La Psicoterapia della Gestalt nell’intervento con i Richiedenti Asilo Politico. Verso un approccio transculturale

Abstract

In questo lavoro sono riportati tre casi clinici riguardanti i richiedenti asilo politico per avvalorare la compatibilità e la funzionalità della Psicoterapia della Gestalt ad un approccio transculturale, ponendo attenzione alla condizione psicologica ed esistenziale e alla presa in carico specialistica dei rifugiati politici accolti presso i C.A.R.A. (con particolare riferimento a quello di Brindisi), allo sviluppo del processo diagnostico in senso fenomenologico e di quello terapeutico nell’incontro tra due esistenze culturalmente differenti e sconosciute.

Lilla Turco

di Lilla Turco – Psicoterapeuta

Pubblicato sul numero 26 di  Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia.

Abstract:In questo lavoro sono riportati tre casi clinici riguardanti i richiedenti asilo politico per avvalorare la compatibilità e la funzionalità della Psicoterapia della Gestalt ad un approccio transculturale, ponendo attenzione alla condizione psicologica ed esistenziale e alla presa in carico specialistica dei rifugiati politici accolti presso i C.A.R.A. (con particolare riferimento a quello di Brindisi), allo sviluppo del processo diagnostico in senso fenomenologico e di quello terapeutico nell’incontro tra due esistenze culturalmente differenti e sconosciute.

Keywords: Gestalt, approccio transculturale, rifugiati, immigrazione

Introduzione

In quest’articolo ho voluto raccogliere alcune osservazioni della mia esperienza lavorativa svolta nel C.A.R.A. (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo Politico) di Brindisi dal 2008, per parlare di una realtà e di un ambito d’intervento nella professione psicoterapeutica ancora poco esplorato, nonostante il tema dell’immigrazione abbia assunto negli ultimi anni una rilevanza crescente nel dibattito politico, culturale e sociale, sia in Italia che in Europa.

In questi anni ho sperimentato gestalticamente diverse scelte d’intervento a seconda delle caratteristiche personali dei singoli ospiti1 coinvolti nella relazione d’aiuto, della loro storia personale, dell’esperienza traumatica e del livello di resilienza2 individuale, della cultura d’appartenenza e di non minore importanza del contesto comunitario del Centro continuamente mutevole, delle risorse e degli strumenti a disposizione.

Ho preso in esame inoltre l’opportunità di rendere possibile il dialogo terapeutico e di creare prospettive di cambiamento accedendo alla relazione attraverso il linguaggio dell’altro, come suggerito in letteratura ad esempio da Watzlawich. Ho fatto tesoro del concetto di indifferenza creativa3 in termini gestaltici come presupposto per costruire l’incontro tra culture differenti nella relazione d’aiuto e della considerazione di Callieri sulla sospensione dei parametri consueti di interpretazione e di giudizio per costruire le basi di un incontro acategoriale nell’incontro tra mondi solo apparentemente lontani. Ho riflettuto su come la transcultura, può divenire un processo di trasformazione all’interno dei propri stereotipi, pregiudizi e visioni del mondo (Ancora 1997), ritenendo fondamentale in questo processo l’ausilio della mediazione linguistico-culturale, veicolo fondamentale relazionale e nella comprensione del mondo dell’altro nonché nella ricostruzione della continuità esistenziale e identitaria infranta.

Volendo sintetizzare posso riassumere il mio lavoro con i rifugiati politici un intenso percorso personale, professionale e formativo.

Psicoterapia della Gestalt: verso un approccio transculturale

L’esperienza lavorativa nel C.A.R.A. mi ha consentito di riflettere sull’importanza della diagnosi fenomenologica nella presa in carico e nell’intervento specialistico con i richiedenti asilo politico e di comprendere quanto la Psicoterapia della Gestalt sia compatibile e funzionale ad un approccio transculturale.

Il punto di vista fenomenologico della psicoterapia della Gestalt sul concetto di sintomo4 e di malattia mentale, teso a contestualizzare il sintomo piuttosto che a classificarlo secondo una categoria nosografica, si è mostrato infatti utile nell’evitare il rischio di una psichiatrizzazione di comportamenti, che in altri paesi sarebbero condivisi socialmente perché parte di una cultura etnica (basti pensare alla cultura magica dei giovani subsahariani)5 e nell’evitare di considerare patologia psichiatrica ciò che invece può appartenere ad una cultura “Si guarda il soffrire della persona e ci si confronta direttamente con questo, senza metterlo nel contenitore di altri soffrire nella stessa maniera. Il lavoro consiste nel confrontarsi con la specificità della sua esperienza”6.

