Etica e Psicoterapia

Direttore G. Paolo Quattrini

Istituto Gestalt Firenze

di Giovanni Paolo Quattrini

Pubblicato sul numero 23 di INformazione.

 

Per etica intendo la misura del valore dell’insieme dei comportamenti che compongono un fatto (intendendo per fatto una sezione arbitraria nel continuum degli avvenimenti che compongono la storia umana), che si realizza solamente nell’esperienza del soggetto che lo esperisce.

L’etica è un argomento spinoso, dove è difficile fare affermazioni: allo stesso tempo è un argomento di importanza centrale sul piano tecnico nella psicoterapia, dato che ovviamente ha a che fare con i problemi che gli esseri umani hanno con il mondo.
E la psicoterapia cos’è? Dove interviene? Qual è il suo effetto? Cosa succede in una seduta?

Essere e fare
Bisogna premettere che lo scopo di una psicoterapia non è di cambiare ciò che la persona è, che sarebbe impossibile, ma di cambiare quello che fa. La psicoterapia è un’operazione orientata al cambiamento di quello che le persone fanno.
Si potrebbe obbiettare che in una seduta praticamente non si fa niente: questo sarebbe però un errore di valutazione, perché, almeno in genere nelle psicoterapie di derivazione freudiana o che implicano il cosiddetto profondo, si fa qualcosa che non si fa mai altrove, che è dire proprio quello che passa per la testa. Quando mai normalmente una persona dice quello che gli passa veramente per la testa?!

Fare una psicoterapia significa fare qualcosa di molto diverso dal solito, e infatti non tutti sono in grado di sottostare per esempio a un’analisi freudiana classica, dove il lavoro è rigidamente centrato sull’associazione libera, perché associare liberamente è veramente molto difficile. Dire quello che passa per la testa sembra una cosa banale, ma è un cambiamento comportamentale di grandissima importanza.

Destra sinistra
Nelle libere associazioni cambia qualcosa addirittura a livello neurologico. Generalmente quello che usiamo è l’emisfero sinistro, quello che parla il cosiddetto linguaggio digitale, dove le connessioni sono logiche, di causa-effetto, di successione spazio-temporale: parlare il linguaggio digitale significa tessere una tela fitta, a maglie tutte uguali. Per dire invece quello che passa per la testa bisogna farlo con l’altro emisfero, il destro, quello che parla il linguaggio analogico. Questo linguaggio non connette per via logica ma per connessioni analogiche: può connettere ad esempio questo bicchiere bianco con qualcosa di bianco che ho visto ieri, che con questo bicchiere ha una connessione solo analogica, cioè è di un colore analogo. Il linguaggio analogico è come un saltellare di sasso in sasso che forma un tessuto lasso, come le garze, un tessuto molto diverso da quello che tesse il linguaggio logico.

La psicoterapia di derivazione freudiana è sempre centrata su un cambio di comportamento: invece di parlare rigorosamente il linguaggio logico, si tratta di cominciare a parlare anche il linguaggio analogico. E’ un’operazione in cui si incontra molte difficoltà, anche se sembrerebbe strano dato che il linguaggio logico è poi il linguaggio del lavoro, mentre il linguaggio analogico è quello della poesia, del gioco, è il linguaggio dei bambini, che in se sarebbe anche molto più divertente. Ma naturalmente è difficile da gestire, perché saltellando continuamente in modo imprevedibile va a finire spesso in luoghi che uno vuole evitare, luoghi scomodi per la conversazione, luoghi proibiti.

Morale
Voler cambiare comportamento implica la possibilità di valutare i comportamenti, funzione specifica della diagnostica: differenziare comportamenti sani e comportamenti patologici, per potersi orientare nella vita. Quali comportamenti sono corretti e quali scorretti? La misura della correttezza dei comportamenti è considerata generalmente la morale, cioè cosa è tradizionalmente giusto fare. La morale sono le leggi tradizionali: nella tradizione giudaico-cristiana sono le tavole dei dieci comandamenti.

