La valutazione degli atteggiamenti disfunzionali

Pierluca Santoro

Gian Luigi Dell’Erba

Psicologo, Psicoterapeuta, Servizio di Psicologia Clinica ASL LE/2 Maglie (Le), APC, Roma

Maria Assunta Carati

Psicologa, Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva APC Roma

Piero Colaci

Pedagogista, Collaboratore Scuola di Specializzazione APC Roma, Comunità Arcobaleno Lecce

 

“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre – dicembre 2004, pagg. 66-77, Roma

 

Riassunto

Lo scopo di fondo del lavoro è quello di far emergere il ruolo degli atteggiamenti negativi o disfunzionali nella valutazione di vulnerabilità psicologiche sia in soggetti normali sia in soggetti clinici. La presenza di atteggiamenti disfunzionali spiegherebbe l’attivazione sia di problemi clinici sia del loro mantenimento. La valutazione e lo screening di tali atteggiamenti negativi è stato effettuato attraverso l’Idea Inventory (Kassinove, Crisci, Tiegerman, 1977) il quale si dimostra uno strumento valido ed attendibile secondo i criteri psicometrici. Per dimostrare l’influenza degli atteggiamenti disfunzionali è stato condotto uno studio multicomposto pilota con diversi gruppi di soggetti normali e clinici. I gruppi comprendevano soggetti adulti non clinici (n.31), soggetti studenti di scuola media (n.76) esposti alla modificazione degli atteggiamenti, soggetti di scuola superiore (n.19), soggetti clinici con disturbi d’ansia (n.18) trattati con terapia cognitiva, soggetti psicotici (n.11) trattati con terapia farmacologia standard per le psicosi. I risultati confermano il ruolo importante degli atteggiamenti disfunzionali nel determinare significativamente problemi clinici generalmente intesi. La valutazione di questo tipo di cognizioni sembra essere importante sia per scopi clinici sia per programmi di educazione psicologica in soggetti normali allo scopo di una prevenzione primaria.

Parole chiave

Atteggiamenti disfunzionali, educazione psicologica, terapia cognitiva

Abstract

The aim of the present work is that to shed light on dysfunctional assumptions role in order to explain some psychological vulnerabilities in normal and clinical subjects. The dysfunctional assumptions can explain the clinical problems and their stability. To make evaluations and screening of these negative attitudes the authors used Idea Inventoty (Kassinove, Crisci, Tiegerman, 1977) known as instrument with good validity and reliability under psychometric rules. To show the influence of dysfunctional assumptions it is undertaken a pilot multicomposed study with some clinical and normal groups. These groups were composed by 31 non clinical adults, 76 primary students exposed to negative assumptions challenge, 19 secondary students, anxiety clinical subjects who good ended cognitive therapy, and 11 psychotic disorder subjects who assumed standard pharmacological therapy. The results confirmed the important role of dysfunctional assumptions to determine generic clinical problems. The evaluation of these cognitions seems to be importante and to clinical aims and psychological education programs with normal subjects in a primary prevention area.

Key Words

Dysfunctional assumptions, psychological education, cognitive therapy

 

 

1.Introduzione

L’ipotesi che attraverso un atteggiamento adattivo e realistico nei confronti degli eventi è possibile affrontare in modo più efficace la maggior parte dei Disturbi Clinici è sostenuta in vari campi (Bandura, 1997).
La caratteristica centrale delle diverse definizioni di atteggiamento indica proprio la costruzione di una struttura mentale preparatoria in un determinato ambito (Pieron H., 1974; Bandura, 1997). Il ruolo degli atteggiamenti verso le proprie capacità di coping, ad esempio, è stato ampiamente studiato ed integrato nella maggior parte degli interventi clinici (Snyder, 2001; Wells, 1997, Dobson, 2000). Le stesse disposizioni verso sé stessi, come ottimismo e pessimismo, sono divenute centrali tra i costrutti impiegati nella psicologia applicata e clinica (Seligman, Rosenam,1999).

In diversi campi le convinzioni generali su sé stessi, gli altri e il proprio ambiente sono uno degli elementi chiave della comprensione dei problemi psicologici degli individui e giocano un ruolo importante nella previsione delle capacità di coping dei soggetti in molteplici contesti problematici e stressanti (Snyder, 2001).