L’interesse per il sintomo riguarda la funzione e lo scopo che ha nella vita del nostro cliente; lavorare sul sintomo vuol dire lavorare con la persona nella sua singolarità e per questo serve una persona che è presente, che sta nella relazione. Non servono strumenti e strategie tecniche. Il terapeuta è lo strumento di se stesso7.

Come precisa A.R. Ravenna nel suo articolo “Per una diagnosi fenomenologica” la diagnosi fenomenologica, nasce infatti dalla dialogicità e da una intersoggettività coesistentiva (Iacoella S. A.R. Ravenna 2006).

Un percorso diagnostico impostato in tal modo apre le porte alla promozione della salute e del benessere anche in un ottica transculturale, non attraverso un intervento terapeutico esterno alla relazione, quale l’intervento farmacologico, bensì considerando i sintomi nel contesto in cui si presentano e per il significato che assumono all’interno di quel contesto relazionale.

In quest’ottica le competenze specifiche dello psicoterapeuta consentono sì l’osservazione di dati, ma all’interno di un incontro fondato sull’essere in relazione con l’altro. Solo basandosi su tali premesse, questo contesto può dare senso a sintomi che altrimenti avrebbero solo significato (G.P.Quattrini 2007).

Come facilitare lo sviluppo del processo diagnostico in senso fenomenologico e di quello terapeutico, nell’incontro tra due esistenze provenienti da due realtà culturali completamente differenti e sconosciute tra loro? Mi sono fatta più volte questa domanda e ho appreso che la chiave di accesso a questo incontro è l’utilizzo degli stessi codici linguistici e culturali, senza il timore di smarrire quelli propri. Accedere alla relazione attraverso il “linguaggio” dell’altro, anche quando questo linguaggio appare oscuro e bizzarro, rende possibile il dialogo terapeutico e lascia intravedere prospettive di cambiamento. A questo proposito è interessante il contributo di Watzlawich (Watzlavich 2010) che pone la riflessione su come sulla base di un’interazione simbolica, completamente assurda, si genera un risultato assolutamente concreto. L’autore ritiene che l’impiego di una determinata comunicazione interpersonale porta ad un cambiamento non solo dello stato d’animo, bensì ad un mutamento di carattere fisico che normalmente non può essere prodotto di proposito. A tal merito fa riferimento a come si possono liberare i bambini dalle verruche comprandogliele. In pratica succede così, che si dà al bambino una monetina per la sua verruca, acquisendo in questo modo un diritto di proprietà su di essa. Il bambino divertito o sorpreso, chiede come farà adesso la verruca ad andarsene, al che si può rispondere tranquillamente che lui non si deve preoccupare, presto la verruca andrà al suo compratore. Il cambiamento di umore ha ripercussioni fisiche: si restringono i vasi sanguigni che portano a questa escrescenza di origine virale e alla fine il tessuto si dissecca per mancanza di ossigeno. Secondo Watzlawich esistono innumerevoli esempi degli effetti profondi che possono avere le emozioni, le rappresentazioni, le aspettative e soprattutto l’influenza esercitata da altre persone. Basti pensare alle conseguenze concrete di maledizioni Vodoo o i successi ottenuti dai guaritori per capire che deve esistere un linguaggio che produce questi effetti.

La Terapia della Gestalt, dal mio punto di vista, si inserisce comodamente in questo discorso ponendo in rilievo l’importanza della verità narrativa soggettiva. Secondo Watzlawich è indispensabile che il terapeuta invece di vedersi come lo scoglio sicuro in mezzo alla burrasca, diventi un camaleonte, e cioè che sappia adattarsi, quando è necessario, all’immagine del mondo dei pazienti.

Alcuni casi clinici

Ho scelto di riportare alcuni casi clinici in cui è stato prezioso il lavoro terapeutico sulla dialettizzazione della compattezza del sintomo (G.P. Quattrini 2007), sull’immagine metaforica e sulla relazione empatica. Prima di trattarli, mi sembra doveroso porre l’attenzione sulla condizione psicologica ed esistenziale e sulla presa in carico specialistica dei rifugiati politici accolti presso i C.A.R.A. (con riferimento particolare a quello di Brindisi su cui si fonda la mia esperienza professionale).