La morale da sola non può bastare per orientarsi, tende ad essere rigida, fa affermazioni generiche, mentre la vita è complicata, e porta spesso in situazioni dove si viola la legge in qualsiasi maniera ci si comporti. Per esempio, se una persona ha un incidente e qualcuno rimane ferito, o è con qualcuno che si sente male e si trova in una strada di notte senza nessuno, c’è solo una macchina parcheggiata lì: che deve fare, lasciare il ferito a dissanguarsi o rompere un vetro e rubare la macchina per portarlo all’ospedale? La morale dice che bisogna soccorrere, ma dice anche che non si può rubare. E allora?

Etica
Il problema non è sempre risolvibile sul piano morale, e spesso deve essere affrontato su quello etico. E’ molto importante la differenza tra etica e morale. Naturalmente si tratta di una delle possibili differenziazioni, dato che le parole non hanno valore assoluto, hanno un senso culturale, cioè a seconda di come sono state usate, e etica e morale sono state usate in tante maniere differenti che praticamente ognuno le intende come vuole. Propongo qui un uso di queste due parole che può risultare utile nella pratica clinica per operare certe differenziazioni a mio avviso importanti.

Dal punto di vista morale, il dilemma fra rubare una macchina per soccorrere qualcuno o rispettare alla lettera la legge è insolubile. Se si lascia il ferito a dissanguarsi si commette un reato, se si ruba la macchina se ne commette un altro. Dal punto di vista morale, cioè dal punto di vista del singolo comportamento, non c’è soluzione. Per trovare una soluzione bisogna guardare da un punto di vista d’insieme, cioè bisogna riuscire a vedere l’insieme della situazione: la persona ferita, la macchina da rubare, il proprietario della macchina, la distanza dall’ospedale, la distanza dai telefoni.

Una visione d’insieme non è una visione logica, è una visione intuitiva: ci sono una grande quantità di variabili che non sono gestibili in maniera oggettiva, dato che richiedono anche valutazioni soggettive della persona, che sono esposte alla possibilità di errore: come fa per esempio la persona, che vede solo fino alla curva della strada, a sapere se più in la non c’è un telefono per chiamare i soccorsi? E mettiamo che vada fino alla prima curva, come fa a sapere che non c’è un telefono più in la della seconda curva? A un certo momento deve rinunciare ad aspettarsi che dietro la prossima curva ci possa essere un telefono, e il momento di rinunciare va calcolato approssimativamente e secondo responsabilità. Questo quadro della situazione basato sulla propria responsabilità, nell’ottica di una visione d’insieme, è quello che chiamo punto di vista etico.

E’ evidente dunque che l’etica ha delle caratteristiche specifiche: è assolutamente rigorosa, e assolutamente senza leggi. Non c’è scritto da nessuna parte che bisogna cercare il telefono fino a dietro la terza curva: dopo non è più peccato rubare la macchina, prima invece si. L’etica è qualcosa che si appoggia sulla scelta individuale, sulla responsabilità personale, sulla capacita dell’essere umano di gestire la situazione con le sue limitate risorse, quindi assumendosi il rischio, e nella mentalità comune una persona che rischia di andare in galera per salvare qualcun altro è un eroe, non un delinquente. Invece, se una persona ruba la macchina per andare a comprarsi le sigarette, è tutta un’altra cosa. E dov’è il limite? Il limite non c’è al di fuori del senso etico.

Intuizione
Qui il problema è veramente difficile da gestire su piano teorico, perché è un punto dove il ragionamento si ferma e bisogna appellarsi a qualcosa che nella tradizione scientifica non ha una gran fama, che sarebbe l’intuizione: il buon senso è regolato infatti dall’intuizione. Naturalmente che l’intuizione non sia importante è solo una chiacchiera, perché chiunque abbia a che fare con la ricerca scientifica sa benissimo che questa funziona proprio attraverso l’intuizione. In genere le persone che fanno delle scoperte, prima intuiscono di che si tratta, poi mettono in moto una serie di procedimenti logici per spiegare l’intuizione. Ma prima arriva l’intuizione, poi i procedimenti logici.

