, abbia potuto cambiare tono, luogo e accento, e diventare il pretesto per una comunicazione nuova, ricca di aperture e di contenuti…

C’è stata una specie di “donazione” in senso stretto che è passata attraverso queste storie: il tesoro di una vita costruita e percorsa, il prestigio che sta dentro e dietro ai dolori, tra le rughe di una saggia e libera risata, in uno sguardo nostalgico e malinconico…

 

Lenina è la persona che più di tutti mi ha colpita ed emozionata.

Sicuramente, si è presentata in maniera diversa, rispetto agli altri anziani intervistati, per la partecipazione e la ricchezza delle emozioni trasmesse.

Sicuramente, possiede una maggiore proprietà sia del linguaggio che dei ricordi, così nitidi a volte da sembrare “presenti”.

Per quanto faticoso, soprattutto in questo caso, abbiamo cercato di raccogliere le informazioni conducendo l’intervista senza interrompere il filo dell’esposizione di Lenina; di indicare, di precisare, di circoscrivere con chiarezza i punti salienti, irrinunciabili, delle informazioni da ottenere.

Nel ruolo di intervistatrice, era importante che non imponessi un mio ordine nel toccare i punti essenziali del discorso, ma che esplorassi quegli stessi punti ed i rapporti essenziali che li collegano (Bosinelli M., 1982).

Lenina ad esempio, a differenza di altri, sembra aver vissuto con piena coscienza e intensità il momento in cui il lago, che mano a mano saliva di livello, ha ricoperto lentamente la sua casa paterna…

Lenina ci ha donato, con una generosità e una delicatezza infiniti, forse il momento più vivido e lirico della sua vita…

Queste sono le sue parole, voglio riportarle quali sono state, per non rischiare di perderne la profondità: “La sera prima mi sembrava di aver sentito l’acqua entrare, la mattina ci siamo alzati e la cantina era già allagata. Sono venuti degli operai della Terni. Hanno sgomberato velocemente. Ho pianto tanto quella mattina, mentre prendevo le mani di mia figlia per farle toccare i muri che avevano visto crescere me e i miei antenati. Era la mia casa paterna, ho sempre vissuto lì; era piena di sole, c’erano stanze antiche con soffitti alti, mattonelle rosse e nere “…

In quel momento mi sembrava di essere una sorta di cassa armonica all’interno della quale potevano vibrare le immagini e le note toccate dalla signora Lenina; ho sentito suonare la musica del forte dolore e del rimpianto, così come anche la felice melodia del rivedere il proprio marito tornare dalla guerra; ho percepito l’amore di Lenina per questo suo marito, ancora solidissimo e dolce, tutt’oggi visibile di fronte ai nostri occhi.

Nei due mesi che sono passati dalla raccolta delle storie di vita all’allestimento della mostra fotografica che doveva raccontarle, abbiamo avuto il tempo per metabolizzare, per ricordare e per rileggere il materiale sbobinato, per riappropriarci delle storie e riguardarle con l’occhio più distante del poi…

Nel frattempo è arrivato il momento in cui mi sono ritrovata a rappresentare, con altri colleghi, la storia di Lenina. L’abbiamo rielaborata in una breve drammatizzazione ospitata dalla sala grande  del Palazzo Maoli, la stessa adibita alla mostra fotografica.

La rappresentazione del lago che ricopre la casa paterna di Lenina è stata una scena che ha avuto una profondissima risonanza nelle persone che hanno assistito e soprattutto per noi ragazzi che l’abbiamo abitata…e poi rievocata.

Quel giorno abbiamo atteso l’arrivo di Lenina per farle vedere la nostra interpretazione della sua personalissima storia, ma tra il pubblico abbiamo incontrato sua figlia: quello che mi ha raccontato mi ha colpita molto e ancora adesso, mentre lo ricordo, l’emozione è fortissima.