Chi ha occasione di entrare in contatto con i richiedenti asilo può rendersi conto che non è facile affrontare il disagio di chi è in fuga o di chi ha subito torture. Quando si parla di richiedente asilo o di rifugiato, ci riferiamo a percorsi esistenziali e non a categorie tipiche nosografiche e standardizzate. I richiedenti asilo che arrivano in Italia hanno alle spalle esperienze molto diverse tra loro a seconda del paese di provenienza, di ciò che hanno vissuto prima della partenza, delle circostanze personali, del contesto di vita e delle caratteristiche del viaggio che li ha portati fin qui. Tutti hanno vissuto una crisi di rapporto con il proprio stato a causa delle proprie aspirazioni, appartenenze, convinzioni, credenze.

In questi percorsi esistenziali si possono rintracciare dei tratti comuni che contraddistinguono l’esperienza del rifugiato politico. Un’esperienza condivisa è per esempio l’improvviso distacco e la perdita della “casa”, intesa non unicamente come luogo fisico ma anche come nucleo della propria identità, degli affetti, della storia personale. Le persone si ritrovano così prive di riferimenti sociali e culturali, ma soprattutto della continuità della vita. Questa perdita infrange infatti quella continuità esistenziale e identitaria essenziale al mantenimento di un senso di sé integrato ed equilibrato. L’intervento terapeutico ha tra i suoi obiettivi proprio la ricomposizione psicologica di tale continuità.

Ogni evento che induce il rifugiato a confrontarsi con la precarietà (a partire dalle lunghe attese burocratiche per la regolarizzazione delle procedure giuridico-legali e dall’incertezza rispetto all’esito della propria richiesta di protezione), l’insicurezza personale, sociale, l’eclissi del senso di identità e dell’autonomia, la totale dipendenza dagli altri, tende a essere vissuto traumaticamente attraverso meccanismi di rievocazione8 e ad alimentare una costante e persistente condizione di allarme e di pericolo.

La precarietà eletta a condizione di vita, la dipendenza dallo stato e l’assenza di un sistema coerente di sostegno, diventano dunque, tutti fattori di rischio per la salute fisica e psicologica.

Nel lavoro con i richiedenti asilo occorre muoversi quindi tra competenze diverse e fare attenzione a non leggere con le nostre categorie i loro bisogni. E’ importante che collaborino diverse figure professionali (come ad esempio il mediatore linguistico-culturale, l’assistente sociale, lo psicologo, il medico, l’informatore legale, l’avvocato, l’insegnante della lingua italiana ecc.) che costruiscono insieme alla persona un percorso di autonomia. In particolare la mediazione linguistico-culturale ricopre un ruolo fondamentale e spesso trasversale ai diversi interventi specialistici in quanto facilita il contatto, la comunicazione e la relazione tra “mondi” culturalmente differenti, rappresentando il ponte tra il passato e il presente del richiedente asilo, cruciale nella ricostruzione della continuità esistenziale e identitaria infranta.

Il recuperare il prima possibile una vita “normale” è un fondamentale promotore di salute. E’ necessario supportare la persona nella riconquista del proprio corpo, della propria autostima, della propria vita. Un modello multidisciplinare e olistico può avviare un percorso individuale che guarda ai bisogni della persona nella sua complessità e può garantire interventi integrati tra loro, sia a livello psicologico e medico, sia a livello sociale e dell’integrazione culturale e lavorativa, sia a livello della tutela legale dei diritti umani e legali.

Le risposte ai singoli bisogni diventano elementi concatenanti di un unico percorso di supporto e di riabilitazione. Pertanto, risulta incompleto un percorso di supporto psicologico se non lo si rende complementare a interventi volti a rimuovere il disagio sociale, a sostenere la richiesta di protezione, a favorire la riacquisizione della percezione di sé (identità, voce, corpo, storia, pensiero), ad avviare percorsi di inserimento socio-riabilitativi. La costruzione di un lavoro di rete solido con attori del territorio diventa fondamentale per intervenire nei singoli percorsi di supporto e di riabilitazione (per esempio: associazioni sportive, associazioni culturali; laboratori artistico-espressivi o di artigianato; enti ricreativi; ecc.).

Kevin9 e “la dialettizzazione della compattezza del sintomo”.

