Le immagini autobiografiche: una via narrativa alla percezione di sé

Pierluca Santoro

di Oliviero Rossi

Psicologo, psicoterapeuta, Direttore – Associazione Italiana Arte-Videoterapia – Roma

e Serena Rubechini

Psicologa 

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre – dicembre 2004, pagg. 14-23, Roma

 

 

 

“Per me una fotografia è il riconoscimento simultaneo, in una frazione di secondo, da un lato del significato di un fatto, e, dall’altro, di un’organizzazione rigorosa delle forme percepite visibilmente che esprimono quel fatto”

 Henri Cartier-Bresson

 

 

La narrazione come processo attivo di produzione di senso

 

 

Narrare rappresenta l’unico modo che l’essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia. Non è possibile, infatti, presentarsi al mondo se non narrandosi.

Quando parliamo di narrazione non ci limitiamo alla sola narrazione di tipo verbale ovviamente. L’operazione narrativa, infatti, può avvenire attraverso vari canali (dal linguaggio parlato, alla scrittura, all’immagine video…).

Nel corso della vita, non facciamo altro che raccontare noi stessi attraverso storie che rappresentano dei veri e propri atti narrativi in quanto frutto di operazioni attive di organizzazione ed elaborazione dei diversi episodi che riteniamo più importanti per la nostra vita (cfr.Callieri, 1999-2000).

Tale operazione, tuttavia, non nasce esclusivamente dall’esigenza di raccontarci all’esterno, bensì dalla necessità di dare un senso a ciò che ci accade, di collegare i diversi eventi che costellano la nostra esistenza lungo una dimensione sia temporale che spaziale. Nasce dal desiderio di raccontarci a noi stessi.

Per Trzebinski (cfr. Smorti, A., 1997) gli avvenimenti molteplici che costellano la vita delle persone vengono com-presi ed integrati fra loro dando origine a rappresentazioni narrative sul sé, prodotto della creazione di diverse trame narrative. Queste rappresentazioni, dotate di senso, fungono poi da schema attraverso il quale l’individuo interpreta le diverse esperienze vissute.

Affinché, infatti, l’esperienza acquisti un senso è necessario che sia inserita all’interno di una cornice di riferimento che la renda coerente ed integrata rispetto a tutte le altre esperienze vissute dalla persona. Le cose acquisiscono un loro significato solo se inserite all’interno di un contesto, di un tempo e quindi di una storia; all’interno, cioè, di un tessuto narrativo.

Oltre ad essere un essenziale strumento relazionale quindi, la narrazione rappresenta anche, e soprattutto, la via attraverso cui dare forma alla propria identità.

Se parliamo di identità narrativa, possiamo dire che ogni volta che ci presentiamo sia a noi stessi che agli altri, in realtà ci stiamo raccontando in un certo modo. Questo perché, come dice Callieri, “…noi non siamo altro che la storia che raccontiamo di noi stessi e la nostra identità narrativa si costituisce mediante la nostra storia” (1999-2000, pp.4).

Sono le storie che le persone raccontano e si raccontano della propria vita a determinare il significato che loro stesse attribuiscono alle esperienze vissute. Le esperienze che l’Io compie danno forma all’ identità: narrarle dà loro un senso, le inserisce in un contesto, in un tempo e quindi in una storia già esistente.

Narrare rappresenta, quindi, un’operazione di consapevolezza in quanto equivale a costruire una propria visione di se stessi e del mondo: sono io come narratore che, nel momento in cui racconto qualcosa, opero una selezione, un’organizzazione del materiale disponibile.

L’elaborazione dei fatti in storie o “racconti personali” è necessaria perché le persone diano un senso alla loro vita, perché acquistino un sentimento di coerenza e continuità. Creando dei legami intenzionali tra le esperienze vissute. Non si può prescindere dal concetto di intenzionalità in quanto, nel costruire storie, le persone determinano, oltre al significato che attribuiscono all’esperienza, anche quali aspetti dell’esperienza vissuta vengono selezionati per l’attribuzione del significato.

