Il teatro interno e la narrazione di sé

Pierluca Santoro

Relazione al convegno Teatro e Psiche, 18 ottobre 2004, Università degli Studi di Lecce

di Alex Lommatzch

Direttore – Istituto Gestalt di Puglia – Lecce 

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre – dicembre 2004, pagg. 32-37, Roma

 

 

Tutti conosciamo quei dialoghi interni, che accompagnano buona parte della nostra vita, quei monologhi tormentosi che conduciamo con un interlocutore immaginario, ma che tanto immaginario non è perché ha nome e cognome, e con lui  abbiamo un contenzioso aperto:

 

  • un amico/a che ci ha fatto un bidone o qualcuno che vogliamo convincere della bontà della nostra azione;
  • papà/mamma che non sono mai contenti di ciò che facciamo;
  • qualcuno che vogliamo mandare a quel paese;
  • qualcuno che ci ha tradito;
  • una persona alla quale desideriamo dichiarare il nostro amore, ma non lo facciamo perché esporsi è troppo pericoloso, significa rischiare di rimanere delusi.

 

C’è una voce interna che ci dice di non fare un cosa che invece desideriamo. Il senso di colpa, la paura di sbagliare e di deludere qualcuno ci assalgono. Tutti questi dialoghi si svolgono in realtà immaginate, con una sceneggiatura da noi creata e immaginata.

 

Prendiamo per esempio un coppia di innamorati. Ognuno di noi si fa dell’altro un’idea, un’immagine guidata dal bisogno e dal desiderio. Bisogni e desideri sono il fondamento stesso dell’essere umano e la possibilità di soddisfazione, o di sostenere la frustrazione, è parte essenziale del benessere umano.

L’idea che ci facciamo dell’altro si basa su desideri e bisogni che appartengono al nostro mondo interno. L’altro si presta in questo momento come uno schermo sul quale proietto il mio filmino e i miei desideri, le mie aspettative, le mie illusioni. Abbiamo entrambi la sensazione di stare tra le nuvole, piacevolmente rimbambiti. Prima o poi, dopo che è passata la prima fase dell’innamoramento, vediamo anche le parti dell’altro che non sono come quelle immaginate, vediamo la realtà, vediamo l’altro così com’è.

Vediamo l’altro diverso da come lo abbiamo desiderato. Consapevoli o non, attribuiamo all’altro il compito di soddisfare le nostre esigenze e aspettative. Visto che non abbiamo mai espresso queste aspettative, sperando in una magia, che faccia sì che l’altro le indovini, ci sentiamo in diritto di accusarlo di averci deluso e di non corrispondere alle nostre aspettative, di fatto pretendiamo che sia diverso, che diventi così come ce lo siamo immaginato. Facciamo pressione perché l’altro si adatti al nostro modello. E’ una specie di dichiarazione di guerra: ”Tu non esisti per come sei, ma solo in funzione della soddisfazione dei miei bisogni.” [1]

L’illusione ha come logica conseguenza la delusione. E’ solo questione di tempo.

Utilizziamo l’illusione e la delusione soprattutto in modo transitivo: “mi hai illuso”, “mi hai deluso”. Propongo di utilizzarle il modo riflessivo. Ogni volta che rimaniamo “delusi” da qualcosa o da qualcuno, siamo noi stessi che ci stiamo deludendo in quanto prima avevamo illuso noi stessi. Ogni delusione presuppone che ci sia stata prima un’illusione, ed è la persona stessa che la crea, legandosi all’aspettativa di soddisfare specifici bisogni attuali. [2]Abbiamo un’esplicita “volontà di illuderci” e di “deluderci”. Tutto ciò che rimane inespresso, è parte del dialogo interno.

 

Caratteristica comune di tutti i dialoghi interni è che essi creano un inevitabile accumulo di tensione, che a volte si esprime in azioni incomprensibili.

Comune a tutti i dialoghi interni è una situazione emotivamente carica di paura – a volte catastrofica o di rabbia o di desiderio o di insoddisfazione ecc.

Comune a tutti i dialoghi sembra anche una scarsa attenzione a questa origine emotiva, perché si cerca di risolvere la situazione attraverso più o meno complicati ragionamenti, ossia attraverso il pensiero e le facoltà immaginative legate ad esso – ecco il teatro interno!

Ci troviamo in una trappola senza via di uscita, possiamo portare con noi questi dialoghi per mesi, anni, e persino per una vita intera, fino a costruirci, nella peggiore delle ipotesi, una realtà di autoalleanza paranoica.

Si tratta di un vero teatro interno con tanto di regista, attori e pubblico.

Occupiamoci per un momento della dinamica che regola i dialoghi interni, per poi vedere una modalità di affrontarli.

Come già accennato, alla base dei dialoghi interni sta un’emozione, paura, rabbia, insoddisfazione, ansia ecc.

 

Emozioni e pensieri sono legati.

Azione ed emozione sono legate.

 

Qualsiasi azione, anche la più semplice della nostra giornata, è preceduta da un sentimento o da una emozione. Anche l’azione di alzarci per andare a mangiare è accompagnata da una sensazione di piacere, se siamo affamati, ma può essere legata ad un senso di fastidio, se siamo occupati e la viviamo come un’interruzione.