La lettura fenomenologica del sintomo mi ha consentito di non fissarmi sull’inefficacia della terapia psico-farmacologica e di riuscire a tollerare insieme allo psichiatra e all’equipe che Kevin allucinasse per diverso tempo la sorella morta durante la traversata del deserto del Sahara, soprattutto di notte quando non era distratto dai rumori e dagli impegni del giorno. L’attraversamento del deserto che univa la Nigeria ai paesi del Maghreb, era un passaggio obbligato quanto insidioso e letale. Lì Kevin aveva perso la sorella in circostanze tragiche. Ci siamo resi conto che era importante che lui ci sentisse vicini, non che una potente terapia farmacologica cancellasse la sua disperazione e il suo dolore. Inizialmente Kevin ha pianto tanto. Era molto spaventato e angosciato dall’idea di diventare “pazzo”. Dal racconto della sua storia pare che il ragazzo avesse instaurato un rapporto simbiotico con la sorella e che tale legame gli fosse stato un necessario sostegno per affrontare altri momenti dolorosi della sua vita come la separazione dei genitori, l’abbandono del padre, la malattia e la perdita della madre, il tumulto politico degli oppositori dopo le ultime elezioni, l’omicidio del padre, le minacce di morte, la fuga dal proprio paese, il viaggio per l’Italia; per non parlare delle violenze alle quali era stato testimone in occasione degli scontri politici in Nigeria, ma soprattutto quelle durante il passaggio nel deserto, inflitte alle donne che avevano viaggiato con lui, costrette a subire stupri dagli uomini che scortavano i loro mezzi, e a sua sorella che si era opposta alle violenze sessuali e che era stata ferita per questo. Furono proprie queste lesioni a procurarle un’emorragia interna e il successivo decesso “se ne è andata durante il viaggio, nessuno se ne è accorto.. sembrava dormisse.. Ho dovuto seppellirla io.. E’ stato terribile! Lei era tutto per me..”.

E’ stato importante accogliere il dolore di Kevin, che fino a quel momento non aveva trovato lo spazio per esprimersi, e stare nella relazione. Nel lavoro con lui è stato necessario un approccio molto delicato e contenitivo. L’allucinazione probabilmente gli serviva a qualcosa, il punto era che Kevin ne era spaventato. Il trauma subito, la persistente condizione di precarietà e di incertezza aveva attivato in lui l’angoscia incontenibile che potesse ripetersi un nuovo pericolo inaspettato. Sono andata avanti delicatamente e ho tentato il lavoro sulla dialettizzazione della compattezza del sintomo. Gli ho chiesto se avesse visto la sorella nel Qui e Ora cosa le avrebbe voluto dire che non era riuscito a dirle prima della sua morte e che non si permetteva ancora di dirle quando la allucinava, piuttosto che spaventarsi e scappare fuori dalla stanza come era solito fare. Ha preso vita il dialogo interno con la parte di sé che allucinava. In quel momento si è aperto un canale emotivo, attraverso cui esprimere oltre che il dolore, il senso di colpa e di impotenza, del quale fino ad allora non aveva parlato con nessuno, per non essere stato in grado di proteggerla e di aiutarla dopo l’aggressione subita, e la rabbia repressa, che non aveva potuto manifestare per non rischiare di perdere anche la propria vita. Si sentiva responsabile della sua morte anche perché era stato proprio lui a convincerla a partire per l’Europa. Il dialogo interno tra queste due parti di sé e la successiva integrazione, ha consentito più avanti l’elaborazione del lutto e gli ha permesso di costruire uno spazio interno per una progettualità futura, per lavorare sulla proprie risorse personali, sull’autostima e sulla costruzione di un’autonomia personale. Non è stato semplice, ho posto molta attenzione a evitare che la terapia si trasformasse in un’ulteriore relazione di dipendenza considerata la tendenza che aveva Kevin a instaurare relazioni esclusive e simbiotiche. Quando Kevin ha lasciato il C.A.R.A. (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo), le allucinazioni erano scomparse. E’ stato molto utile il lavoro sui desideri “la benzina che porta il movimento”, quella che nel linguaggio fenomenologico si chiama intenzione10 e comprendere come incanalare quel volere su cammini per lui percorribili.

John11 e l’immagine metaforica.

Anche per John, si è evitato l’uso di farmaci antipsicotici, e si è ottenuto la scomparsa “del verme”, visibile solo per lui, che tanto dolore gli procurava quando si muoveva sotto la pelle.

Anche in questo caso insieme allo psichiatra con cui collaboravo ho cercato nell’approccio transculturale un supporto e la ricerca di strumenti utili ad esplorare l’interazione tra i vincoli biologici e la risposta sociale alla sofferenza. Questo tipo di approccio mi ha consentito di comprendere che nelle culture non occidentali non c’è distinzione fra sfera affettiva e somatica.