Circa un mese dopo la nostra visita Lenina non è stata molto bene, ha avuto un serio problema alla tiroide in seguito al quale, e a causa di varie complicazioni, ha perso l’uso della parola. Lenina non poteva più raccontare… E’ stata fortissima la sensazione di aver partecipato ad una sorta di ultima testimonianza… come se, ospitandoci così delicatamente nella sua casa, ci avesse voluto donare un ultimo lascito che abbandonasse le mura della stanza per cambiare luogo e tempo.

Come nel passato le mani di sua figlia avevano sfiorato le mura della casa, prima di salutarla e non viverla mai più… così le sue parole, i suoi racconti, ora  avevano accarezzato per l’ultima volta le pareti di questa casa, per andare ad abitare nuovi luoghi, nuove orecchie e nuovi cuori…

Il mio Grazie a Lenina è veramente profondo e sincero.

 

Istantanee di Petrella

 

Le foto sono un mezzo per tenere dentro di noi i ricordi del passato senza essere logorati dallo scorrere del tempo; è per questo che le conserviamo con cura ed amore (Giusti E., Proietti M.C.,)

Grazie a quelle immagini possiamo confrontare come eravamo e come siamo, il passato con il presente, magari scoprendo tratti sul nostro volto assolutamente invariati da quando eravamo bambini fino ad oggi (quel tratto caratteristico che ci contraddistingue), oppure la trasformazione della nostra postura o del nostro sguardo dovuta ad un evento particolare…; possiamo rilevare tratti tipici della nostra famiglia che ritroviamo in ogni componente, anche il più lontano. Spesso ci sorprendiamo, rivedendo le fotografie, e ci accorgiamo di un piccolo particolare che ci era sempre sfuggito a cui oggi attribuiamo un nuovo significato. Le foto ci aiutano a mantenere in vita le persone care scomparse.

E’ con questo amore che spesso i nostri vecchietti ci hanno mostrato le loro fotografie di famiglia incorniciate e tenute sopra il capezzale del letto, oppure custodite gelosamente in scatole di latta o in vecchi album di plastica dati loro dal fotografo del paese che non c’è più…

“Questo è mio marito con sua moglie, mia sorella poverina, morta solo dopo un anno di matrimonio…sono lì e mi fanno compagnia…..” ci dice Annunziata, signora quasi centenaria dagli occhi chiari;  “mio padre, bello, fiero, con la sua nuova automobile, la prima del paese: faceva il taxista….”;  “mio marito a Roma, piccolo, più basso di me, sembra che mi parli….” ci dice Giulia ritornata al paese dopo trent’anni trascorsi felici a Roma con il marito e la figlia. Ora è lì che accudisce la mamma e prepara la vertuta, piatto tipico del 1° Maggio: ci mostra tutte le sue foto e ricorda il tempo e le emozioni di allora come se le vedesse adesso, nel momento presente, e ci rende partecipi di questo suo mondo.

Può accadere che le fotografie appartenenti ad altri possano evocare sensazioni comuni. È anche su questo principio che si basa il fotodramma, percorso da noi seguito per dar forma alle drammatizzazioni: le foto di famiglia appartenenti agli abitanti di Petrella Salto hanno veicolato il recupero della memoria storica del Cicolano.

Il percorso di cui sopra si è articolato in vari momenti, sia individuali che di gruppo. Abbiamo raccolto fisicamente le foto che gli anziani intervistati ci hanno dato contestualmente al racconto della loro storia. Parallelamente, in altro luogo e sede, ci siamo impegnati lavorando sulle nostre foto/ricordo: sotto gli occhi attenti del nostro trainer, abbiamo portato 7/8 foto personali che contenessero il racconto della nostra vita; in cerchio, dopo averle disposte una dopo l’altra e aver raccontato la storia legata ad ognuna di esse, ogni partecipante è stato invitato a dare una sua impressione o dire, se voleva, cosa risuonava in lui rispetto alle foto del compagno che si stava mettendo in gioco in prima persona. Il trainer invitava i componenti del gruppo a mettere in scena una o più immagini, dando vita ad una piccola drammatizzazione ispirata dagli elementi emersi dalle foto; spesso accadeva che i frammenti di vita, offerti da ognuno a turno, provocassero emozioni profonde che venivano elaborate e restituite da chi era sulla scena come dono per tutti i partecipanti.