Parliamo di una “Logica emotiva”.

La prima cosa che succede, quando incontriamo una persona, è la presenza, consapevole o no, di una sensazione, piacere, fastidio, contentezza, sorpresa ecc., che successivamente determina la nostra azione.

Possiamo osservare un processo circolare simile ad una spirale che descrive la soddisfazione dei nostri bisogni, esigenze, desideri.

Tutti abbiamo presente che la sensazione di asciutto in bocca ci rende consapevoli del bisogno di bere. I messaggi che il nostro organismo ci invia sono sensoriali, ossia li sentiamo, e, ecco, ritorniamo alla logica emotiva.

A questo punto si aziona il pensiero e ci occupiamo della nostra volontà. Immaginiamo o desideriamo la bevanda preferita finchè non facciamo una scelta, magari davanti al frigo con la porta aperta – ma scegliamo e questo è un’atto di responsabilità, per quanto piccolo possa essere, comunque rimane una responsabilità, una scelta.

E con la scelta facciamo una rinuncia.

Dopo aver bevuto notiamo ancora una volta una sensazione.

Siamo soddisfatti o insoddifatti.

 

La sequenza è: sentire – pensare – fare – sentire, dopo averlo fatto.

 

Un volta soddisfatto, il mio bisogno di bere sparisce in uno sfondo della mia esistenza e emergerà di nuovo come figura rilevante quando il mio organismo richiederà l’approvvigionamento di liquido.

Finché non emergerà nuovamente, non lo sento più. L’affare è risolto.

Se invece non trovo niente da bere, la mia attenzione rimarrà focalizzata sulla sete e il mio pensiero sarà costantemente occupato dall’idea: “come posso trovare qualcosa da bere”? La sensazione di sete rimarrà li a disturbare tutto ciò che faccio fino a che il bisogno di bere non sarà soddisfatto. Ho un affare irrisolto.

Come vediamo, i dialoghi interni altro non sono, se non questo: affari irrisolti.

 

Immaginiamo come sfondo della nostra esistenza un mare immenso nel quale sono immersi tutti i nostri bisogni. Periodicamente uno o l’altro di questi bisogni emerge per diventare figura, viene in primo piano e chiede di essere soddisfatto. Un volta soddisfatto ritorna nello sfondo e rimane lì finchè non diventa di nuovo figura (sete, fame, coccole ecc.).

Il motore che fa funzionare questo principio figura/sfondo è da ricercare nell’autoregolazione organismica. ovvero l’omeostasi.

Ogni organismo si gestisce secondo un principio che tende a mantenere il proprio equilibrio e a conservare le proprie caratteristiche contro gli squilibri che possono essere determinati da fattori interni o esterni, che, qualora non venissero compensati, portebbero alla disintegrazione dell’organismo stesso.

L’equilibrio omeostatico viene rotto in continuazione, o per l’emergere di bisogni interni all’organismo ( sete, fame), o per l’incontro/scontro con l’ambiente; rumori, dispiacere etc;

 

In fondo la vita è proprio questo:

La costante rottura dell’equilibrio omeostatico e nel suo ripristino.

 

Disturbi nell’equilibrio omeostatico portano ad una esagerata attenzione e concentrazione sui problemi irrisolti e così si sviluppano “atteggiamenti nevrotici” che legano le energie necessarie a risolvere i nuovi bisogni emergenti.

In più, finchè non vengono risolti, gli affari irrisolti rimangono lì e creano interferenze continue, mettendosi in mezzo laddove c’entrano poco o niente, e portando ad affrontare le diverse situazioni della vita in automatismi evitanti, in maniera ripetitiva e compulsiva, come, ad esempio, la persona che ha bisogno costantemente di sedurre, o chi cerca conferme in continuazione, o chi diffida per abitudine.

 

Una persona, ad esempio, riconosce di avere paura e che questa paura lo ha governato per tutta la vita attraverso i suoi atteggiamenti evitanti. Prima non era in grado di risolvere il suo disagio in un altro modo. Non conosceva alternative perché non era consapevole della sua paura. Il suo disagio era funzionale all’evitamento della paura. La consapevolezza di questo è il primo, fondamentale passo per l’alternativa, per uno sviluppo futuro.

Acquistare consapevolezza delle nostre emozioni ci permette di gestire la paura invece di farci gestire dalla paura.

Allora bisogna fare qualcosa di nuovo invece del vecchio. La via è sperimentare qualcosa di nuovo al posto dei comportamenti automatici.

Nel momento in cui mi rendo conto che il mio comportamento/azione produce un determinato effetto, cioè il mio disagio, posso chiedermi:

“Che speranza ho di eliminare il mio disagio continuando a fare le cose che lo producono?”

ln altre parole. Nel momento in cui mi accorgo di soffrire un disagio è importante che io veda altrettanto chiaramente che proprio io sto partecipando a qualcosa che produce tale disagio.