La somatizzazione non si verifica come un’alternativa all’espressione di stress emozionale, ma si accompagna ad esso (ad esempio i richiedenti asilo provenienti dalla Nigeria manifestano caldo alla testa, sensazione brulicante di vermi e formiche; quelli provenienti dal Pakistan parlano del cuore che sta affondando o della sensazione di svenire, etc). Le diverse espressioni culturali non sono altro che configurazioni complesse derivanti dall’amplificazione o dall’inibizione delle risposte che determinano pattern emozionali costruiti attraverso una elaborazione cognitiva e sociale12.

Volevo comprendere di quale sofferenza si faceva portavoce il verme di John che si esprimeva sotto la pelle che lui solo poteva vedere, e a cosa gli servisse. Mi sono fatta la fantasia che qualunque emozione rappresentasse fosse troppo intima per mostrarsi agli altri. Ho provato a lavorare sull’immagine metaforica del verme.

L’ho incoraggiato ad una esplorazione e una trasformazione di questa immagine metaforica. John ha descritto il suo verme come un’ entità misteriosa, intrusiva che appariva inaspettatamente e che non poteva controllare. Ha ammesso che durante le nostre sedute non lo vedeva e non lo sentiva. Ho trovato questa informazione utile per proseguire il lavoro con lui e gli ho chiesto come si sentiva quando parlava con me, cosa c’era di diverso. Mi ha risposto che stava bene e che si sentiva più forte. Gli ho chiesto allora se con questa forza avrebbe voluto espellere il verme e attraverso quali canali avrebbe potuto farlo. Mi ha riferito la sua volontà a volersi liberare del verme, che lo disturbava impedendogli di guardare avanti nella sua vita e che l’unica via attraverso cui farlo poteva essere quella dell’intestino. Ho deciso di osare. Insieme allo psichiatra gli abbiamo chiesto se conosceva dei rituali che avrebbe potuto praticare per facilitare questa espulsione attraverso le feci e glieli abbiamo prescritti per tre volte al giorno. Tale prescrizione ha rappresentato una via d’accesso all’immagine del mondo di John. 13

Parallelamente ho portato avanti il lavoro sull’immagine del verme, e più diventava chiara più il verme si avvicinava all’intestino. A rendere fluido questo lavoro è stato l’attenzione alle mie immagini interne che andavano co-costruendosi durante le sedute e ho deciso di osare ancora e di descrivergliele. Gli ho detto che mentre mi parlava del suo verme mi era venuta in mente l’immagine di qualcosa di prezioso, rimasto intrappolato nel suo cuore, che non aveva il coraggio di liberarsi per il timore di lasciarlo solo e di abbandonarlo. Gli ho chiesto che effetto gli facevano le mie parole e se la mia immagine avesse a che fare in qualche modo con la sua esperienza. John ha pianto e per la prima volta mi ha parlato della sua solitudine, del dolore e della rabbia per la perdita dei suoi genitori che aveva visto uccidere sotto i suoi occhi e della paura di non farcela ad affrontare da solo la nuova vita tanto diversa rispetto alla precedente. Quel verme probabilmente gli era servito a cercare un contatto umano e relazionale con qualcuno del “nuovo mondo”. Gli ho detto che avremmo potuto continuare a incontrarci anche se lo avesse espulso, e che la terapia poteva essergli utile per riscoprire le proprie risorse personali, rafforzarsi e prepararsi ad affrontare la vita fuori dal Centro. Dopo qualche seduta John è venuto da me contento e orgoglioso per riferirmi che quella mattina aveva espulso il suo verme attraverso le feci.

Abel14 e la relazione empatica.

Abel giovanissimo, proveniente dalla Nigeria, di carattere modesto e riservato, mostrava segni depressivi molto marcati. Non è stato semplice relazionarsi con lui per gli importanti problemi di comunicazione che abbiamo avuto, lui parlava solo il dialetto del popolo peul. La Nigeria è composta da più di 250 etnie e vi si parlano oltre 60 lingue: il pular è una di queste. Abel aveva perso all’arrivo in Italia l’unica persona che oltre al pular, parlava anche l’arabo, lingua veicolare, l’unica persona che lo poteva mettere in contatto con il mondo nuovo. Rintracciare l’amico e permettere la ricongiunzione è diventato il nostro compito prioritario, non aspettarci che funzionasse la terapia psichiatrica. Nel frattempo è stato importante stabilire con lui un “contatto”, che andasse oltre la comunicazione verbale, attraverso una relazione empatica, resa possibile dalla distanza interpersonale. Tale distanza mi ha consentito di creare un’area “salvagente”, di reciproca protezione e al tempo stesso di avvicinarmi con una capacità di ascolto che mi auguro sia stata di grande sensibilità.