Pregnanza
La visione etica è una visione d’insieme: cioè per risolvere il dilemma tra il divieto di rubare la macchina e il l’obbligo di portare un ferito all’ospedale, bisogna assumere una visione d’insieme. I comportamenti in sé invece sono come degli ingranaggi: cioè un singolo comportamento non è altro che una componente dell’insieme, che è il rapporto. Una delle intuizione luminose della matematica e poi della psicologia è che l’insieme è più della somma delle parti. Un orologio per esempio non è uguale alla somma delle rotelle, cioè un orologio smontato e un orologio montato, se oggettivamente sono la stessa cosa, in pratica non lo sono affatto, dato che un orologio smontato non funziona. L’essenza dell’orologio, “l’orologità” diciamo, non ha a che fare solo con le rotelle, ma anche con l’insieme. L’orologio quando è montato trascende la somma delle rotelle e diventa qualcos’altro, questa “orologità”, cioè la funzione dell’orologio.

I comportamenti si potrebbero vedere nella stessa maniera, come le rotelle di un insieme che è il rapporto. Il rapporto non è semplicemente la somma dei comportamenti, chiunque si rende conto di questo: un rapporto è qualcosa che apre all’essere umano un mondo, tanto è vero che gli esseri umani hanno una vera fissazione per i rapporti. La gente di solito va in vacanza in posti affollatissimi, perché in un posto affollato c’è una grande quantità di rapporti, di buona qualità e di cattiva qualità, ma c’è la possibilità o, perlomeno l’illusione, di poter avere rapporti. Da tempo immemorabile le persone lasciano le campagne per andare in città: la città da sempre è una specie di mito. Un mito perché nelle città c’è una possibilità di rapporti che non c’è da altre parti, per la grande quantità di persone e la grande quantità di interazioni possibili.

Rapporto
Gli esseri umani hanno una fame incredibile di rapporto, e siccome ne hanno anche una gran paura, di solito guardano la televisione. La televisione mostra appunto situazioni di rapporto dove le persone parlano, interagiscono drammaticamente, ecc.: lo spettatore sta al di qua dal vetro, al sicuro, e sta tranquillo. Ci si accontenta dunque anche dell’ombra dell’ombra del rapporto, tanta è la fame che ne abbiamo.

I rapporti si appoggiano sull’intreccio dei comportamenti, non sono i comportamenti stessi: vengono su da una grande quantità di comportamenti che si intrecciano tra di loro, formando una tensione tra le persone, che è quello che fa l’atmosfera di una riunione, di una sala da ballo, di un qualunque posto, di una qualunque situazione.

Il problema è che i comportamenti eligibili non sono del tutto a piacere, ma entro certi limiti sono obbligati: gli esseri umani devono sopravvivere, e i comportamenti sono gli strumenti della sopravvivenza. Per sopravvivere bisogna fare delle azioni che permettano scambi, cioè bisogna realizzare un vero e proprio metabolismo psichico e sociale che permette agli esseri umani di ottenere il necessario per sopravvivere. Per vivere bisogna scambiare con l’ambiente, e per noi esseri umani il grosso dell’ambiente è la società: noi dobbiamo quindi scambiare con la società umana per sopravvivere. Ogni persona è costretta a interagire con gli altri con comportamenti che interpretano i bisogni biologici, cioè quei bisogni che permettono agli esseri umani di sopravvivere individualmente e come specie.

Territorio
Un concetto importante per capire la vita degli esseri umani è il concetto di territorialità, che non è una specialità umana, viene direttamente dal mondo animale. A cosa serve il territorio si capisce bene: avendo un orto ci si può piantare l’insalata, senza l’orto, niente insalata. Estendendo il concetto un po’ più in là dell’insalata, si capisce che tra avere un territorio e non averlo, in un mondo di coltivatori, è la differenza tra la vita e la morte, dato che è evidentemente parecchio più difficile sopravvivere aspettando di poter raccogliere qualche frutto selvatico che piantando e raccogliendo dal proprio orto. Ovviamente piantare ha un senso se poi nessuno porta via i frutti, perché se io pianto e un altro si prende i frutti, non è che il territorio mi sia servito a molto. Il concetto di territorio si identifica insomma nè più nè meno che con quello di proprietà.