Lo studio di questo tipo di convinzioni generali è centrale in diverse teorie cliniche e in diversi orientamenti psicoterapeutici (Bandura, 1997; Freedheim, 1995).
Questo tipo di convinzioni sono prese in particolare considerazione nella Terapia Cognitiva standard (Beck J, 1995; Beck AT, 1976, 1996) sia nella RET (De Silvestri, 1999; Ellis, 1962; 1994) ma anche nelle altre teorie cliniche che derivano in qualche modo da queste (Wells, 1997, Salkovskis, 1996; Clark Fairburn, 1997; Dobson, 2000; Dell’Erba, 1998). Questi contenuti mentali sono credenze caratterizzate da ipotesi, giudizi, regole, e assunzioni assolute e condizionali, che definiscono il significato personale del soggetto in relazione ad un certo evento soggettivo. Si può definire questo tipo di convinzioni degli atteggiamenti relativi a sé stessi, gli altri e il proprio ambiente significativo (Dobson, 2000; Beck J., 1995). Tali atteggiamenti possono essere caratterizzati da informazioni errate, distorte, estremizzate, oppure possono riguardare scopi e obiettivi irrealistici; inoltre, anche il tipo di pianificazione mezzi-fini può essere particolarmente mal calcolato. Tutto questo impedisce al soggetto di raggiungere i propri scopi o adattarsi, e sono fortemente correlati con lo stress e la presenza di sintomi psicopatologici di diversa natura (Castelfranchi, Mancini, Miceli, 2003; Dell’Erba, 1999; Beck, 1976; Ellis, 1994). A tal scopo chiameremo queste convinzioni o assunzioni “atteggiamenti disfunzionali” rifacendoci in qualche modo al tipo di significato contenuto in Ellis (Ellis, 1962) nella definizione della “idee irrazionali” da lui messe in maggior evidenza rispetto al passato.

Rimandiamo ad altri spazi la elaborazione critica di questi costrutti tradizionali al fine di studiare in modo sperimentale il ruolo svolto da questo tipo di costruzioni soggettive in relazione a condizioni psicopatologiche.
Ci basti ricordare che, in ambiti quali la psicologia sociale e lo studio delle relazioni umane gli atteggiamenti specifici dell’individuo rispetto alle difficoltà pratiche e relazionali sono cruciali, ed infatti sono uno degli aspetti di maggiore attenzione da parte degli esperti (Bandura, 1997). In settori quali la psicologia della salute gli atteggiamenti del soggetto rispetto alla malattia e rispetto alle proprie capacità di adattamento sono uno dei principali obiettivi degli interventi psicologici mirati al miglioramento del fronteggiamento dello stress e dei problemi correlati alla specifica patologia (Snyder, 2001, Seligman, Rosenam, 1997). Nella psicologia scolastica, la misura e la modificazione degli atteggiamenti degli studenti rispetto alle informazioni curricolari e rispetto alle relazioni con i compagni sono il fuoco di numerosi e multiformi interventi che sono effettuati in ambiente scolastico (Fontana, 1995). Nella psicologia del lavoro, ad esempio, uno dei principali obiettivi è la modificazione dell’atteggiamento inadeguato del soggetto nei confronti di compiti e di ambienti relazionali con colleghi, tale per cui il soggetto non riesce ad adattarsi al sistema lavorativo (Bandura, 1997).

Questi settori della ricerca e della applicazione in psicologia pur celebri non hanno contribuito abbastanza allo studio di atteggiamenti problematici nell’ambito della psicologia clinica. Chi probabilmente ha maggiormente studiato questo settore in modo sistematico è stato, tra gli altri, Albert Bandura (Bandura, 1997).

In ambito clinico le psicoterapie cognitive hanno dato un certo spazio alla valutazione degli atteggiamenti disfunzionali intesi come focus importante del trattamento (Beck J, 1995; Beck AT, 1976, 1996 De Silvestri, 1999; Dell’Erba, 1998a, 2003). .

2.Gli Atteggiamenti Disfunzionali

La valutazione di atteggiamenti riguardo aspetti centrali della vita del soggetto è naturalmente di notevole utilità per la comprensione del soggetto e per la spiegazione dei suoi comportamenti. L’accesso a conoscenze, desideri, scelte, modi di valutare e giudicare sé stesso, gli altri e il proprio ambiente è la chiave per descrivere perché e come il soggetto si comporta in un dato modo, e questo è uno degli aspetti più caratteristici della psicologia applicata.