Quando qualcuno si “riposa” sul mio piede sento un dolore. Se non voglio sentire più il dolore devo fare qualcosa. O indurre la persona a levare il suo piede o togliere il mio piede. Comunque devo fare qualcosa di diverso da ciò che stavo facendo prima. Posso anche prendere un anestetico o un potente antidolorifico e abituarmi.

Generalmente la persona che viene da me mi chiede di essere liberata dal suo disagio, come per esempio dall’ansia. Solo se la persona si rende conto di come lei stessa fa in modo, inconsapevolmente, di produrre la sua ansia, può sperimentare di fare qualcosa di diverso e vedere se ciò produce un effetto diverso.

 

Non sono gli altri che possono o devono cambiare o liberarmi dalla mia ansia, ma sono io che posso fare qualcosa di diverso. Non funziona il principio: “Io starei bene se solo gli altri fossero diversi”. Al contrario: “Divento ioprotagonista della soluzione”.

 

Ogni mio agire produce un effetto – piacevole o spiacevole.

Se voglio sentire qualcosa di diverso bisogna che io faccia qualcosa di diverso.

Ma, come si fa a fare qualcosa di diverso?

Sperimentando e inventando.

Una modalità è con il teatro, con la (s)drammatizzazione del dialogo interno, dell’affare irrisolto.

Mettiamo in scena il dialogo interno, e il protagonista diventa regista del suo personale dialogo interno.

Un persona presenta un problema relazionale o presenta un dialogo interno insistente. Lo racconta e poi lo mette in scena con la collaborazione di altre persone presenti nel gruppo, e che successivamente possono proporre cambiamenti della scena. Prendiamo come esempio una persona che si sente in continuazione ansiosa. Diamo voce a questa ansia, la ascoltiamo e la mettiamo in scena. Tutti conosciamo situazioni  in cui una voce interna ci suggerisce di fare una cosa e un’altra di non farla, al punto che non riusciamo a muoverci più. Siamo bloccati.

Noi mettiamo in scena entrambe le voci. Diamo voce alle parti che si contrappongono, le guardiamo, le ascoltiamo e proviamo soluzioni. Il regista insegna agli altri che cosa devono fare, mostrando e non spiegando.

Questo processo permette di scoprire che una cosa la si può fare non solo in un modo, ma in un numero infinito di maniere, e che modi differenti producono effetti differenti nelle persone e in noi. Le persone lo vedono perché sono presenti e coinvolte nella vicenda, sono in un tipo di relazione che permette loro di accorgersi di cosa gli altri provano. Quindi, pian piano il linguaggio comportamentale, invece di essere coatto a un’unica risposta, diventa flessibile.[3]

Flessibilità non significa solo scoprire più risposte, ma soprattutto scoprire l’esistenza di altre possibilità.[4]

 

Il setting teatrale è fondamentale perché permette di giocare, di fantasticare, di sperimentare, di non fare sul serio, di lavorare a basso rischio di imbarazzo e vergogna.

Il teatro è il luogo dove si sperimentano comportamenti. E’ il luogo dove si raccontano storie, e raccontando storie impariamo che la storia che stiamo vivendo non è l’unica storia possibile, ma ci sono mille modi diversi per viverla. lmpariamo così che possiamo scegliere quale storia vivere, e soprattutto come vogliamo viverla, e sperimentiamo in una situazione protetta queste possibilità, e che effetto ci fa.

La natura ci ha dato la facoltà di imparare comportamenti, cioè non siamo programmati come il pulcino, che è invece programmato per beccare, ma soprattutto per beccare in una particolare modalità. Anche noi abbiamo degli istinti, per esempio l’istinto di fuga, ma non siamo programmati a scappare solo in un modo, cioè ad una maniera con cui si scappa. Si può scappare in qualunque maniera si riesca a imparare, o a inventare.[5]

Abbiamo infinite possibilità di comportamenti:

Paolo Quattrini dice: “l’area del comportamento è definibile anche come un campo dell’arte, l’infinita varietà dei comportamenti permette un’arte del comportamento.”[6]

Il teatro è il luogo dove si possono sperimentare nuovi comportamenti.

Allora bisogna fare delle prove e sperimentare.

Concludo con le parole di Paolo Quattrini:

“ E’ in questa maniera che si può sviluppare una capacità di creazione e di differenziazione di comportamenti, e una capacità di riconoscere il valore etico, in modo da uscire da quella coazione a ripetere che è la vera responsabile dell’abbassamento della qualità della vita. La coazione a ripetere infatti sposta l’asse dell’attenzione verso la faccia meccanica del comportamento, dimenticandone il lato spirituale, che essendo fondamentalmente ineffabile non è nemmeno in nessun modo controllabile né misurabile oggettivamente, e quindi in nessun modo capitalizzabile, ma solo esperibile in quella fugacissima e solidissima realtà che è il qui ed ora.”[7]

 

 

[1] Ravenna A.R.,”Teatro e Teatranti nella vita quotidiana: Illusione e disillusione nella relazione di coppia”, IN Formazione, Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia, Vol 2, Roma 2003

[2] idem

[3] Quattrini P.G., “Il comportamento e l’etica”, ”, IN Formazione, Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia, Vol 2, Roma, 2003

[4] idem

[5] idem

[6] idem

[7] idem

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