La territorialità è la capacita di considerare qualcosa come suo. Magari si può pensare che questa non sia la migliore delle qualità, ma se si guarda dal punto di vista biologico si capisce che essere capaci di dire “questo è mio” richiede una struttura psichica estremamente complessa, cioè, richiede la capacità di valutare che questo è diverso da quell’altro, e che questo è mio e quell’altro no. Ci vuole una struttura veramente differenziata e complessa, sul piano emotivo naturalmente, non sul piano concettuale. Un pesce non pensa “questo pezzo di scoglio è mio”: probabilmente sente piacere, senso di accoglimento, in quella parte di costa che considera territorio suo, ma in ogni caso si sa che il fatto di considerarlo suo gli dà più forza per difenderlo dai concorrenti.

Un commesso viaggiatore per esempio ha un territorio, un suo giro di clienti a cui vende i suoi prodotti. Se il territorio si riduce oltre certi limiti, non guadagna più abbastanza per sopravvivere: bisogna quindi che coltivi e che difenda il suo territorio. Lo stesso succede per la casa. La casa ha l’uscio d’entrata, però si tiene chiuso, salvo in quei luoghi dove c’è un tal rispetto reciproco che si può tenere l’uscio aperto perché si sa che nessuno entra in casa in maniera irrispettosa. Succedeva spesso una volta nei paesi, che gli usci rimanevano aperti, nelle città questo non succede: l’uscio d’ingresso si chiude per delimitare il territorio. “Qui dentro è mio”. E questo è universalmente accettato.

Si rispetta anche il fatto che ci sia un posto in cui ognuno va ogni mattina, c’è una sedia per chi fa quel lavoro, e il lavoro è suo. Se una mattina la persona arrivasse e trovasse qualcun altro seduto alla sua sedia si arrabbierebbe parecchio, perché se non può lavorare non può poi portare lo stipendio a casa, e poi di che vive?

Io e tu
Ora, finchè si tratta del lavoro o della casa, tutti lo capiscono: ma c’è una problematica molto più sottile, che è quella dell’interazione diretta tra le persone. Tra le persone esiste un’interfaccia, il limite sul quale succedono le cose. Non è facile in realtà dire quando queste cose sono buone e quando sono cattive, cosa si può fare e cosa non si può fare. La morale è differenziata attraverso la cortesia: ci sono le cose immorali, tipo prendere a schiaffi qualcuno, mentre essere sgarbati non è immorale però è scortese, cioè scorretto dal punto di vista della civile convivenza. E qui il problema diventa complicato: nella psicoterapia, e specialmente nella pratica gruppale, si vede come la cortesia, molto spesso, invece di articolare la morale crea un diaframma che impedisce il contatto.

Cioè, la persona per non essere scortese si comporta in modo formale, e il risultato è che effettivamente non si producono danni, ma il contatto si interrompe, cioè non succede più nulla tra le persone. Le persone sono gentili e cortesi ma distanti. Questo da un punto di vista della stabilità sociale sembrerebbe non avere controindicazioni: guardando invece dal punto di vista clinico si vede che produce dei problemi enormi. Generalmente si dice che ai tempi di Freud il problema psichico più diffuso fosse l’isteria: ai giorni nostri invece il grosso dei problemi probabilmente è la depressione. La depressione dipende appunto soprattutto dal fatto che le persone sono fuori contatto: siamo tutti tanto gentili e cortesi, ma non succede quasi mai nulla di interessante e quindi si muore di noia.

Droghe
Questo è un problema che poi in pratica diventa colossale, perché per esempio per non morire di noia un sistema è drogarsi: le tossicodipendenze dipendono tantissimo dall’estrema difficoltà che le parsone hanno di non annoiarsi a morte. E i narcotici di tutti i tipi, dal caffè in su e dall’eroina in giù, sono tutti sistemi per alterare questo muro di separazione tra gli esseri umani, e per potersi divertire. Fino a poco tempo fa l’alcool era il sistema più usato: alle feste le persone bevevano per disinibirsi, per prendere coraggio e parlare fra loro. Oggi si usa magari più l’eroina che l’alcool, ma il concetto non è molto differente.

Etica e coraggio
Si capisce quindi che non basta stare buoni e non far niente di male per vivere in modo interessante e soddisfacente. Bisogna fare qualcosa di più che essere formali e gentili, senza d’altra parte scivolare neanche necessariamente nell’essere trasgressivi, dato che non è che trasgredendo si arrivi chissàddove. Il problema dell’etica diventa centrale, perché appunto l’etica è la visione d’insieme che permette di muoversi in modo da non essere formali senza diventare delinquenti.