Lo studio di atteggiamenti legati ad aspetti centrali del soggetto non sempre è stato messo in luce nella sua importanza. Crediamo che vari aspetti dello studio della psicologia degli atteggiamenti disfunzionali potrebbero contribuire alla identificazione di aspetti utili ed importanti nella clinica psicologica dei disturbi mentali.

La maggior parte degli orientamenti nella psicoterapia efficace e supportata empiricamente focalizza alla base dei problemi psicologici il modo di costruire la realtà da parte del paziente, e tale costruzione veicola ingredienti disfunzionali per il benessere del soggetto (Snyder, Ingram, 2000).

Come mette in luce Ellis (1962; 1994), le teorie o ideologie soggettive possono essere responsabili della sofferenza del soggetto, ed il mantenimento di assunti irrazionali o disfunzionali impedisce al soggetto il raggiungimento dei suoi scopi significativi.
Lo stesso autore ha identificato, nel suo lavoro del 1962, una serie di “idee irrazionali” che ha successivamente riorganizzato in vari modi sempre più esplicativi.

Tali Idee Irrazionali sono state in seguito assemblate in modo diverso, e raggruppate in 5 categorie: Catastrofizzazioni, Pensiero Assoluto, Doverizzazioni, Condanna, Intolleranza alla Frustrazione. Nel corso dei lavori, vari autori e lo stesso Ellis hanno ricompreso questi atteggiamenti negativi in tre gruppi di Doverizzazioni: verso sé stessi, verso gli altri, verso il mondo esterno.

De Silvestri suggerisce che le 11 idee irrazionali identificate da Ellis possano essere ricomprese in un unico elemento comune disfunzionale: l’assolutizzazione (De Silvestri, 1999).
L’autore, inoltre, spiega bene come (De Silvestri, 1999) il termine razionale faccia riferimento ad un valore prettamente funzionalistico, cioè scegliere i propri scopi in modo strategico (efficiente, efficace, intenzionale), anche se al termine “irrazionale” si preferisce usare “disfunzionale”.

Per lo scopo del presente lavoro abbiamo utilizzato la valutazione di “atteggiamenti irrazionali” (o disfunzionali) contenuti nel questionario Idea Inventory di Kassinove, Crisci e Tiegerman (1977). L’Idea Inventory è, in sostanza, un questionario composto da 33 affermazioni, 3 per 11 gruppi misurate da una scala graduata da 1 a 3 bipolare “Molto d’accordo” e “Molto in disaccordo”. Ogni gruppo rappresenta un idea o atteggiamento irrazionale secondo la Rational Emotive Therapy (RET ora REBT) di Albert Ellis.

De Silvestri (1999) sottolinea quanto sia cruciale il ruolo degli Atteggiamenti Disfunzionali e quindi delle idee irrazionali. La prospettiva dalla quale il soggetto agisce ed interpreta la realtà che lo circonda è la chiave per comprendere la, ed intervenire sulla, propria vita. Avere idee irrazionali, come sostiene Ellis (Ellis, 1962), non causa direttamente un disturbo ma crea una condizione di vulnerabilità psicologica; infatti, anche se un soggetto con atteggiamenti disfunzionali realizza i propri scopi e si adatta bene al suo contesto, può fallire in futuro, e ciò lo valuterebbe catastroficamente.

Lo studio degli atteggiamenti disfunzionali ha un duplice valore: il primo, è la valutazione dello stato del soggetto in una modalità di screening generale dello stato psicopatologico; il secondo, concerne il ruolo causale degli atteggiamenti disfunzionali e si pone l’obiettivo di valutare l’aspetto cruciale della condotta disfunzionale.

In una prospettiva più allargata a successivi stadi, la valutazione di tali atteggiamenti problematici potrebbe comprendere lo studio evolutivo di un atteggiamento realistico ed efficace attraverso la valutazione sistematica di questo aspetto nelle diverse fasce d’età e lo studio associato dei fattori correlati.