La Psicoterapia della Gestalt crea una particolare abilità a stabilire la giusta distanza del paziente, poiché la comunicazione è intersoggettiva.15

È solo nel contesto di una relazione autentica che l’unicità dell’individuo può essere davvero riconosciuta. E il cambiamento produttivo può diventare possibile nel riconoscimento e nell’accettazione di chi egli è.

Abel in questo incontro si è sentito accolto e riconosciuto, nonostante non parlassimo la stessa lingua. Ha ripreso ad avere una speranza per la sua vita, abbiamo imparato a comunicare con i segni e con i disegni e quando si è sentito pronto ha cominciato a frequentare il corso di lingua italiana. Dopo qualche tempo l’assistente sociale ha rintracciato il suo amico finito in un altro C.A.R.A. ed è stato possibile procedere per il ricongiungimento dei due.

Concludendo..

Non è semplice gestire come psicoterapeuta le frustrazioni rispetto al contesto sociale, burocratico e legislativo in cui si muove il rifugiato, ma un approccio come quello gestaltico basato sull’autodeterminazione e sulla responsabilità personale risulta più che appropriato in questo lavoro, poiché evita dinamiche di vittimizzazione e la creazione di forme di dipendenza che ancora oggi troppo spesso improntano gli interventi verso i rifugiati. Questo lavoro richiede pertanto un’importante rinuncia all’illusione di onnipotenza che spinge spesso gli operatori dei servizi a cercare una soluzione alle richieste dei rifugiati e in molti casi anche una rinuncia narcisistica nel sentirsi importante per il migrante nel dirgli quello che deve fare. Diventarne consapevoli diventa pertanto fondamentale per evitare un atteggiamento assistenzialista teso a cercare una soluzione per l’altro, più che a responsabilizzarlo.

Nell’avvicinarsi alla relazione inoltre è necessario cercare il più possibile di astenersi dal giudizio, soprattutto per quanto riguarda la considerazione del rifugiato nel ruolo di vittima. Occorre tenere ben presente che il ruolo del terapeuta è quello di aiutare il cliente ad aiutare se stesso e confrontarsi continuamente con il mediatore linguistico-culturale, valido e necessario sostegno durante le sedute e il percorso di aiuto. L’indifferenza creativa16 in termini gestaltici può essere considerata, dal mio punto di vista, il presupposto per costruire l’incontro tra culture differenti nella relazione d’aiuto.

Se si sospendono i parametri consueti di interpretazione e di giudizio e si costruisce la piattaforma di un incontro acategoriale, come direbbe Callieri17, diventa più agevole entrare in mondi, che considerati lontani e irraggiungibili, sono per contro molto più vicini di quanto appaia a noi, che pure siamo legati ad un centro dal quale avvertiamo la necessità di allontanarci18. Una tale visione ben si coniuga con un approccio transculturale che prevede un decentramento da se stessi per poter guardare, anche da altri punti di osservazione culture diverse, cogliendone utili suggerimenti. In questo processo è possibile entrare in relazione con un mondo altro, culturalmente differente, rendendosi conto che il lavoro più faticoso, rimane spesso quello con se stessi, anche nel proprio modo di ragionare, di osservare, nei propri atteggiamenti mentali. In questo senso la transcultura può divenire un processo di trasformazione all’interno dei propri stereotipi, pregiudizi e visioni del mondo (Ancora 1997).

L’intervento terapeutico con i rifugiati prevede dunque il rifiuto di interpretazioni stereotipate per privilegiare un approccio semplice in cui è importante preservare sempre il proprio ruolo professionale e quell’alleanza terapeutica che è il presupposto di qualsiasi intervento efficace. Spesso è un gesto ad aprire e dare spazio a una dimensione empatica per chi ha smarrito dentro di se la fiducia nella possibilità stessa di una relazione. L’autentica apertura e disponibilità all’ascolto creano quella dimensione affettiva e quel clima di fiducia reciproca che sono presupposti indispensabili per ogni intervento con i rifugiati. Ma l’alleanza si costruisce anche grazie ad azioni e interventi che partono dal riconoscimento dei bisogni concreti di cui i rifugiati sono portatori nel percorso di adattamento e di integrazione al nuovo contesto esistenziale.

