La relazione come “luogo” del prendersi cura

Emanuele Gatti

di Anna Maria Acocella

Pubblicato sul numero 17 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

 

Accompagnare con arte: vite al tramonto

 

“..Come giustamente consideriamo pazzi quegli individui che si sentono automi, macchine o parti meccaniche… perché non considerare ugualmente pazzesca una teoria, come quella medica, che considera le persone come automi o come macchine, dove il loro corpo è visualizzato come semplice meccanismo in grado di rispondere solo ad uno sguardo fisico o chimico” (Laing R., L’io diviso).

Ho pensato e costruito questo mio scritto sicuramente con il mio stile, volendo, non tanto definire e chiarire nozioni e speculazioni sul tema della cura nella malattia in fase terminale, quanto, offrire stimoli di riflessione, al fine di solleci-tare un ri-pensare, un ri-definire l’”agire” di ogni operatore che, in ambito sanitario, si trova coinvolto insieme alla per-sona sofferente, in una “relazione di cura”.
Io stessa scrivendo, ho appuntato pensieri, quesiti e riflessioni attingendo alla pratica clinica, alla letteratura sull’argomento e sopratutto alle parole, a volte sussurrate, altre volte urlate, di alcune persone incontrate lungo il mio per-corso professionale.

Curare e prendersi cura coincidono?1

Sembrerebbe che ciò che si oppone all’indifferenza sia il “prendersi cura”. E sicuramente il prendersi cura, non si riduce nella dimensione del gesto temporaneamente legato alle situazioni. Sembra essere la radice primaria dell’essere umano. Consideriamo per un momento il mito di Cura, raccolto da Higinus nel II secolo d.C. “Un giorno mentre stava attraversando un fiume, “Cur” scorse del fango argilloso. Con un’idea ispirata lo raccolse e cominciò a forgiare una forma umana. Mentre contemplava ciò che aveva fatto, comparve Giove. Cura lo prega di infondere parola e spirito a quel che aveva forgiato. Giove lo fece di buon grado. Quando però Cura volle essa stessa dare un nome a ciò che aveva plasmato Giove pretese di imporre al manufatto il suo nome. Mentre Cura e Giove discutevano comparve Terra e anche lei pretese di dare il suo nome a ciò che era stato plasmato con la sua materia. Chiesero a Saturno di fare da giudice ed egli saggiamente sentenziò: Tu Giove poiché hai dato lo spirito prenderai la sua anima dopo la morte, e tu Terra, che hai offerto il tuo corpo, alla sua morte avrai il suo corpo. Ma poiché è Cura che ha modellato la creatura essa le starà accanto finché vivrà. Poiché c’é tra di voi una controversia sul nome, decido che sia chiamato Uomo, poiché é stato fatto dall’ Humus.” (Higynus, Liber Fabularum, II sec. d.C.)

Il simbolo potente che il mito sembra esprimere è quello del-la “vulnerabilità” dell’uomo. Il bisogno radicale dell’uomo di essere sostenuto dalla cura. La struttura relazionale della persona consente all’umano di definirsi tale; grazie alla ca-pacità di prendersi cura, di sentirsi sollecitato, impegnato, coinvolto, responsabilizzato dalla presenza dell’altro. Questo mito, ha esortato ed esorta la pratica clinica. A volte è storia che dà origine e che orienta espressamente la pratica, a volte è un appello, una sollecitazione e un modello non discusso che muove inconsapevolmente l’azione del terapeuta, del medico e dell’operatore. Ma, come tutti i buoni miti, anche questo si nasconde mentre si racconta. Tornando indietro nel tempo, nella storia della medicina e nella storia di chi la rappresentava, osserviamo che l’ intervento medico, si è costantemente organizzato intorno a due principi deontologici fondamentali: sanare infirmus e sedare dolorem.

Ma nel momento in cui la medicina si è liberata, “emancipata” dal compito di sedare dolorem, non solo quello fisico, di prendersi “cura”, di offrire assistenza, ascolto, accoglienza al mondo dolente e doloroso del malato, si è svincolata dal dover rispondere, anche simbolicamente, ad una sofferenza densa di significati psicologici, spirituali ed esistenziali,
ha trascurato la persona del malato “reale”, squalificato nel suo vissuto soggettivo di malattia e rivolto la sua attenzione ad un organismo – tabula rasa- privo di storia. Rendendo concreto l’antico bisogno, l’antica fantasia onnipotente” di sconfiggere la morte, la medicina ha allargato il suo campo di intervento attribuendosi funzioni e ruoli che non le appartenevano (Morelli G.).
Potremo dire che prima la fragilità umana era la morte. Ora, che la morte viene negata, la fragilità dell’uomo è il vivere.
E cosi, promuovere la salute, prevenire e curare la malattia, come momenti diversi di uno stesso processo, sembrano essere gli elementi che caratterizzano il mito di Cura oggi.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), dal 1948 al 1986 ha proposto diverse definizioni di salute, indicandola prima come uno stato, poi, come un processo. Ma il processo è un modo di muoversi in rapporto ad un determinato fine. Il fine in questo caso è il ben-essere2.