Quello che narro, poi, è sempre influenzato da chi mi sta ascoltando o da chi immagino mi stia ascoltando. Probabilmente il mio stile cambierà anche in funzione del pubblico o di quello che immagino sia il mio pubblico. Nel momento in cui narro, compio una scelta: scelgo cosa narrare di me e cosa no, cosa far trasparire, organizzo i tempi, le intonazioni, le espressioni facciali, le parole, la voce, le pause… Questo è particolarmente evidente se racconto un fatto della mia vita a un amico, a un nemico, ad una persona che mi sta antipatica, ad una persona che mi sta simpatica, ad una persona di cui mi vorrei innamorare o ad una persona che odio.

 

 

L’operazione narrativa all’interno del dialogo terapeutico

 

 

L’attività narrante si completa e acquista senso solo se c’è un ascoltatore della narrazione. Non è sufficiente, infatti, che qualcuno narri se non c’è nessuno che ascolti ciò che sta narrando. All’intenzionalità di chi racconta, quindi, è sempre indispensabile si leghi l’intenzionalità di chi sta ascoltando quel racconto (un libro ha bisogno di un lettore per diventare narrazione, così come il diario ha bisogno del mio ascolto affinché mi narri qualcosa).

All’interno della relazione d’aiuto, nella pratica clinica, si viene a creare tra cliente e terapeuta una polarità narratore-ascoltatore della narrazione. Tale polarità necessità dell’intenzionalità di entrambi per dar vita ad una costruzione narrativa che li coinvolga in quanto attori della relazione.

Per tutto il percorso della terapia cliente e terapeuta lavorano su realtà narrative che il cliente stesso crea rendendole racconti. Al terapeuta non interessa se quelle realtà siano “veramente” accadute oppure no; ciò che a lui interessa è la ricostruzione che il cliente fa di ciò che è avvenuto.

Nel momento in cui si racconta qualcosa che appartiene al proprio passato, infatti, non lo si rivive, lo si ricostruisce. “All’autore, pur sempre a qualcuno rivolgendosi, preme il gusto del ricordare non per fatti quanto piuttosto per significati tratti dall’esperienza e quindi per riflessioni” (Demetrio, 1995, pp.72).

Il che non vuol dire che lo si inventa ma che l’“Io tessitore”, come lo definisce Demetrio (ibidem), dà vita ad un intreccio tra realtà narrativa e realtà storica, ad un “come se”. Più il racconto è coerente, più elevata sarà la possibilità di confondere realtà narrativa e realtà storica con la realtà vissuta.

Ciò permette al terapeuta di liberarsi dai vincoli della verità e di lavorare sulla realtà narrativa che la persona sta raccontando e ri-costruendo insieme a lui.

Nel mentre che ci rappresentiamo e ricostruiamo “…ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo” (Demetrio, 1995, pp.12). Creiamo una “distanza estetica”, creativa, in quanto ci osserviamo nel nostro narrare; ci distanziamo dall’evento accaduto, entro un certo limite, per poterlo organizzare in una forma narrativa.

Il qui ed ora della terapia diventa il luogo e il tempo fertile all’interno dei quali iniziare a vivere esperienze nuove, nuovi modi di sentire, versioni diverse della propria esistenza e, quindi, nuovi racconti.

Compito del terapeuta è quello di entrare nel mondo ipotetico del “come se” del cliente, nelle sue diverse ricostruzioni ed ascoltare il nascere di connessioni con la sua storia.

Ricostruire una storia diviene dunque un costruire insieme un tratto di vita, rimodellare parti di                  sé, delle rappresentazioni della propria identità e del proprio contesto sociale” (Venturini,1995,pp. 56). Significa dare origine ad un racconto nuovo che, in quanto condiviso, crea un confronto all’interno del quale il terapeuta si muove verso un obiettivo: facilitare la persona nell’assunzione di responsabilità, aiutarla a rischiare possibilità diverse, ad aprire un copione di vita che si ripeteva sempre nello stesso modo. La aiuta a riaprire il finale, in un certo senso, in quanto gli offre la possibilità di togliere la parola fine. In questo senso parliamo di narrazione creativa; “Attraverso la narrazione della storia, non solo vengono comunicate le proprie emozioni, ma viene favorita anche la riconciliazione di parti frammentate del sé; il nominarle e il definirle produce l’acquisizione di consapevolezza, punto iniziale per una evoluzione che coinvolge l’intero sistema di sé attraverso il riorientamento” (Rossi, AAVV., 2003, pp.76)