Negli anni 60’ l’educazione per i ragazzi era di essere estremamente rispettosi con le ragazze. Essere rispettosi però significava non riuscire a entrarci in intimità! Ma allora, essere aggressivo non è accettabile, essere rispettoso non porta da nessuna parte, che si deve fare? Le ragazze in genere lo sapevano benissimo come si dovevano muovere i ragazzi, ma forse non erano in grado di spiegarglielo, e neanche poi i ragazzi erano in grado di capirlo: si trattava di essere molto arrischiati, cioè esporsi senza essere aggressivi. Ma esporsi senza essere aggressivi, chi lo sa fare? E’ un vero e proprio atto eroico.

Ora, il punto di vista etico è il punto di vista dell’insieme, da dove non si vede solo il proprio comportamento, ma anche la reazione dell’altra persona, variegata e complessa, e da cui si vede che bisogna permettere all’altra persona di distendersi in una complessità di stati d’animo perché l’interazione possa proseguire, e questo non basta capirlo razionalmente, bisogna comprenderlo intuitivamente, e per riuscire a intuirlo è necessaria l’empatia.

Empatia
L’empatia è una cosa così poco praticata che non è un termine di uso comune, e spesso si scambia addirittura con la simpatia o l’identificazione, che sono processi completamente differenti. L’empatia in realtà è la capacità di accorgersi cosa sente l’altro, ed è una capacità naturale, cioè noi esseri umani siamo capaci naturalmente di essere empatici, ma è solo praticandola che si riesce a gestirla. E’ un po’ come suonare il pianoforte: se non ci si allena non si riesce a suonarlo bene.

L’empatia è una cosa completamente diversa dall’identificazione. La nostra cultura ha una fortissima inclinazione a credere che l’identificazione sia il fatto amoroso per eccellenza, che sia la misura stessa dell’amore: questo è un grave qui pro quo . L’identificazione in realtà è un processo semipatologico, nel senso che viene prima dell’empatia nello sviluppo psichico, e quindi è un processo regressivo. La capacità di identificazione è quella che in biologia si chiama infezione psichica.

In uno stormo di uccelli per esempio, se si alza in volo uno volano via tutti. Questo un fenomeno di infezione psichica: tutti gli altri si infettano dell’emozione dell’uccello che ha paura e scappa. A cosa serve si capisce benissimo: se in uno stormo di oche un’oca vede una volpe e prende il volo, tutto lo stormo si salva. Se non esistesse l’infezione psichica, quando un’oca vede la volpe vola via, ma la volpe acchiappa un’altra oca che era distratta e non l’aveva vista. L’infezione psichica è quindi un meccanismo biologico molto utile per la sopravvivenza della specie.

Nella relazione madre-bambino l’infezione psichica è altrettanto fondamentale: il bambino sente la paura della mamma e gli corre accanto. E’ vitale che il bambino si spaventi quando sente la mamma spaventata, perché se la mamma dovesse spiegargli come e perché c’è pericolo, il bambino avrebbe ben poche possibilità di evitarlo.

Nella crescita, quello che a un certo momento dovrebbe insorgere è poi la capacità di differenziare la propria emozione da quella dell’altro: la capacità di accorgersi che la mamma è spaventata mentre io no, in modo che piano piano posso ricorrere direttamente alla mia percezione del mondo invece di usare sempre quella della mamma.

Accanto all’infezione psichica, nello sviluppo, compare cioè la capacità empatica, la capacità di rendersi conto delle proprie emozioni differenziandole da quelle dell’altro. Rendersi conto per esempio che l’altro sente male mentre io non sento male, o provo dolore a causa del suo dolore, che comunque non è il mio. L’altro per esempio ha la gamba rotta e io sono dispiaciuto per la sua gamba rotta, che non è la stessa cosa che avere rotta la mia gamba. Se un ortopedico dovesse sentirsi con una gamba rotta tutte le volte che cura un paziente con una gamba rotta darebbe di matto in poco tempo.