In un ambito di intervento così complesso diventa prezioso il lavoro terapeutico sulle risorse residue del cliente, sull’individuazione e la valorizzazione delle sue qualità personali, ponendo l’attenzione e la consapevolezza “su quello che c’è” per riuscire a farne qualcosa di significativo “L’ importante non è ciò che si è fatto di me, ma ciò che io stesso faccio di ciò che si è fatto di me” (J.P.Sartre).

Questo processo è utile per facilitare la riduzione delle pretese degli operatori e di quelle del richiedente asilo rispetto al ruolo del contesto e concentrare il lavoro terapeutico sull’attivazione delle risorse personali, sulla responsabilità, sul recupero del potere della persona sulla propria vita. Un tale percorso crea dunque la possibilità e la capacità di mettersi in discussione e di scommettere su se stessi.

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1 Con tale termine vengono denominati i richiedenti asilo residenti nei Centri di Accoglienza.

2 Il termine resilienza deriva dal latino resalio, iterativo di salio, che significa saltare, rimbalzare, per estensione danzare. Il vocabolo è stato coniato in fisica dei materiali per indicare “la resistenza a una rottura dinamica determinabile con una prova d’urto” (Devoto & Oli, 1971). A partire da questo significato, il termine viene utilizzato metaforicamente in differenti discipline. Nella letteratura psicologica il sostantivo indica la capacità umana di affrontare, superare e uscire rinforzati da esperienze negative (Grotberg, 1995). La resilienza è, dunque, il processo con cui alcuni individui, famiglie o gruppi, in situazioni di difficoltà, resistono a un evento negativo e mantengono il proprio senso di padronanza, attivando adeguate strategie di coping. La resilienza non è mai assoluta, totale, acquisita una volta per tutte, ma varia a seconda delle circostanze, della natura del trauma, del contesto e dello stadio di vita; si può esprimere in modo differente secondo le differenti culture (Manciaux, Vanistendael, Lecomte & Cyrulnik, 2005). Uno stesso evento, a seconda del momento in cui avviene, non avrà gli stessi effetti, poiché la persona, a seconda delle circostanze, è differente. La resilienza permette di superare le difficoltà, ma non rende invincibili gli individui, né è una caratteristica presente nel corso di tutta la vita (Anaut, 2003): essa dipende da una convergenza di variabili che a volte si verifica e altre volte invece viene a mancare. Le persone resilienti non sono, quindi, invulnerabili nel senso di risultare completamente immuni alle avversità: piuttosto sono individui che trovano in se stessi, nelle relazioni umane, nei contesti di vita gli elementi e la forza per superare le difficoltà. Solo pochi individui appaiono resilienti in tutte le sfere di vita, mentre per tutti gli altri tale capacità può essere osservata soltanto in specifiche aree (Luthar, 1997). Le ricerche condotte all’interno dell’IRP (International Resilience Project, 2006) sottolineano l’importanza degli aspetti culturali e contestuali della resilienza, mostrando come di fronte alle stesse avversità culture diverse adottino differenti strategie.

3 Perls parlava di indifferenza creativa come di quell’atteggiamento che pone il terapeuta in un punto zero, interessato a ciò che porta il paziente, seguendolo in qualunque direzione egli si diriga e interessandosi a qualunque risposta manifesti, lasciando libero il paziente di trovare il proprio significato.

4 Secondo la psicoterapia della Gestalt il sintomo” è considerato il miglior adattamento che l’individuo è riuscito a strutturare nel corso della propria esistenza e non un elemento negativo da eliminare a tutti i costi, ma da osservare in quanto elemento che ha garantito la sopravvivenza e che evidenzia il disagio avvertito dalla persona.

5 Molti sono i popoli che fanno uso di riti magici. In alcune aree africane in cui si professa il cristianesimo o la religione musulmana sono sopravvissuti riti autoctoni che fanno uso di magia. Pensiamo ad esempio ai riti africani del Senegal o della Costa d’Avorio, ma possiamo anche pensare ai movimenti spiritistici di Buenos Aires o al rito brasiliano del Candomblè. Ernesto De Martino ha dedicato al fenomeno della magia una sua intera opera Il mondo magico. In questo saggio De Martino si chiede come mai la magia per alcuni esiste e per altri no e passa in rassegna un cospicuo numero di documenti etnoantropologici a testimonianza del fatto che la magia esiste. De Martino sostiene che il problema dell’esistenza della magia deriva dal concetto di realtà. Il concetto di realtà per gli occidentali esclude l’esistenza della magia, per altri popoli invece il concetto di realtà include la magia stessa. De Martino afferma che “proprio la resistenza ad accettare il problema (cioè l’esistenza dei poteri magici) deve diventare a sua volta un problema per il pensiero: almeno nella misura in cui l’indagine vuol essere critica, cioè libera da presupposti dogmatici”.

