L’INGANNO CHE GUARISCE

Pierluca Santoro

di OLIVIERO ROSSI

Direttore – ARS Istituto di Gestalt – Roma

e ANNAMARIA MOSCATELLI

Psicologa

Pubblicato sulla rivista “Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia” n° 1, gennaio – febbraio 2003, pagg. 56-61, ed. IGF. Roma

 

 

Scriveva Gorgia, l’antico sofista: “la tragedia opera un inganno, per cui chi inganna è più giusto di chi non inganna e chi è ingannato è più sapiente di chi non è ingannato” (Colli G., “La sapienza greca”, Adelphi, Milano, 1981, Vol. I, pag. 48).

Dunque il teatro si fonda su un inganno, utilizza la finzione per produrre sapienza e ristabilire la giustizia, cioè per riparare una condizione di squilibrio. Proprio come il teatro, anche la psicoterapia utilizza la finzione e il riequilibrio di una personalità amputata può essere considerato una sua fondante finalità.

Tra teatro e psicoterapia esistono profonde affinità. L’uno e l’altra sono nati per curare, hanno a che fare con l’essere malati, con il rimedio e con la guarigione.

Nel mondo greco lo spettacolo teatrale, nelle sue varie forme, era parte integrante del processo terapeutico, così come il sogno era parte integrante del processo diagnostico.

Il malato che si recava al tempio di Asclepio, dopo aver bevuto una sostanza ipnagogica, riceveva un sogno dal dio. Interpretando questo sogno i sacerdoti potevano comprendere la causa della malattia e prescrivere la terapia adatta. Il malato, quindi, assisteva a uno spettacolo teatrale che aveva il compito di operare la catarsi della sua anima.

La guarigione del corpo implicava un sondaggio dell’anima attraverso il sogno e la drammatizzazione creava un terreno propizio all’agire dei farmaci.

Sogni e teatro venivano utilizzati da Asclepio, il più famoso e venerato guaritore dell’antichità classica, che era anche figlio di Apollo, dio che periodicamente cedeva tempio e sacerdoti al fratello Dioniso, protettore della tragedia.

Se storicamente il teatro è una delle prime forme di cura dell’anima, molte forme di psicoterapia sono state apertamente influenzate dal teatro, prime fra tutte lo psicodramma di Moreno e la Gestalt Therapy di Perls. Nell’ambito di quest’ultima, in particolare, la tecnica del role-playing si è evoluta fino a diventare un mezzo estremamente efficace ai fini dell’integrazione della personalità e della crescita personale.

 

Identità e ruoli

Nello spettacolo teatrale è sempre presente il tema dell’identità. Fare il lavoro dell’attore, infatti, vuol dire essere costantemente alle prese con la rappresentazione, attraverso di sé, del diverso da sé. Anche nella vita una persona può avere diversi ruoli e più di un’identità: nella propria famiglia d’origine, con il partner e i propri figli, in differenti contesti sociali, ecc., a seconda delle situazioni in cui è chiamata ad agire, inclusa la sua vita onirica. Quello che distingue l’identità dai ruoli è il fatto che nel momento in cui svolgiamo un ruolo ne siamo coscienti mentre l’identità manca di coscienza di . Diventiamo consapevoli della nostra identità, infatti,  solo in occasione di sue modificazioni, nel momento in cui ne usciamo per assumerne un’altra.

Si comprende perciò perché nell’ambito del modello psicoterapeutico gestaltico la drammatizzazione venga così abbondantemente utilizzata: essa comporta il passaggio da un’identità all’altra e dunque permette una presa di coscienza, l’affiorare di un acuto senso di consapevolezza che consente di restituire dinamismo e plasticità a un sistema di identificazioni divenuto rigido e asfittico.

 

Il teatro delle identificazioni

Nella teoria della Gestalt la mancanza di consapevolezza è vista come una condotta di evitamento basata sulla mancata accettazione, da parte dell’individuo, di esperienze o comportamenti non ritenuti conformi all’ideale dell’Io. In altri termini, risposte verbali, modi di agire e modalità abituali di percepire e organizzare il sistema di credenze vengono organizzate in funzione di quello che all’individuo sembra un fine positivo: il mantenimento delle convinzioni esistenti sul proprio Io. Un sistema arbitrario di credenze soggettive, in tal modo, comincia gradualmente ad assumere le forme di un sistema inalterabile e oggettivo: al posto della persona compare il destino.