Purtroppo le persone che esercitano una professione d’aiuto si difendono spesso con l’anestesia, invece di sviluppare una capacità empatica: il paziente ha la gamba rotta e al medico non importa niente, e allora il paziente lo vive come un cattivo medico.

Quello che sarebbe richiesto a un buon medico, a un buon terapeuta, a un buon avvocato, a chiunque eserciti nel campo delle professioni d’aiuto, sarebbe la capacità di sentire quello che il cliente sente, senza identificarsi. Si richiederebbe che il medico stesse tranquillo, ma che allo stesso tempo si rendesse conto che il paziente sta soffrendo, e che lo tenesse in considerazione: altrimenti la relazione d’aiuto non ha colorazioni umanamente accettabili.

Territorio empatia e etica
L’empatia, questa vera e propria capacità, è in realtà il prodromo per qualunque capacità di giudizio, di percezione etica. Per riuscire ad avere una percezione etica della situazione bisogna stare per forza contemporaneamente sia nella propria esperienza che in quella dell’altro, anche nelle sfumature che la situazione comporta, la maggior parte delle quali non sono immediatamente afferrabili, rimangono come sospese nell’immaginazione e nell’intuizione della persona.

Perché una persona abbia la possibilità di fare scelte di valore etico, cioè delle scelte d’insieme, deve percepire l’insieme. Per percepire l’insieme deve percepire al di là di se, non solo se anche qualcos’altro che non è se, e che in genere è almeno un’altra persona: magari allargando poi la visione anche agli altri che in modo più sfumato stanno nella relazione, amici, parenti, figli, vicini, persone in un modo o nell’altro connesse. Una tale complessità di considerazioni è gestibile soprattutto attraverso un gusto etico.

Il gusto etico
Uso la parola gusto per analogia con l’estetica, che è apparentata all’etica per lo meno nel fatto che anche l’estetica è rigorosa e senza leggi: è impossibile infatti formulare delle leggi o delle regole su come fare qualcosa di bello. D’altra parte è assolutamente rigorosa, anche se soggettiva, la differenza tra una cosa bella e una cosa brutta. Il termine “gusto etico” è dunque forse improprio, ma cerca di dare forma a qualcosa che abbia queste caratteristiche: rigorosità ed assenza di leggi.

Ora, qui nasce un problema: se l’etica è un gusto, visto che de gustibus non disputandum est , ognuno la può maneggiare a modo suo, e se qualcuno si mette a fare il vendicatore solitario non è facile riuscire a convincerlo che non è una cosa di grande valore etico.

Il costume
Allora, da che mondo è mondo gli esseri umani se la sono sbrigata dettagliando cosa è bello fare e cosa no nell’ambito del proprio gruppo umano, assodando cioè un gusto etico di clan, cioè il costume. Ci sono culture molto articolate in questo e altre meno: le culture più articolate permettono ovviamente più spazio alla vita psichica, perché hanno differenziazioni per ogni cosa. La vita infatti, le persone, le situazioni, sono sempre diverse, e se non si differenzia si usa il metodo di Procuste: quello che è troppo lungo si accorcia, quello che troppo corto si allunga e si fa qualcosa di approssimativamente buono per tutti, tanto con le difficoltà che ci sono per sopravvivere, a chi importa il dettaglio! Ma da un po’ di tempo a questa parte, che c’è un po’ meno difficoltà a sopravvivere, alla gente il dettaglio importa eccome, e fa una bella differenza se c’è posto o meno per la propria specificità.

In più è abbastanza evidente che i costumi sono tanto più usabili, tanto più funzionali, tanto più trasmissibili, quanta meno differenza c’è tra una generazione e l’altra. Quanto più differenza c’è tra sistemi di vita, di economia e di comunicazione tra una generazione e l’altra, tanto più difficile è tramandare comportamenti. E attualmente l’abisso tra le generazioni ha creato tanti problemi quanti non se ne erano visti mai a questo proposito.