3.Metodologia 3.1.Scopi

Scopo del presente lavoro è quello di studiare il ruolo degli atteggiamenti disfunzionali come indicatori di rischio psicopatologico. L’ipotesi considerata vede negli Atteggiamenti Disfunzionali uno dei fattori coinvolti nell’insorgenza e nel mantenimento dei disturbi psicologici e considera la valutazione di tali atteggiamenti come uno strumento in grado di predire un rischio psicopatologico.

Attraverso l’uso dell’Idea Inventory si tenta di misurare il grado di cambiamenti mentali che possono corrispondere ad uno stato di normalità ed adattamento al proprio ambiente.

3.2.Strumenti e Metodi

Come strumento di valutazione degli Atteggiamenti Disfunzionali si è scelto l’Idea inventory di Kassinove et al. (1977) per il chiaro contenuto dei suoi items e per la struttura semplice ed in grado di poter essere trattata quantitativamente.
Lo strumento è stato studiato in diversi aspetti e ha dimostrato buone caratteristiche psicometriche (validità, fedeltà, economicità, appropriatezza) (Kassinove, Crisci, Tiegerman, 1977, Wilde, 1995).

Il trattamento quantitativo considera (secondo lo standard) il totale in ciascun gruppo sperimentale, il confronto tra gruppi al test t, e l’eventuale ruolo emergente di clusters di items significativi.
Il tipo di ricerca è “pilota” per l’esiguo numero di soggetti e per l’intento assolutamente preparatorio per successive indagini.

Il metodo della ricerca ha considerato un prima applicazione dello strumento ed una seconda applicazione, per alcuni gruppi, dopo alcuni cambiamenti avvenuti: psicoterapia, interventi psicoeducativi, terapia farmacologica.
Il confronto tra la prima e la seconda applicazione del test ha permesso di fare delle considerazioni quali-quantitative di una certa rilevanza.

La metodologia ha previsto l’uso di altri 3 strumenti utilizzati come criterio di inclusione- esclusione e controllo delle condizioni. Il MINI-5 PLUS (Lecubrier et al, 1994), che è uno standard per la diagnosi dei Disturbi Clinici secondo il DSM IV e ICD 10 (in particolare per i gruppi di soggetti con disturbi d’ansia e i soggetti con disturbi psicotici), il PSI (strumento già testato nelle sue buone proprietà psicometriche e applicato in una varietà di contesti clinici. Dell’Erba, 1999) come strumento sintomatologico autovalutativo per il monitoraggio dei sintomi durante il trattamento psicoterapico, ed infine il BPRS 4 (Overall et al., 1962) come standard per il monitoraggio clinico dei sintomi psicotici.

L’idea Inventory è stato oggetto di vari studi in ambito clinico. Alcuni studi (ad esempio, Jacobsen et al., 1988) hanno dimostrato una correlazione con alcune scale del MMPI, indicando più generalmente una condizione patologica.
Altri studi hanno preso in esame l’evoluzione dei punteggi correlati all’età. Il contributo del fattore maturità è controverso rispetto alla presenza di idee irrazionali o atteggiamenti disfunzionali. In alcuni studi l’età non è stata significativamente associata al punteggio totale del test, in altri invece tale differenza è stata ben rilevata (Wilde, 1999; Lipsky, Kassinove, Miller, 1980; Wilde, 1996).

3.3.Campione

Il disegno della ricerca ha impiegato il confronto di più gruppi sperimentali e di controllo. Un primo gruppo “Soggetti Adulti (1)” era composto da 31 soggetti non clinici di età compresa tra i 24 e i 49 anni, di sesso maschile (reclutati attraverso l’esame per idoneità nei requisiti psichici per l’uso delle armi e patente auto e quindi accertati come non clinici). La scelta del campione è stata particolarmente casuale (criterio del tempo).
Un secondo gruppo “Studenti Medie (2)” composto da 76 studenti frequentanti la 3° classe della Media Inferiore di età compresa tra 14 e 16 anni, 54% di sesso maschile, che avevano partecipato a 3 incontri di 2 ore ciascuno di attività di educazione-informazione sul tema “Autostima”. La scelta del gruppo è stata casuale in quanto le sezioni hanno partecipato ad un progetto elaborato dall’istituto scolastico