Ma questo non è dato a priori. La sua definizione è influenzata da una percezione personale. La domanda che segue è: chi può formulare con certezza quale sia il “tuo” e il “mio” benessere ora? Ed è all’interno di questo nuovo, diverso orizzonte culturale che, sem-pre più, per fortuna, sembra che stia crescendo il bisogno di re-cuperare l’attenzione alla persona, alla persona malata. (Acocella 2007) L’obiettivo prioritario dell’attività degli operatori sanitari non è più curare solo la malattia ma riprendersi cura del malato. Da una attività sanitaria parcellizzata diventa urgente definire un’assistenza il più possibile personalizzata.
E il “luogo” del prendersi cura in tal senso è fondato sulla relazione. Nasce, Esiste, Vive, nella relazione. Nella relazione tra operatore e paziente. Tra un me e un te, tra un io e un tu.

Heidegger nella sua Introduzione alla Metafisica afferma “ ora non è più tempo dell’Io ma il tempo del Noi” e Buber che merita di essere ricordato dice “ L’individuo è un fatto dell’esistenza nella misura in cui entra nella relazione di vita con altri individui… (cfr. Callieri B., 1999) Il fatto fondante dell’esistenza umana è l’uomo con l’uomo” (Callieri, 2008).

Definire un Noi, nella relazione di aiuto, diventa l’obiettivo degli ope-ratori coinvolti professionalmente nella cura.
Che cosa rende la relazione luogo? E che cosa accade umanamente, spesso, dentro di noi, per cui la ma-lattia, la malattia grave, sentenza di morte, diventa una “barriera” per la relazione? ( Acocella op. cit.) Quello che spesso notiamo è che mentre dal punto di vista terapeuti-co si cerca di tutelare sempre più il paziente, dal punto di vista umano si cerca spesso di evitare il contatto con l’esperienza della morte e del morire. Personalmente mi ha aiutato molto rispondere alla domanda: la morte è in contrapposizione con la vita o con la nascita? Rispondere può aiutarci a comprendere la nostra visione personale sulla morte intesa come assenza di vita o come fase della vita.

Le competenze professionali dei professionisti dell’aiuto si collocano tra l’essere e l’agire. Si agisce in base a ciò che si è. L’ es-sere chiama in causa i valori, i prin-cipi che nel lavoro di cura non pos-sono essere un optional. Il prodotto della relazione d’aiuto non è e non può essere solo l’agire, ma anche l’essere. Essere e agire si fondano nella relazione.
E la nostra visione determina inequivocabilmente la qualità dell’aiuto che possiamo offrire ad un malato e ad un malato terminale. La relazione è quindi lo strumento di lavoro del professionista dell’aiuto, essa chiama in causa i propri vissuti, il proprio senso delle cose, della vita, della morte sui quali persona soffe-rente e professionista si confrontano.

Chiediamoci ora, chi è il malato terminale?

Non è semplice dare una definizione netta alla complessità del vissuto: non dipende dall’età, dal tipo di malattia, dall’essere inguaribile, ma dall’approssimarsi dell’evento morte. Come tutti gli incurabili (Toscani, 1997) il paziente terminale viene collocato in un luogo di confine, esterno alla società, sospeso tra senso e non senso. Inguaribile = Incurabile? Terminale = Inguaribile? Terminale= Incurabile?
Se è vero che l’esclusione dell’incurabile trova spiegazioni, come la storia ci insegna, (malattia contagiosa ecc..) un’altra ragione, più profonda, conduce all’isolamento dell’ “incurabile”. La condizione limite che il malato terminale vive e rappresenta, mette in discussione le mille ragioni cui è appesa la nostra vita quotidiana (Gullotta, 2000). Non possiamo non avvertire con un senso profondo di angoscia che questa condizione, pur essendo “altra” dalla nostra ci appar-tiene, come essere mortali. Ma questo non ha a che fare con le neuroscienze, nemmeno con le scienze. Ha che fare con l’umano, con la vita, tanto che la relazione di cura viene ridotta all’essenziale, e negata nella sua valenza. Cosa significa infatti considerare un malato incurabile? Cura e guarigione si identificano allora? Esistono persone malate inguaribili, non persone malate incurabili: neanche la condizione di terminale che porta al limite la situazione dell’incurabi-le, esclude di fatto dalla possibilità di cura. E quindi, di relazione, dove, sedare dolorem corrisponda ad un ascolto totale dell’altro, che tenti di accogliere il “dolore totale” per-sonale, unico, della persona in fase terminale.