Ovviamente, non spetta al terapeuta proporre una storia diversa: egli può limitarsi a dare degli stimoli, a mettere in figura qualcosa che è sullo sfondo. Può proporre al cliente di indossare delle alternative andando a vedere se nella storia che quest’ultimo gli racconta è possibile inserire dei sottotesti, delle storie di personaggi secondari. Sostanzialmente quella che compie è una riorganizzazione del campo narrativo giocando con gli elementi della storia del cliente.

 

 La fotografia come evocatore di narrazione

 

Le operazioni narrative possono realizzarsi attraverso diversi canali comunicativi e trovare espressione per mezzo di differenti linguaggi.

All’interno del setting terapeutico, tradizionalmente, la comunicazione verbale ha rivestito un ruolo essenziale. Esistono, tuttavia, altri interventi che consentono di lavorare, dare forma e azione, al contenuto narrativo che il cliente porta in terapia.

Tra questi, la fotografia rappresenta senz’altro una via di accesso privilegiata alle narrazioni del cliente e questo perché in grado di essere, allo stesso tempo, mezzo espressivo e linguaggio specifico dotato di un proprio codice.

Le foto rappresentano sempre il risultato di un momento percettivo in quanto metafora del modo che il cliente ha di percepire il mondo: del suo modo di essere, di relazionarsi, di vedere quello che gli è intorno (ciò che il mondo crede si aspetti da lui, ciò che crede di poter offrire, ciò che ritiene avere il diritto di ottenere o di dovere fare…).

Le immagini, infatti, non ritraggono una riproduzione fedele della realtà, in quanto la percezione di quest’ultima è soggetta all’interpretazione dell’osservatore. Ciò che ritraggono è una selezione interpretativa di essa, una reinvenzione. Non esiste una realtà universale ed un unico modo di percepirla; la realtà è relativa alla percezione che ognuno ha di essa e il suo significato è strettamente personale, sociale e culturale.

Tale processo percettivo, di tipo visivo, avviene sia nel caso in cui è il cliente a scattare la foto, sia in fotografie in cui il cliente viene fotografato, sia lavorando su foto scelte da lui stesso per descriversi o per descrivere la propria famiglia, i parenti, gli amici…

Nel lavoro con la fotografia all’interno del setting terapeutico, ciò che riveste importanza non è la foto, che di per sé non ha alcun valore, bensì il criterio che il cliente adotta nella scelta delle immagini da portare o da scattare all’interno del setting stesso. La fotografia è diversa dalla realtà in quanto il rapporto con quest’ultima è mediato dal mirino e quindi frutto di una selezione. La fotografia, quindi, non è altro che il racconto di ciò che sto guardando nel mirino, l’evento.

Benché essa sia di per sé definita e limitata, non ha limiti per quanto riguarda il potenziale simbolico che può avere per il cliente. Ogni foto rappresenta, in fondo, un’immagine carica o caricabile di un senso esistenziale e un’importante traccia del percepito della persona che viene in terapia.

Questa traccia del percepito ci offre la possibilità di operare un lavoro di consapevolezza, di esplicitazione dei rapporti di figura sfondo tra gli elementi che la foto ritrae. Il terapeuta entra nell’universo razionale del racconto del cliente e ne mette in evidenza le incongruenze ponendo accenti e domande. Tali operazioni portano ad una parziale disgregazione o ad un ridimensionamento della strutturazione razionale del racconto in quanto elicitano quello che è il sottotesto emotivo di ciò che è verbalizzato. Così facendo, vengono bypassati vari processi e si arriva direttamente ad un’esplosione narrativa. All’interno di questo percorso, il terapeuta compie un’operazione di facilitazione, di fiorire della memoria, del racconto di sé da parte del cliente. Egli non fa altro che dare la sua attenzione, cogliere, se si incuriosisce chiedere, soffermarsi, invitare a soffermarsi di più su qualche particolare o a lasciare andare il racconto.