Dopo aver fatto diversi incontri adottando questo metodo di lavoro, abbiamo deciso di scegliere le foto raccolte precedentemente in casa degli anziani del luogo basandoci su quello che la persona ci aveva raccontato; sicuramente, la selezione delle immagini era legata alla forza dell’emozione evocata. Di seguito, abbiamo ingrandito, fotocopiato, messo le didascalie e disposto le foto su pannelli di legno.

Ogni pannello era dedicato ad una persona; tutti insieme erano in grado di rappresentare  un’istantanea dell’intera valle del Salto: il bianco e nero del com’era, i colori sgargianti del com’è.

In questo modo, le visioni della memoria degli anziani sono potute uscire dai cassetti e ricominciare a vivere trasmettendo nuove emozioni.

 

Le visioni della memoria: immagini e percorsi narrativi

 

I giorni della manifestazione hanno rappresentato il momento centrale del nostro lavoro.

All’interno del palazzo più antico del paese, palazzo Maoli, abbiamo allestito dei tabelloni e su ognuno attaccato le foto e le storie raccolte, uno per ogni storia.

C’era un gran fervore nel paese. Al week-end, infatti, partecipavano anche gli allievi delle scuole di counselling e psicoterapia. Improvvisamente quel piccolo paese si era riempito di giovani curiosi di sapere che cosa avrebbero fatto durante quei giorni.

Per tutto il venerdì e per parte del sabato abbiamo lavorato con Oliviero Rossi e con gli allievi della scuola di counselling alla messa in scena delle storie degli anziani signori e signore di Petrella.

Il lavoro è stato quello di creare, per ogni storia, una drammatizzazione da rappresentare nel contesto della mostra fotografica.

Abbiamo mostrato ai ragazzi della scuola i tabelloni con le storie raccolte e, divisi in quattro gruppi, ogni gruppo ne ha scelte alcune.

Il gruppo è diventato, in questa fase, un vero e proprio “laboratorio di empatia”: innanzitutto nei confronti dei propri colleghi, poi, e soprattutto, nei confronti degli anziani di Petrella. In questo modo il diverso (l’anziano signore) è entrato a far parte della narrazione; è diventato parte unica di una identità collettiva ed è stato non solo integrato, ma riconosciuto come elemento indispensabile alla narrazione stessa (cfr. Rossi, O., 2000).

A parte il divertimento, l’emozione più grande è stata rivedere le stesse storie che ci erano state raccontate in prima persona, con gli occhi dei ragazzi che le stavano rappresentando. La drammatizzazione dei racconti si stava trasformando in una sorta di “interfaccia creativo” in quanto rappresentazione del movimento relazionale all’interno del gruppo. Era come se, l’attivare l’espressione di sé all’interno del processo creativo, significasse dare inizio ad una creatività relazionale (cfr. Rossi, O., AA.VV., 2003); come assistere al crearsi di un ponte immaginario tra età diverse, tra realtà diverse. Ripenso a mio nonno, alle sue storie, che fino a quel momento avevo considerato staccate dal contesto in cui si erano svolte, aneddoti ripetitivi slegati da una vita che non avevo mai colto. Ciò che mi stava raccontando non erano fatti ma eventi emotivi.

 

Ricordo l’emozione nel rappresentare la storia di Natalina, la prima signora a cui avevamo fatto l’intervista. Il suo racconto ci narrava dei giochi che faceva quando era piccola (buscarella e tingolo si chiamavano), dei suoi genitori, del marito prigioniero di guerra assieme a suo fratello, dei mille lavori per campare (nel forno della madre, nelle vigne, come cameriera, manovale e muratore), delle tradizioni ormai sparite, dell’incursione dei tedeschi, di quando era scappata da casa per andare a ballare col fidanzato e della prima settimana di nozze: “A quei tempi usava fare il complimento. La sera del matrimonio venivano tutti sotto casa per suonare la serenata e tu dovevi farli entrare e offrirgli da mangiare e da bere. Ma noi non gli abbiamo aperto. E chi ce lo faceva fare, stavamo così bene da soli! Siamo stati tutta la settimana chiusi dentro!”.