Un comportamento infatti funziona dentro un sistema di valori, in un sistema economico, in un sistema insomma di quasi-certezze. Non funziona più quando cambiano le premesse. I comportamenti continuano a funzionare quando per esempio c’è un sistema economico che ripropone alle generazioni successive le stesse possibilità delle generazioni precedenti, ma quando c’è un cambiamento così rapido che la generazione successiva ha da fare scelte completamente differenti, perché le cose che una volta non erano da prendere in considerazione diventano improvvisamente appetibili, i comportamenti dei genitori diventano inutilizzabili per i figlioli, e se i figlioli non possono utilizzare gli usi e costumi si trovano sguarniti, cioè non sanno come operare scelte, e quindi avrebbero davvero bisogno di una capacità etica per riuscire a fare delle scelte sensate, cioè delle scelte in base a una visione d’insieme.

Il problema è evidente nella pratica psicoterapeutica: le persone che arrivano in terapia in generale non sono affatto malate ma sono persone normali che hanno difficoltà nella gestione del mondo, perché non hanno gli strumenti adatti. A ragione o a torto hanno rifiutato i costumi dei genitori, e non ne hanno altri, visto che la spontaneità è un mito. Nessun pattinatore sul ghiaccio, anche se sembra così naturale nei movimenti, lo è davvero: pattinare sul ghiaccio è il prodotto di una cultura altamente differenziata.

Il vivere sociale, il vivere fra gli esseri umani, è ancora più complicato che pattinare sul ghiaccio, e ha poco a che vedere con la spontaneità. Ha piuttosto a che fare con un complessissimo livello di capacità di percepire e di distinguere, che le persone spesso non hanno sviluppato, semplicemente perché non ne hanno avuto l’occasione. Nella famiglia vige una cultura che i figlioli spesso non assumono se non parzialmente, escono fuori e fuori c’è un mondo dove sono stritolati dentro la necessità di sopravvivere: nella scuola, nei gruppi, nella strada, la solidarietà è scarsina e riuscire a barcamenarsi da ragazzi non è proprio facilissimo.

Il gusto e l’esperienza
Se si deve lottare per sopravvivere non si ha tanto spazio per sperimentare, e alla fine non solo non si hanno gli strumenti dei genitori, ma non si ha neanche modo di evolverne di meglio, e bisogna accontentarsi di una certa rozzezza.

Un modo di distinguere tra i comportamenti sarebbe riuscire a distinguere quali hanno un gusto migliore e quali peggiore. Come si fa a sviluppare un senso estetico? Una volta per studiare pittura si andava a bottega, cioè si provava e riprovava a dipingere, e a forza di guardare quadri propri e degli altri si arrivava a poter dire “Ah, questo mi piace più di quell’altro!” Cioè si imparava riconoscendo un’esperienza come migliore di un’altra.

Analogamente il gusto etico è qualcosa che non si rifà a criteri oggettivi ma a criteri esperienziali, e per avere criteri esperienziali bisogna avere una gamma di esperienze paragonabili fra loro, non si può valutare su un’unica esperienza. La tendenza che noi esseri umani invece abbiamo, è quella di dedurre una legge da un’unica esperienza: uno sbatte il naso una volta e si dice “no, questo non si fa!” e non ci riprova più. Oppure fa qualcosa che ha successo e allora pensa che quella è la cosa da fare sempre, e magari ripete poi la stessa cosa anche quando l’esperienza non lo conferma più.

I luoghi dell’apprendimento
Quello che manca a livello sociale sono dei luoghi dove le persone possano sperimentare comportamenti, e scoprire quali comportamenti hanno per loro un valore: il senso di valore è una valutazione su base esperienziale.

Questo succede purtroppo quasi solo nella psicoterapia, in particolar modo nella psicoterapia di gruppo, dove il lavoro verte fondamentalmente sulle interazioni fra le persone. E’ un luogo questo dove le persone possono sperimentare, e quindi piano piano sviluppare un gusto etico, che significa una loro capacità di distinguere sul piano comportamentale quello che ha valore e quello che non ce l’ha.

La pratica clinica insegna che il lavoro psicoterapeutico ha tantissimo a che vedere con l’offrire alle persone la possibilità di sviluppare un gusto etico, e quindi di diventare capaci di mettersi in relazione con gli altri attraverso una percezione d’insieme: per questo ritengo che si possa dire che il tema dell’etica è centrale nella psicoterapia.

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