Per interrompere i copioni comportamentali usuali e ripetitivi dell’individuo è allora indispensabile intervenire sulle identificazioni del paziente che hanno prodotto una strutturazione rigida dell’Io.

La Gestalt ha poco interesse a favorire gli insights puramente intellettuali, che spesso hanno l’unico effetto di rinforzare il comportamento esistente, e spinge invece il paziente a sperimentare nuovamente una serie di comportamenti, dando vita a un teatro delle identificazioni. Nella drammatizzazione terapeutica il paziente crea l’azione scenica con il materiale del suo vissuto, divenendo al tempo stesso spettatore, regista, attore.

Entrando nel ‘come se’ del setting terapeutico, nella finzione di essere qualcun altro o qualcos’altro, il paziente inizia a uscire da una situazione di fissità emotiva, da una visione della vita in bianco e nero, priva di mezzi toni: ritrova la rabbia inespressa nel senso di colpa, l’amore intrecciato all’odio, scopre l’infinita scala di grigi che connette il bianco col nero. Comincia a restituire fluidità al gioco dei sentimenti.

 

Il teatro dei sogni

La drammatizzazione si rivela uno strumento particolarmente efficace nell’interpretazione dei sogni, termine cui la Gestalt restituisce un pieno significato teatrale. L’interprete è l’attore, non il sacerdote e neppure l’oracolo. E’ il paziente, non lo psicoanalista.

Secondo Perls “Tutte le diverse parti del sogno sono frammenti della nostra personalità. Dato che il nostro scopo è quello di fare di ognuno di noi una persona sana, il che significa una persona integrata, quello che dobbiamo fare è rimettere insieme i vari frammenti del sogno. Dobbiamo riappropriarci di queste parti proiettate e frammentate della nostra personalità…”

Se il sogno è, in ogni sua componente, l’insieme delle proiezioni di parti della personalità del sognatore, è importante che la persona entri in contatto con le figure del sogno per poterle riconoscerle come parti di sé. La tecnica adottata per favorire questo processo di riappropriazione delle proiezioni è quella di invitare il paziente a ripercorrere il sogno riattualizzandone le vicende nell’interpretazione drammatica.

Coerentemente con la teoria gestaltica, il sogno può essere considerato come un insieme organizzato in un campo dinamico. Il lavoro sul sogno si caratterizza perciò per l’attenzione sull’insieme oltre che sulle parti del sogno, e per la costante attenzione al significato che deriva dalla collocazione degli elementi nell’insieme.

Nella pratica clinica, questo si traduce nell’offrire al paziente la possibilità di “visitare” le diverse parti del sogno e di metterle a confronto, e, soprattutto, di esplorare i propri vissuti affettivi in un contesto relazionale. Questa operazione aggancia il flusso di condotta vissuto nel sogno ad un supporto reale, rappresentato dalla relazione terapeutica nella quale il paziente può osservare e ridefinire il sistema di credenze e proiezioni attraverso cui organizza la percezione di se stesso e del suo essere nel mondo.

L’operazione di interpretazione drammatica del sogno comporta un radicale cambiamento: alla passività del sogno si sostituisce l’attività cosciente della veglia e le situazioni subite in sogno vengono affidate alla regia consapevole del sognatore.

 

Dal racconto alla riattualizzazione del sogno

Tra sogno sognato e sogno rappresentato esiste il racconto del sogno, ovvero la concettualizzazione dell’evento onirico in una forma narrativa, la sua riorganizzazione in termini che ne rendano possibile il ricordo. Solo dopo questa operazione il sogno può essere raccontato a un altro. La traduzione in termini narrativi del sogno segue le norme del “sistema di credenze” del sognatore. Il sogno come lo ricordiamo è, quindi, anche una rappresentazione dell’organizzazione cognitiva con la quale costruiamo la nostra visione di noi stessi nel mondo.