Nel rappresentare la sua storia, ripenso ai suoi occhi imbarazzati e vispi e alle sue guance arrossate dal pudore. Vivo in prima persona la gioia e la spensieratezza di giocare insieme agli amici a buscarella e a tingolo, la stanchezza di un lavoro che non ha mai fine. Sento l’emozione di una vita che si racconta attraverso gesti di ragazzi.

E’ stata la prima ad essere rappresentata. Ci siamo riuniti in gruppo e, incredibilmente, in cinque minuti siamo riusciti a creare una rappresentazione. Non c’è stato il bisogno di pensare più di tanto alle emozioni che ci aveva suscitato. Erano lì, ben presenti e vive. Era come se appartenessero alla nostra vita.

Drammatizzare la vita di Natalina, come quella di tutti gli altri anziani di Petrella, ha significato creare un ponte tra la mia e le loro storie, ha significato osservarle dal mio punto di vista.

Ho avuto la possibilità di navigare nei loro racconti emotivamente e di scoprire che, al loro interno, ospitavano tante delle mie emozioni e sensazioni. Le loro storie erano in grado di ospitare la mia.

Attraverso le emozioni di Natalina che gioca con gli amici ho rivissuto le emozioni di quando, da bambina, giocavo insieme ai miei compagni di scuola; attraverso le sensazioni di quando scappa di casa per andare a ballare con il suo fidanzato, ho vissuto nuovamente il senso di libertà nell’andare di nascosto in discoteca con il mio primo amore. Le sensazioni, le emozioni di Natalina sono diventate le mie emozioni.

Nel drammatizzarle, nel metterle in azione, da ascoltatrice e osservatrice passiva sono diventata sceneggiatrice, attrice e regista della “nostra” storia, favorendo la ricerca di un ponte tra la storia vissuta da lei e il modo di condurre la mia esistenza. Parlando in termini di figura-sfondo, quella che si è creata è stata una dialettica figura-sfondo in cui l’elemento che è emerso come figura è stato sostenuto dinamicamente dagli elementi dello sfondo (cfr. Rossi, O., 1997).

Rappresentare la storia davanti alla protagonista è stato un momento molto particolare.

Aspettavo fiduciosa che arrivasse. Lei non esce mai di casa per cui non sono così sicura che arrivi. Però lo aveva promesso…E, infatti, arriva! Assieme alle sue due figlie sempre partecipi si presenta, un po’ spaesata.

Le diamo una sedia e la facciamo sedere davanti al “palcoscenico”. Le figlie in piedi intorno a lei e il pubblico dietro. Era così piccola su quella sedia.

Inizia lo spettacolo. Provo una certa responsabilità nel mettere in scena la sua storia, ora che è davanti a me.

Allo stesso tempo, però, me ne sento anche un po’ proprietaria. La avevo resa mia perché filtrata dal mio vissuto, oramai apparteneva ad entrambi. L’avevamo, in un certo senso, “ri-iscritta”.

Appena finito, ho cercato il suo volto e vi ho trovato tanta commozione.

Continuava a dire: “Eh si, era proprio così, si lavorava tanto!”. Ci ha ringraziato e ringraziato ancora. Anche le figlie erano commosse. Da un lato sembravano fiere di vedere la loro mamma protagonista, dall’altro era come se avessero avuto l’occasione di vivere e partecipare ad un po’ delle emozioni che la loro madre poteva aver provato nella sua lunga vita.

Poter mostrare il risultato delle nostre rielaborazioni creative delle storie agli occhi di chi in prima persona le ha vissute, ha rappresentato un’importante condivisione dal punto di vista emotivo e ha reso possibile il crearsi di un’atmosfera piena di empatia.