Ad interessare è ciò che la fotografia evoca nel paziente. Non è necessariamente rilevante il soggetto fotografato, quanto quel qualcosa che richiama in lui. La fotografia diventa come un diario che viene letto e verbalizzato dalla persona.

Il lavoro si sviluppa in più fasi: in un primo momento, viene chiesto alla persona di disporre le foto sul pavimento in modo casuale. Questo tipo di disposizione consente una maggiore plasticità sia perché il pavimento rappresenta un’area ampia che offre la possibilità di posizionare le immagini aldilà dei limiti ristretti di un tavolo, sia perché permette al cliente di creare dei percorsi, di muoversi tra le fotografie dando vita a forme.

Una volta disposte le fotografie, ha inizio tra cliente e terapeuta un’operazione di ricostruzione di senso che passa attraverso una serie di domande che in qualche modo esplicitino il motivo per cui sono state disposte in quella particolare posizione e quello che evocano il lui.

Sono vari i livelli che posseggono una loro valenza terapeutica all’interno del lavoro con le fotografie. Ad esempio, può ricoprire notevole importanza proprio il soggetto fotografato in quanto in grado di rimandare a degli eventi. La fotografia, in fondo, è un momento, ma intorno a quel momento sicuramente c’è stato un evento, un accadimento, un processo relazionale. Può essere una modalità di lavoro anche andare a ricostruire il movimento che non c’è più nella foto, quello precedente e quello successivo all’istantanea. Sono chiaramente associazioni, fantasie, in quanto non sappiamo cosa è successo veramente nella realtà storica, tuttavia, questo giocare con la propria storia è molto probabile smuova il cliente e lo porti a prendere in considerazione nuove cose, alcune delle quali anche disconfermanti ciò che le immagini rappresentano (io e papà nella foto, per esempio, siamo sorridenti ma nel racconto che precede e segue la fotografia non c’è niente di divertente). Guardare una fotografia, infatti, crea una discrepanza in quanto molto spesso significa vedere un me stesso che non mi somiglia per niente in quanto bidimensionale; un me stesso che è molto simile al ricordo che ho di me ma che è diverso da come sono adesso. Tale discrepanza tra Io che guardo e Me che racconto muove l’attivazione emotiva di fantasie creative, un nuovo racconto.

E’ importante che avvenga del racconto che dia movimento drammatico, narrativo, ad istantanee che di per sé non hanno più suoni, voci, odori…

Nel momento, per esempio, in cui guardiamo la fotografia dal punto di vista del soggetto che stava scattando, questa ci offre la possibilità di ricavare un’intervista al soggetto stesso; ci parla di quella che è stata la sua operazione di selezione, di scelta del punto di vista (cosa ha inquadrato, cosa ha messo a fuoco, cosa ha sfuocato…). Praticamente, avviene un’esplicitazione delle operazioni di selezione dell’attenzione che ha operato per inquadrare e fotografare le immagini che ha scattato.

Allo stesso modo, offrono interessanti spunti di lavoro i casi in cui il paziente seleziona alcune foto da portare in terapia in cui è lui stesso ad essere ritratto. Ogni foto rappresenta, infatti, un’immagine di se stessi, rimanda un’immagine. Selezionare delle foto da portare in terapia significa dunque, selezionare immagini diverse di sé stessi e di altri con cui poter lavorare e relazionarsi e, quindi, dare un contenuto al materiale scelto. E’ essenziale, per questo, rispettare sempre il fatto che il paziente vuole lavorare proprio con le immagini che ha scelto.