Il sogno ricordato nel racconto è vissuto come evento concluso, non più suscettibile di variazioni. E’ il sogno filtrato dal “sistema di credenze” del sognatore, dalle modalità che la persona adotta nella vita reale, o che vorrebbe ma non si permette di adottare. La rappresentazione del sogno, viceversa consente, attraverso un’operazione di riattualizzazione, l’esplicitazione delle scelte omesse o possibili ed evidenzia il sistema di credenze che dirige la condotta.

Chi ha prodotto il sogno diviene sceneggiatore, oltre che attore e regista, di un copione che viene messo in scena attraverso l’interazione con il gruppo e/o con il terapeuta.

Lo svolgimento della rappresentazione mette in luce la trama di una vita, o di una sua parte; il processo svela il tessuto esistenziale agli occhi stessi del sognatore, che non è solo attore ma anche  osservatore. Il racconto della propria appare come trama di una scelta che la mente ha trasformato in destino.

La drammatizzazione terapeutica parte quindi dalla analisi del testo del sogno: paziente, gruppo e terapeuta, con i loro diversi ruoli, diventano lo strumento che dà forma e muove il campo dinamico definito dalsoggetto/sceneggiatore. Il terapeuta diviene una sorta di accompagnatore empatico, che svolge la sua azione maieutica partendo dal principio che gli elementi del sogno sono definibili soltanto rispetto alla relazione con l’insieme, come accade alle note di una melodia.

L’intervento terapeutico prende dunque in considerazione una pluralità di elementi, come, ad esempio, l’impatto emotivo che il sogno ha nel suo insieme sul sognatore (es. frustrazione, esplosione, ecc.) e sulla relazione terapeutica; l’organizzazione e l’ordine interni del sogno in quanto campo dinamico (es. rapporti spaziali, di forza, di materia, di peso, di età, movimenti, ecc.); le relazioni tra le varie parti, incluso il paziente come sognatore; le figure del sogno in relazione al paziente come persona della vita reale e come parti intrapsichiche.

Tale modalità di intervento, lungi dall’essere semplicemente una tecnica, è l’applicazione pratica del “principio dialogico”1 per cui sia le parti intrapsichiche, sia l’individuo in relazione all’ambiente, si determinano reciprocamente, nel contatto e nel confronto. Questa operazione rende manifesta la struttura relazionale che fa da sfondo all’Io inteso come figura emergente.

Questa prospettiva è adottata dalla Gestalt anche nei confronti di aspetti della vita reale. La differenza tra un segmento di vita quotidiana e un sogno è che in quest’ultimo caso il quadro d’insieme è semplificato e che i possibili “riferimenti dialogici” (cioè gli elementi che si sostengono e si determinano reciprocamente) sono meno numerosi che nella realtà.

 

Facciamo un esempio

Prendiamo in considerazione il racconto di questo sogno.

“Mi trovo a camminare per una strada. Lo sguardo cade sulla facciata di un palazzo dipinta di fresco. Il fianco del palazzo è invece grigio e sporco.  Non so come mi trovo all’interno dell’edificio, in un appartamento molto ampio. Due persone mi sollevano e mi trascinano fuori. Una spinta più forte delle altre mi fa cadere dalla tromba delle scale. Mentre precipito vedo una donna che si sporge a guardarmi.

Il primo passo che il terapeuta può compiere consiste nel guardare le parti di questo sogno per individuarne le relazioni con l’insieme. Fare attenzione allo “sfondo” vuol dire portare in evidenza ciò che è marginale o mancante: esperienze, oggetti, persone, vuoti di memoria. È necessario sottolineare che nella dialettica figura/sfondo l’elemento che emerge come figura è sostenuto dinamicamente dagli elementi dello sfondo, mentre le figure che appaiono senza il sostegno dello sfondo rimandano immediatamente ad un’azione di omissione o negazione.

Nell’esempio è evidente l’omissione del vissuto emotivo e delle sensazioni che nella realtà accompagnerebbero una situazione così fortemente caratterizzata in senso fisico: essere sollevati, trascinati, spinti, ecc. L’azione è raccontata senza partecipazione emotiva, come se accadesse ad un’altra persona.

Altro elemento da prendere in considerazione, il flusso emozionale, che riguarda sia il vissuto del soggetto durante il sogno sia durante la drammatizzazione. In questo caso il role-playing consente di attingere a informazioni cruciali suggerite dal corpo, dalla postura, dalla voce, dal respiro, e da ogni altra espressione non verbale.