Spesso ciò che i pazienti si aspettano dai medici e dai professionisti coinvolti è meno complicato o impossibile di quanto pensiamo: non chiedono la verità assoluta o il dominio sulla vita e sulla morte, ma semplicemente chiedono di essere aiutati a mantenere la fiducia necessaria contro la disperazione, causa di sentimenti di abbandono, di rabbiosa impotenza, di risoluzione inerme ed angosciosa ad un male che sovrasta, chiedono di essere ascoltati, visti… La cura della persona malata, e non della malattia, è un farsi carico dell’altro, “un prendersi cura” che non ha fine, neanche quando la cura della malattia sembra una partita persa. E là dove, la cura della malattia non può che fermarsi, la cura “alla” persona continua e non può che continuare, portando con sé come effetto ultimo il non essere lasciati soli (Gensabella 2001).
Il pallium da cui ha origine il termine palliativo, è “…una cura che ti avvolge “…dandoti una speranza tutta umana, un diritto al pari di quello della verità, che deve appartenere ad ogni uomo: “faremo di tutto, e fino alla fine, per curarti…”.
In questo spazio-tempo del curare e del morire vi è un bisogno straordinario di riconoscimento e ricono-scenza umana. La relazione, cioè il luogo reale di quanto avviene tra un io e un tu, di questo incontro, non può essere caratterizzato che dall’ascolto “siediti accanto ed ascolta…” ci suggerisce la Kubler Ross. E’ l’empatia del silenzio, che è qualcosa di più del vuoto della parola. E’ il rispetto per la persona che soffre, la cui parola è soffocata dalla sofferenza. L’ascolto empatico è un ricevere, assorbire, interiorizzare e tentare di comprendere, facendosi a sua volta, parola di risposta. Una risposta rispettosa interessata e accogliente che abbia come obiettivo l’accompagnare l’altro. Che non è mai un sostituirsi all’altro. Non è uno stare avanti… e guidare, non è uno stare dietro… e sospingere o lasciarlo solo. E’ uno stare accanto lasciandoci guidare…
L’acquisizione di questa competenza non si improvvisa. Non ci si improvvisa curanti, lo si diventa. E la relazione diventa luogo del … quando, come operatori sanitari, medici, psicologi, infermieri… ci permettiamo di “abitarla”.
Certo è difficile a volte fare silenzio dentro di noi, e ancor più difficile è sentire ciò che l’altro sente: ma può essere un’esperienza illuminante provarci.

Lascio a questi versi , che trovo si-gnificativi e bellissimi, la conclusio-ne di questo scritto.

Morte, non andar fiera se anche t’hanno chiamata
possente e orrenda. Non lo sei.
Coloro che tu pensi rovesciare non muoiono,
povera morte, e non mi puoi uccidere.
Dal riposo e dal sonno, mere immagini
di te, vivo piacere, dunque da te maggiore,
si genera. E più presto se ne vanno con te
i migliori tra noi, pace alle loro ossa,
liberazione dell’anima. Tu, schiava
della sorte, del caso, dei re, dei disperati,
hai casa col veleno, la malattia, la guerra,
e il papavero e il filtro ci fan dormire anch’essi
meglio del tuo fendente. Perché dunque ti gonfi?
Un breve sonno e ci destiamo eterni. Morte più non sarà,
Morte, tu morrai.

J. Donne- Sonetto n.6

 

 

Nota 1

CURARE E PRENDERSI CURA

 

CURARE PRENDERSI CURA
Rapporto sbilanciato Relazione paritaria
Messaggi unidirezionali Messaggi bidirezionali
Assenza di emotività Partecipazione emotiva
Obiettività Soggettività
Generalizzazione Personalizzazione
Rigidità verso freddezza Flessibilità verso calore
Rifiuto Accoglienza
Distanza/separazione Alleanza terapeutica

 

Nota 2

ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITÀ OMS Definizione di salute

  • 1948: “La salute è uno stato di completo be-nessere fisico, mentale e sociale e non mera-mente l’assenza di malattia o infermità”

 

  • 1986: “La promozione della salute è il pro-cesso che consente alla gente di esercitare un maggior controllo sulla propria salute e di migliorarla. Per conseguire uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale l’individuo o il gruppo deve poter individuare e realizzare le proprie aspirazioni, soddis-fare i propri bisogni e modificare l’ambiente o adattarvisi. La salute è pertanto vista come risorsa della vita quotidiana, non come obiet-tivo di vita. La promozione della salute non è responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma supera anche la mera proposta di modelli di vita più sani per aspirare al benessere”

 

  • 1978: “La salute è uno stato di completo be-nessere fisico, psichico e sociale e non mera-mente l’assenza di malattia o infermità. É un fondamentale diritto umano e il consegui-mento del più alto livello possibile di salute. È il più importante obiettivo sociale del mondo intero, la cui realizzazione richiede l’azione di molti altri settori sociali ed economici oltre al settore della salute”

 

 

Bibliografia

Acocella A.M., da Lezioni su “Il processo del Consenso Informato” tenute al X Corso di formazione in psicooncologia, Roma, Regina Ele-na. 2007/2008

Buber M., Il Cammino dell’ uomo, Qiqajon, Torino, 1990

Callieri B., La relazione interperso-nale, in “La relazione che cura”, Pe-trini P., Zucconi A., ( a cura di) Alpes Ed., Roma, 2008.

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