In alcuni casi, non è il soggetto ritratto nella fotografia ad avere rilevanza quanto piuttosto un dettaglio presente nell’immagine stessa. Nella foto mostrata, per esempio, viene messo in primo piano l’incontro di due mani; quel dettaglio dà vita ad un racconto che può essere sganciato dai soggetti rappresentati (non era un semplice prendersi per mano; la mia mano era presa, in realtà, e ciò mi fa pensare ad un legame che non sono mai riuscito a tagliare, ad una libertà ottenuta…).

In altri casi ancora, quello che è importante non sono i due personaggi, io e mio padre mano nella mano, ma io e mio padre di fronte a mia madre che sta facendo la fotografia, per esempio. Oppure, potrebbe essere importante che quella foto è rovesciata o è mostrata prima o dopo altre fotografie.

Piccole cose che possono sembrare marginali ma che in realtà possono indicare tante cose: chi incorniciava le foto? Chi le metteva negli album? Come venivano conservate? Per portarle in terapia ho fatto il giro dei parenti, oppure sono io che le tengo?…

E’ possibile, poi, allontanarsi da una singola immagine per avvicinarsi all’insieme delle fotografie portate in terapia. La loro disposizione sicuramente genera delle storie, dei racconti, o comunque, dei nessi più o meno logici, storici, emotivi: le foto dell’allegria, le foto della tristezza o l’alternanza delle due…

In un certo senso, stiamo parlando dei vari livelli di rapporto terapeutico, mediato dall’uso della fotografia, che vanno a lavorare su quello che è il sottotesto delle immagini e del racconto.

Il primo motore, nella relazione mediata dalla fotografia, è l’atto di volontà della persona con cui noi come terapeuti stiamo lavorando, in quanto questo ci permette di prendere contatto con tutto quello che è involontario, con quello che è volontario, con quello che muove una scelta e ne impedisce delle altre. Se manca la volontà (di cui il primo atto è quello di telefonare per chiedere una relazione d’aiuto) è impossibile dare inizio a qualunque tipo di lavoro. Allo stesso modo, non basta trovare una fotografia; è necessario risalire o riattribuire in qualche modo la responsabilità della scelta di quella immagine, e quindi anche la proprietà di quella fotografia. Quando la foto è stata scattata probabilmente non avrei mai pensato di portarla in terapia; nel momento in cui la porto, però, si carica di un atto di volontà, di un senso esistenziale forse da esplicitare all’interno del setting. Se manca questo aggancio, è difficile che il lavoro con la fotografia possa portare a dei risultati.

Per poter lavorare sull’esistere di una persona è indispensabile e sufficiente che questa in qualche modo dichiari un senso di proprietà, un’appartenenza alla propria esistenza.

 

 

 

Il lavoro con il fotoromanzo

 

 

Quando lavoriamo con la fotografia, possiamo parlare di un livello di lavoro che parte da una fase più “passiva”, all’interno della quale non c’è una produzione di foto (semplicemente vengono portate nel setting immagini già scattate), e di un livello più “attivo” in cui vengono prodotte istantanee. In questo ultimo caso, entriamo direttamente nel campo di quello che può essere un intervento creativo da parte del cliente.

Un epilogo della polarità creativa espressiva della fotografia è il fotoromanzo, lavoro in cui la produzione di immagini spetta al cliente e in cui è in atto l’intera operazione di narrazione di cui abbiamo parlato precedentemente. Di per sé, infatti, il fotoromanzo è un racconto che integra più modalità narrative: la fotografia, la recitazione, la scrittura…(volendo potremmo aggiungere anche la scenografia, i costumi e tante altre cose; dipende dalle possibilità, dal tempo, dall’estro e dalla volontà di giocare).

Il fotoromanzo è una storia, un romanzo fotografato appunto, in cui l’evento risiede proprio nel fotografare le cose, nelle fotografie di un racconto. Ciò che interessa è che questo racconto viene creato dal cliente, o dal gruppo.