Il sabato e la domenica sono passati così, festeggiando le storie di vita.

In quei due giorni gli anziani di Petrella sono stati nuovamente i protagonisti della loro vita ma, questa volta, davanti agli occhi incuriositi e affettuosi delle persone che giorno dopo giorno, nel paese, hanno contribuito a creare quei ricordi.

Storie, forse sentite e risentite, sono uscite dalle case per diventare patrimonio comune trasformandosi così, da mera ripetizione, in racconto condiviso in grado di ospitare le storie di tutti.

Loro ce le hanno regalate e noi gliele abbiamo restituite arricchite delle nostre emozioni e della nostra immaginazione creando, così, un importante scambio affettivo.

 

Percorso biografico: L’antro dell’oracolo

Le foto stimolano la memoria e la fantasia: questo è stato il motore che ha dato dinamicità al lavoro svolto intorno al Percorso Biografico.

Siamo partiti dall’idea, per noi importante, che le immagini instaurano un rapporto più immediato con le emozioni e la realtà rispetto al linguaggio comune; abbiamo continuato, lavorando sul processo emozionale che prende forma in ogni osservatore davanti ad una fotografia. Le foto, già dotate di una vita propria, sono state arricchite dalle espressioni evocative che hanno fatto da asse portante nell’iter lavorativo.

Le stanze più grandi dell’imponente Palazzo Maoli erano occupate dagli altri lavori; per il percorso biografico avevamo a disposizione un piccolo corridoio ed una stanza dalle misure ridotte dotata di luce artificiale. Obbligati da questa situazione, abbiamo dovuto rivedere il nostro lavoro ed organizzarlo in base agli spazi.

Considerando le foto come uno strumento di informazione necessario per poter realizzare un quadro, ci siamo serviti di immagini decontestualizzate e le abbiamo disposte sopra un pannello di legno e cartoncino nero in un angolo. Nella stanza adiacente abbiamo collocato un altro pannello di legno, questa volta però vuoto, senza fotografie. In quel momento mi chiedevo come avrebbe fatto quel pannello a dare voce al turbinio di emozioni che stava per travolgere tutti noi; la mia paura era di non riuscire a cogliere la vera essenza del frammento di vita. Uno dei nostri propositi era di far interagire la realtà della foto, arricchita dalle evocazioni, con la rappresentazione artistica.

Il passo successivo è stato quello di invitare, coloro che lo volessero ed uno per volta, ad osservare il pannello con le immagini e di sceglierne quattro o cinque; si chiedeva poi di dare una cornice alle foto e di assegnare una didascalia ad ognuna di esse nel disporle sul pannello. In questo cammino ogni partecipante veniva accompagnato da una di noi. Le persone si avvicinavano con un certo scetticismo ma subito dopo cominciavano a riconoscere i luoghi del paese, o gli eventi, immortalati in quelle foto statiche. Questo fluire di informazioni ed emozioni iniziava a dar forma alla nostra fantasia. Servendoci della drammatizzazione, abbiamo iniziato a dar vita alle didascalie facendole muovere e parlare al di fuori della cornice grafica di riferimento; in questo senso “ il copione di vita diventa una reale sceneggiatura che muove dalla vita del soggetto, con dei momenti più o meno grandi di improvvisazione” (Rossi, O., 2003, pp.33).

In quella stanzetta, misera di luce, la vita di qualcuno si stava colorando: la mia, quella delle mie colleghe e quella del protagonista. Lui o lei inizialmente restavano sul ciglio dell’ “antro” come se, oltrepassandolo, potessero svelare chissà quale verità. Io stavo scoprendo la mia: riuscivo ad emozionarmi con qualche lacrima che scendeva sul mio viso.

Nel frattempo l’intero processo veniva ripreso dalla telecamera del supervisore.

Le foto avevano dato voce ai pensieri e alle emozioni del “protagonista dell’antro” e, grazie alla rappresentazione artistica, prendeva luce e forma qualcosa che prima stava dentro, ma ora fuori da lui.