Rivivere il sogno significa anche ricreare il sogno attraverso l’introduzione di nuovi elementi o di altri personaggi che emergono dietro le figure del sogno. In questo caso, bisogna usare come filo conduttore lo stato emozionale presente nel setting e valutare eventuali incongruenze nei sentimenti: evitamenti, ripetizione di copioni e attaccamenti, sentimenti che scattano automaticamente a difesa e copertura di altri che restano inespressi, ecc.

Nel sogno le cose appaiono molto spesso accentuate, ingigantite e distorte ma proprio per questo riflettono in modo ancora più evidente i nostri meccanismi proiettivi. Lavorando sul sogno abbiamo l’opportunità non solo di scoprirli e di riconoscere la loro azione, ma anche di riappropriarci delle parti proiettate nelle figure del sogno. Operando in direzione della loro reintegrazione, ci muoviamo verso una progressiva presa di coscienza che comporta una crescente assunzione di responsabilità per le scelte compiute da noi e non più imputabili a un destino cieco.

 

Il rovesciamento del come se

All’interno del contesto protetto del setting, attraverso la finzione del come se psicoterapeutico il paziente sperimenta realmente, onestamente, le sue emozioni. Questa sperimentazione simbolica, nel qui ed ora della terapia, di vissuti affettivi cui possono seguire risposte diverse da quelle consentite dalla situazione originale, permette di ristabilire lo sviluppo di quegli strumenti affettivi e cognitivi non disponibili al paziente nelle situazioni traumatiche originarie.

La comprensione e il contatto con i propri reali bisogni che emergono dalle esperienze di drammatizzazione permettono il superamento del fallimentare e ciclico tentativo di portare a termine le situazioni emotivamente ancora aperte del passato con gli strumenti, affettivi e cognitivi, tipici di quel passato.

L’intervento gestaltico favorisce la ricerca di un ponte tra la storia vissuta nel sogno e il modo di condurre la propria esistenza, promuovendo la riorganizzazione del “sistema di credenze” e la riconsiderazione dei propri bisogni e motivazioni.

Il passaggio tra l’evento narrato e la sua riattualizzazione all’interno della seduta psicoterapeutica, permette al paziente che interpreta se stesso, all’interno del copione del sogno da lui sceneggiato, di chiudere le situazioni inconcluse della sua vita.

Si opera in tal modo un rovesciamento temporale: il paziente si trova a rendere consapevolmente attuali, e quindi modificabili, le situazioni con cui è abituato a travasare inconsapevolmente il suo passato nella situazione presente.

 

L’inganno e la sapienza

Parafrasando Gorgia, chi si è lasciato ingannare (dalla drammatizzazione), chi ha accettato la finzione (delcome se terapeutico) è, infine, più sapiente di chi non è passato attraverso questo inganno e questa finzione.

Quanto più l’inganno – l’immedesimazione del paziente con le sue emozioni – è pieno, tanto più grande è l’insight che ne deriva. La misura della sapienza è, in questo caso, commisurata alla sincerità nell’espressione dei sentimenti con cui si accetta di entrare in contatto nella finzione terapeutica.

“L’essenza del teatro, dice Hillmann, risiede nel sapere che di teatro si tratta, che si sta recitando, mettendo in scena, mimando, in una realtà che è del tutto finzione […] l’autenticità è nell’illusione, nel recitarla, nell’osservare in trasparenza dal suo interno mentre la recitiamo, come un attore che vede attraverso la sua maschera, e solo in questo modo può vedere”.

Bibliografia

Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1993

Colli G., La sapienza greca, Adelphi, Milano, 1981

Hilmann J., Le storie che curano, Cortina, Milano, 1984

Lalli N., “Veglia – Sonno – Sogno”. Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria n° 30, Roma, 1997

Perls F., L’approccio della Gestalt. Testimone oculare della terapia, Astrolabio, Roma, 1977

Perls, Hefferline & Goodman: Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma, 1971

Venturini R., Coscienza e cambiamento, Cittadella Editrice, Assisi, 1995

 

 

Note

1) Cfr. Buber M., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 1993.

 

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