Un terzo gruppo campione “Soggetti Superiore (3)” era composto da 19 soggetti della 5° classe superiore di un Istituto Industriale, di sesso maschile, di età tra i 17 e 19 anni. La scelta è stata determinata da un criterio temporale (corsi entro quel semestre).
Un quarto gruppo “Soggetti Ansia (4)” era composto da 18 soggetti di età compresa tra 22 e 38 con diagnosi di Disturbo d’Ansia (prevalentemente Disturbo di Panico, Disturbo Ossessivo Compulsivo, Disturbo d’Ansia Sociale) valutati prima e dopo il trattamento. Il criterio di scelta è stato temporale (tutti i pazienti con una certa diagnosi entro 6 mesi).

Un ultimo gruppo “Soggetti Psicotici (5)” era composto da 11 pazienti di età compresa tra 25 e 42 con Disturbi Psicotici (prevalentemente Schizofrenia) in trattamento farmacologico e visite di controllo, esaminati nel periodo di presa in carico presso un Centro di Salute mentale e durante il trattamento dopo 4 mesi di regolare assunzione dei farmaci. Anche in questo ultimo caso il criterio di scelta del gruppo è stato temporale (tutti i pazienti con una certa diagnosi entro 6 mesi).

4.Risultati e Commenti

La differenza tra soggetti maschi e femmine non è risultato significativo nel campione degli studenti media inferiore, mentre negli altri gruppi i soggetti erano tutti di sesso maschile. Non è quindi possibile tracciare dei commenti che riguardino l’appartenenza sessuale. Future applicazioni di questo disegno di ricerca potranno contribuire a questo aspetto.

Lo strumento Idea Inventory è stato risomministrato a 3 dei 5 gruppi della ricerca (i gruppi 2, 4 e 5).
Il calcolo del punteggio totale ha indicato delle differenze significative nei punteggi dei gruppi 2 e 4, ma non significative le differenze nel gruppo 5. (FIG. 1)

Inoltre, dal confronto e valutazione dei punteggi totali sembra interessante l’andamento dei risultati considerati per l’età (gruppi 2, 3 e 1).
Un altro indicatore che appare utile prendere in considerazione è la differenza nel gruppo 2. Tale scarto avviene in correlazione ad un intervento psico-educazionale di 4-5 ore circa, diviso in 3 appuntamenti ravvicinati (nella stessa settimana). La modificazione degli Atteggiamenti Disfunzionali, così come rilevata dai risultati del test potrebbe non essere una conseguenza stabile ma piuttosto un “effetto recency” di certi specifici temi trattati nelle due sessioni in classe; questa ipotesi meriterebbe di essere valutata in successivi studi (follow up degli effetti). Gli argomenti, sotto il titolo generico di “Autostima” comprendevano aspetti quali il funzionamento delle emozioni, le valutazioni e i giudizi, il modello delle Attribuzioni Causali. Tutti questi aspetti erano inseriti in una cornice concettuale che esaltava il Decentramento e la prospettiva soggettiva (Dobson, 2000; Snyder, Ingram, 2000; Wells, 1997; Salkovskis, 1996; Dell’Erba, 1997, 1998c, 2003; Beck J. 1995; Pope, McHale, Craighead, 1988; Seligman, 1990, Seligman, Rosenam, 1997; Kendall, Di Pietro, 1995).

Il gruppo 4, composto da soggetti con disturbi d’ansia (Panico, DOC ed Ansia Sociale), era trattato con psicoterapia cognitiva, specifica mirata al disturbo. Deve essere precisato che, pur essendo un trattamento specifico focalizzato al disturbo clinico, il trattamento cognitivo racchiude una spiccata cornice mirata alla assunzione di una prospettiva soggettiva ed alla promozione del superamento di un atteggiamento egocentrico (il Modello ABC. Vedi Ellis, 1962, 1994; De Silvestri, 1999; Beck J, 1995; Dell’Erba, 1998a, 2003).