Invitato dal videoterapeuta ad entrare nella drammatizzazione, noi lo coinvolgevamo nei nostri movimenti; in questo modo iniziava a riconoscere le nostre facce come sue, appartenenti alla sua vita.

Di volta in volta il videoterapeuta gli chiedeva cosa stesse provando: inizialmente si sentiva frastornato, quasi fuori luogo. Dopo però la risposta era sempre la stessa…‘mi sento una persona libera, mi rendo conto di cosa non riuscivo a vedere…’

Scegliendo queste foto è stato come se ognuno scegliesse le diverse versioni di sé: schemi di vita ricorrenti, coincidenze, affinità. Noi, con le nostre rappresentazioni, diventavamo i frammenti di vita di ognuno; ma quella vita era anche la nostra perché le emozioni vere abitavano nei nostri sorrisi, nei nostri movimenti, nelle nostre urla. Alla fine di ogni drammatizzazione ci sentivamo dire ‘….grazie perché siete riuscite a cogliere i particolari che mi hanno spinto a scegliere determinate immagini….’ : queste erano le parole di ognuno di loro, come un copione che si ripeteva.

Il lavoro non è terminato con la fine della drammatizzazione; in seguito, la persona si rivedeva in video, provando l’imbarazzo che ognuno di noi può vivere davanti all’immagine di sé registrata.

Servendosi del replay e del ralenti, il videoterapeuta richiamava l’attenzione dell’osservatore sui movimenti fino a poterne identificare gli elementi salienti e dare così spessore alle espressioni facciali caratterizzate, ad esempio, da una ruga vicino agli occhi. In questo modo l’osservatore poteva avere l’accesso a nuovi elementi della propria immagine. Tutte le persone che hanno deciso di fare questo percorso, nel rivedere la propria immagine nel video, dicevano di non riconoscerla, oppure criticavano il suono della propria voce; per ognuno di loro era difficile mantenere lo sguardo fermo sul monitor. “ L’immagine diventa autonoma, in un certo senso sganciata dalle caratteristiche che confermano il senso d’identità, nel momento in cui il cliente inizia a rilevare delle discrepanze tra l’immagine mentale di sé e l’immagine di sé e della propria condotta visibili nella registrazione (cosa riconosco e cosa mi stupisce del me stesso che vedo agire sullo schermo; cosa fa quel me, lì sullo schermo, di visibile e udibile che posso riconoscere come mio)” (Rossi, O., 2003, pag.30).

La telecamera ha registrato le immagini, i suoni; ha documentato, però, non solo il contenuto del messaggio corrispondente ai fenomeni verbali manifesti, ma anche il modo in cui tale contenuto è stato veicolato. Ed è sulla dinamica delle evocazioni che vertevano, infine, le riflessioni: il supervisore chiedeva quali fossero le emozioni legate a questo percorso nel rivedere la drammatizzazione del proprio copione. La sensazione che accomunava tutte le risposte era legata ad una dimensione fantastica, come se per magia dentro quella piccola stanza prendessero forma reale fantasie, ricordi, gioie e paure fino ad allora intrappolate tra il bianco e nero di chissà quante fotografie.

Confrontandosi con se stesso attraverso il video e il lavoro fotografico, ogni persona che ha giocato a “dipingere” frammenti di ricordi della propria vita, ha sentito di aver acquisito maggiore consapevolezza della propria immagine e del proprio modo di rapportarsi agli altri, alle situazioni.

“ L’immagine di sé diventa dunque evocatrice di differenza, assume vita narrativa propria, così la persona che l’ha prodotta può confrontarsi con essa” (Rossi, O., 2003, pag.31).

Nell’uscire dall’antro della creatività ogni foto ha riempito lo spazio vuoto interiore, ha aggiunto più spessore alle proprie espressioni e tolto un pezzo di maschera che, il più delle volte, impedisce ad ognuno di noi di affrontare gli spigoli della realtà.

 

La vita che si racconta    […]

 

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