L’iter produttivo può variare a seconda del tipo di lavoro che si intende compiere. Si può, per esempio, mettere l’accento o meno sulla costruzione artistica del prodotto: si può, cioè, fare un fotoromanzo di improvvisazione in cui non c’è un lavoro a monte, se non un’idea, un piccolo filo conduttore, un’emozione o un sogno su cui viene improvvisato un fotoromanzo attraverso pochi scatti che rappresentino quell’idea, quell’emozione che il soggetto vuole raccontare. Oppure, si può giocare ad un livello molto più articolato in cui avviene un vero e proprio processo di costruzione. In questo caso, abbiamo bisogno di un lavoro sul soggetto, di un lavoro di piccola sceneggiatura, di un casting… Questo tipo di iter operativo richiede sicuramente più tempo: il tempo della costruzione artistica, del lavorare su di sé mediando, spostando l’accento sul prodotto artistico espressivo e quindi anche estetico del lavoro.

Il cliente può svolgere vari ruoli all’interno del lavoro: può essere il regista, oppure il fotografo; a volte può essere regista e allo stesso tempo stare sulla scena; oppure, ancora, può rappresentare se stesso facendosi rappresentare da qualcun altro. Ciò dipende dalla distanza che la persona, o il terapeuta, sente giusta nel lavoro che si sta svolgendo.

Ciò che riveste maggiore importanza in questo tipo di lavoro è la costellazione che le foto che vengono scattate dalla persona vanno a rappresentare. Nel momento in cui compongo un’inquadratura, in cui definisco l’azione con le persone che verranno fotografate gestendo gli spazi figurativi che poi saranno la fotografia, quello che faccio è disegnare la mia costellazione emotiva, affettiva, relazionale. Ognuno di quei singoli scatti non è altro che la rappresentazione grafica del mio muovermi nel mio universo, nella mia costellazione appunto.

Anche i gesti e le posture, in quanto vissuti nel momento di produzione dello scatto, e quindi della recitazione, offrono qualcosa nel loro essere messi in atto consapevolmente. Offrono altro, nel momento in cui vengono rivisti rappresentati nella fotografia, in quanto sganciati dalle sensazioni propriocettive vissute durante lo scatto. Non c’è più un vissuto ma l’evocazione di un vissuto, di un’emozione, di una sensazione propriocettiva, di una dinamica relazionale. La fotografia evoca, ma non contiene niente di quello che ha permesso di fotografare quelle azioni in quanto è soltanto colori o scale di grigio, è bidimensionale, senza odori né sapori. Tuttavia, quando la guardiamo, abbiamo una sensazione di colore, odore, sapore…di tante cose che in realtà sono soltanto evocate; non dalla fotografia ovviamente, ma dal mio rapporto con essa.

C’è, poi, qualche altra cosa che provoca evocazione all’interno del lavoro con il fotoromanzo. Non è nelle singole fotografie, ma nel testo, nelle didascalie, in quello spazio tra un quadro e l’altro, tra una fotografia e l’altra, che contiene il racconto.

Come per l’interlinea del film, in cui tra un fotogramma e l’altro c’è uno spazio nero che permette il movimento, così nel fotoromanzo, tra una tavola e l’altra, c’è un salto; questo salto tra un’inquadratura e l’altra è il cuore del fotoromanzo in quanto crea uno spazio narrativo che sfugge, in un certo senso, alla consapevolezza, in quanto non è visibile, afferrabile; non è nella didascalia, ma tra lo spostamento che c’è tra un’inquadratura e l’altra. E’ un vuoto che la persona riempie della sua storia e della sua fantasia. C’è un testo, la sequenza delle fotografie e delle didascalie, e c’è un sottotesto, che è fatto del vuoto, delle foto che non sono state scattate, delle battute che non sono state dette; questo sottotesto, in realtà, è uno spazio pieno, potremmo dire “abitato” da chi si sta specchiando in quel prodotto artistico. La fotografia e la didascalia rappresentano un contenitore di questo spazio. Il vuoto è un vuoto fertile; è uno spazio evocante tra due confini, le due azioni fotografate, che chiede di essere riempito da un’azione fantastica, emotiva, narrativa da parte della persona che sta leggendo e vedendo il fotoromanzo.

Per questo motivo il fotoromanzo può essere altamente emotivo (non necessariamente sempre) in quanto parte del suo fascino risiede proprio nella possibilità che offre di inventare foto, o meglio, le azioni, i frammenti di vita che non sono rappresentati nelle fotografie.