L’impiego della valutazione degli Atteggiamenti Disfunzionali sembra cruciale nell’indicare la modificazione della condizione psicologica associata a Problemi Psicologici oppure a miglioramenti nella capacità di adattamento e funzionamento globale del soggetto.
Una prima considerazione riguarda i risultati del gruppo 2 e 4. Questi gruppi sono stati esposti a stimoli concernenti la modificazione di atteggiamenti, sia in una forma generale (gruppo 2) sia attraverso una metodologia più specifica e dettagliata (gruppo 4). I risultati di tale modificazione sembrano indicare che il cambiamento negli atteggiamenti disfunzionali sia associato al miglioramento e potenziamento del proprio funzionamento, e quindi alla migliore articolazione del proprio sistema conoscitivo e psicologico (questo è più precisamente il caso del gruppo 4).
Un commento interessante può essere fatto per il punto che riguarda il gruppo 5 composto da soggetti con Disturbo Schizofrenico, in trattamento farmacologico. Questi soggetti, sebbene trattati con farmaci efficaci mirati al disturbo clinico, e monitorati attraverso il BPRS (FIG:2), non ottengono una differenza significativa nell’Idea Inventory. Questo risultato può indicare una insufficiente modificazione degli Atteggiamenti Disfunzionali anche accanto ad una riduzione dei sintomi del disturbo clinico psicotico così come indicato dal BPRS. Questo tipo di risultato potrebbe indicare che un trattamento più efficace dovrebbe coinvolgere un intervento psicologico per cercare di modificare lo stile di pensiero di questi pazienti (oltre gli altri interventi del caso).

Il dato che coinvolge l’età dei soggetti (confronto tra gruppi 2, 3 e 1) potrebbe indicare una evoluzione naturale degli Atteggiamenti che riguardano sé stessi, gli altri e il proprio ambiente, così come contenuti nell’Idea Inventory. La differenza tra questi gruppi potrebbe essere confrontato anche con il punteggio finale nei soggetti del gruppo 4 i quali dopo il trattamento psicologico per i disturbi d’ansia raggiungono un totale superiore ai soggetti adulti non clinici. Come può essere spiegato questo risultato?

La differenza tra i due gruppi dipende dal fatto che i soggetti non clinici, pur non avendo disturbi clinici potrebbero avere atteggiamenti negativi che però sarebbero compatibili con un normale funzionamento personale. Il gruppo 4, invece, attraverso il trattamento psicologico cognitivo vede modificati quegli atteggiamenti che divengono più compatibili con un buon funzionamento. Naturalmente, entrambi i punteggi finali di questi gruppi sono correlati ad assenza di psicopatologia, ma quella differenza a favore del gruppo 4 sembra indicare quell’aggiunta più specifica dovuta al fatto che il trattamento psicologico ha preso in esame quegli atteggiamenti ed ha contribuito a modificarli (Beck J, 1995; Beck AT, 1976, 1996; Dell’Erba, 1998a, 2003).

Una ulteriore considerazione può essere fatta in relazione all’uso dello strumento in ambito clinico. Il dato relativo ai risultati ottenuti dai soggetti del gruppo 1, 4 e 5 in pre-valutazione evidenzierebbe una più alta presenza di atteggiamenti disfunzionali in condizioni di maggiore compromissione del funzionamento psichico. Inoltre, un punto importante, è la correlazione tra punteggi ed andamento clinico (come dimostrato dal gruppo 4). Questi risultati suggerirebbero che l’Idea Inventory, in quanto misura di Atteggiamenti negativi e disfunzionali, può essere utilizzato come strumento di screening di rischio per Problemi Psicologici anche se non ne indicherebbe lo specifico ambito psicopatologico. Infine, così come emergerebbe dalla differenza pre- e post-valutazione nel gruppo 2, lo strumento potrebbe avere una utilizzazione per interventi preventivi e di educazione psicologica primaria.

5.Conclusione

La valutazione degli atteggiamenti disfunzionali può essere utile sia come valutazione degli esiti di interventi e trattamenti mirati alla modificazione di variabili psicologiche di contenuto, sia come screening generico di stati psicopatologici sia in età evolutiva sia in soggetti adulti. La particolare economicità ed affidabilità dello strumento rende l’Idea Inventory utile anche associato alla validità di predire ed indicare stati clinici distinti da condizioni nella norma.

Un ulteriore elemento di tale studio focalizza l’importanza di mirare alla modificazione degli atteggiamenti disfunzionali come target di interventi in psicologia (Bandura, 1997; Dell’Erba, 1998b).

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Comunicazioni: g.dellerba@libero.it

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