6 Cfr. Santoro P., La diagnosi nella psicoterapia della gestalt – Intervista a Paolo Quattrini, su In-Formazione. Psicoterapia, counselling, fenomenologia N. 12 Roma 2008, p. 15-24.

7 Cfr. Intervento di Lommatzsch A., Psicoterapia della Gestalt contemporanea, a cura di M. Menditto, 2011

8 Cfr. M. Germani – F. Rathaus, Il vaso di Pandora: specificità e conseguenze della tortura, in “Rivista di Psicologia Analitica”, n.s., 2008,25, Umano e Disumano, p.198

9 Il nome Kevin è stato utilizzato in maniera convenzionale nel rispetto e nella tutela della privacy.

10 Cfr. Santoro P., La diagnosi nella psicoterapia della gestalt – Intervista a Paolo Quattrini, su In-Formazione. Psicoterapia, counselling, fenomenologia N. 12 Roma 2008, intervista Paolo Quattrini.

11 Il nome John è stato utilizzato in maniera convenzionale nel rispetto e nella tutela della privacy.

12 Cfr. C. Pagani intervento durante il 3° Corso Nazionale Nirast “Identificazione, Cura e Certificazione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati sopravvissuti a tortura e violenza estrema, Roma, novembre 2011

13 Nella direttiva di fare qualcosa di determinato, ossia nella prescrizione comportamentale del rituale, si cela infatti una possibilità assolutamente immediata di far arrivare alla comprensione e all’esperienza di aspetti della realtà che non sarebbero accessibili alla mera descrizione di tipo digitale e analitico-verbale. Un intervento di questo tipo non si può applicare in modo schematico a tutti i casi simili. Ogni caso richiede l’esame più ampio possibile di tutti i dati della situazione, soprattutto dei suoi aspetti interpersonali, e dunque una programmazione individuale (P. Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento).

14 Il nome Abel è stato utilizzato in maniera convenzionale nel rispetto e nella tutela della privacy.

15 Il concetto di distanza interpersonale nella relazione terapeutica è riconducibile al concetto della relazione Io-Tu di Buber. Buber descrisse la relazione tra il terapeuta e il cliente in termini di relazione Io-Tu, intesa come un incontro autentico, unico e irripetibile tra due persone uniche, tra due soggettività (quella del terapeuta e quella del paziente), in cui entrambe rispettano apertamente l’essenziale umanità dell’altra, tra le quali si instaura una relazione dialogica (questa relazione costituisce la profonda e intima dimensione dell’essere).A differenza del modello medico Io-Lui in cui c’era un soggetto e un oggetto. Buber parla di due attitudini umane primarie: La Relazione Io-Tu e la relazione Io-Esso. La relazione Io-Esso si verifica quando trasformiamo gli altri in oggetti. Si tratta di un rapporto strumentale (ha a che fare con la dimensione del possesso e dell’avere). Es: Quando donne e bambini sono trasformati in oggetti pornografici da usare.Simbolicamente ciò può verificarsi quando il cliente e il terapeuta si usano l’un l’altro come meri oggetti di proiezione e di analisi, senza riconoscere l’essenziale umanità delle loro relazioni.

16 Perls parlava di indifferenza creativa come di quell’atteggiamento che pone il terapeuta in un punto zero, interessato a ciò che porta il paziente, seguendolo in qualunque direzione egli si diriga e interessandosi a qualunque risposta manifesti, lasciando libero il paziente di trovare il proprio significato.

17 Cfr. Callieri B., Maldonato M., Di Petta G., Lineamenti di Psicopatologia fenomenologica, A. Guida Editore, 1999.

18 Cfr. A. Ancora. I costruttori di trappole del vento. Formazione, pensiero, cura in psichiatria transculturale. FrancoAngeli, 2006; Callieri B., Maldonato M., Di Petta G. Lineamenti di psicopatologia fenomenologica. A. Guida Editore, 1999

Please cite this article as: Lilla Turco (2014) La Psicoterapia della Gestalt nell’intervento con i Richiedenti Asilo Politico. Verso un approccio transculturale. Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia. https://rivista.igf-gestalt.it/la-psicoterapia-della-gestalt-nellintervento-con-i-richiedenti-asilo-politico-verso-un-approccio-transculturale/

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