Il lavoro può essere facilitato da un’intervista successiva, o da altri processi. Tuttavia, molto spesso, è anche nel compiere questa operazione di creatività, la realizzazione del fotoromanzo appunto, che si chiude la gestalt. Questo, grazie all’acquisizione di un punto di vista differente che la persona si è regalata attraverso il lavoro.

In un gruppo il cui lavoro era centrato sul fotoromanzo, ad esempio, è stato chiesto ad ognuno dei partecipanti di portare una sorta di biografia personale in dieci, quindici fotografie. L’intero gruppo si è suddiviso in alcuni sottogruppi creativi e ognuno di essi ha creato un fotoromanzo utilizzando le foto personali di ciascuno: queste, messe insieme e cucite da una piccola trama narrativa, sono diventate un fotoromanzo. La consegna era che per ogni fotoromanzo ci fosse almeno una foto per partecipante.

Successivamente, ad ogni sottogruppo è stata data la possibilità di scattare e di stampare (grazie ad una stampante che permette di stampare le foto nell’immediato) delle fotografie. Si è creato, così, un secondo fotoromanzo; questa volta, però, non con le foto storiche portate da casa, ma con delle immagini attuali gestite da ogni singolo sottogruppo in modo da formare una nuova storia a partire da quella precedente. A quel punto si è venuto a creare un racconto fotoromanzato, per metà fatto da foto storiche, per metà da foto attuali.

C’è stato, poi, un ulteriore lavoro: le fotografie sono state impaginate su grossi fogli di carta ospitanti fumetti e didascalie. E’ stato chiesto ad ogni singola persona di osservare quello che era stato fatto e di prendere contatto, individualmente, con quello che mancava tra la prima e la seconda parte della storia; con quello che emozionalmente, o a qualunque livello (cognitivo, relazionale, storico…), mancava. Ciò che vivevano come mancante dalle prime due storie ha dato vita ad un terzo fotoromanzo in cui il lavoro iniziale di gruppo è diventato un lavoro individuale all’interno del quale ognuno utilizzava gli altri membri per lavorare su se stesso, per rappresentare un nodo della propria esistenza, ospitato proprio dal vuoto che c’era tra una parte e l’altra del fotoromanzo iniziale.

E’ stato un processo che ha reso molto esplicito il lavoro con lo sfondo, con la zona mancante; con quei contenuti narrativi, emotivi, cognitivi che per emergere hanno quasi bisogno di essere trascinati, accompagnati da quello che è in figura. E’ stato applicato narrativamente un lavoro sulla consapevolezza in cui foto, estremamente personali e storiche, hanno dato vita ad una storia comune del gruppo all’interno della quale è stato possibile per ognuno riconoscersi nell’altro e soprattutto in ciò che è molto intimo, privato: la propria storia, che è diventata ed ha ospitato la storia di tutti gli altri, i loro copioni.

La metafora è quella del dono: tratti di vita, forme che sono pregne di elementi biografici vengono dati in dono e, nel momento in cui vengono donati, non appartengono più a chi li ha offerti, ma a chi li riceve in quanto quest’ultimo vi appoggia la sua narrazione. Poiché questa operazione viene fatta in gruppo, tutto il gruppo partecipa alla riorganizzazione di quel materiale biografico, costruendo un nuovo fotoromanzo che dà lo spunto per nuove operazioni narrative che esitano nuovamente in qualcosa di molto individuale e personale. Come un gioco di specchi, che rimanda da una polarità all’altra: dalla relazione allo strettamente individuale, dallo strettamente personale si trasforma ed evolve nel comune, per poi tornare nuovamente al personale. In questo gioco di specchi, in questa polarità da individuale ad umano risiede la possibilità di identificarsi, disidentificarsi e vedere alcuni aspetti di sé in un modo nuovo, creativo, fatto di momenti molto carichi emotivamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

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Manghi, D., Vedere se stessi, Franco Angeli, Milano, 2003.

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