Counselling, Counsellor, promozione della salute e genitorialità

Pierluca Santoro

di Mario Mengheri

Presidente Associazione Italiana Ricerca Psicosomatica (AIRP; http://airp.altervista.org) – Livorno

“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre – dicembre 2004, pagg. 44-65, Roma

 

Introduzione

Oggi più che mai, e soprattutto nei giovani, se c’è da intraprendere un qualsiasi percorso decisionale, c’è la tendenza di trattenersi a lungo nelle valutazioni delle alternative possibili. Si confonde la riflessività con l’incapacità di decidersi ad affrontare il rischio di una precisa decisione. La richiesta di chiarezza originata in un momento di effettiva confusione, diviene rapidamente una sollecitazione a condividere la responsabilità e questo spesso maschera un tentativo di delega della medesima. Con il processo di counselling ad approccio integrato insegniamo ai futuri counsellor ad assumersi le proprie responsabilità e quali siano i loro diritti chiarendo, con maggior consapevolezza, i ruoli e le identità e ciò che a quel ruolo spetta. Questo, di per sé, crea uno stato di benessere.

La molteplicità degli interventi di aiuto, apparsi in questi ultimi decenni, ha permesso, consentito, trascurato di vedere questo strumento come processo orientato anche verso la promozione della salute. Dare, o ri-dare, dignità alla salute, dopo il “troppo” spazio mentale che è stato fornito al disagio è significato, spesso, toglierle il valore, la valenza che merita dimenticando il fatto che essa deve essere accolta, coccolata, valorizzata, coltivata come un locus a favore del nostro benessere.

La vera salute nasce dalla rappresentazione che abbiamo di noi stessi, come corpo e come mente. Queste differenti possibilità sono la nostra ricchezza e ci permettono di raggiungere un migliore adattamento, che tenga conto sia delle nostre esigenze che di quelle dell’ambiente esterno. Il corpo e la mente sono due aspetti di un organismo complesso che la scienza studia come aspetti diversi, biologici e psicologici. Allo stesso modo ci rappresentiamo la nostra complessità psicosomatica, cogliendone gli aspetti corporei e quelli psichici secondo le esigenze del momento.

Non sono la mente e il corpo ad essere diversi, ma le modalità di approccio attraverso cui li costringiamo ad esistere. Dalla complessità delle esperienze corporee e psichiche, sia in salute che in malattia, da questo dualismo, che si tenta di riproporre anche come unità, dalla necessità di separare, ma anche di riunire, dal bisogno di cogliere le similitudini, ma anche di non confondere ciò che è differente, nasce il bisogno di una cultura scientifica psicosomatica. Quello psicosomatico diventa perciò un paradigma che permette di assumere vari punti di vista nello sforzo di com-prendere meglio e, in alcuni casi, di aiutare l’uomo a vivere la sua complessità (Trombini, Baldoni, 1999; Mengheri, 2002).

In una concezione di approccio psicologico integrato, psicosomatico, il processo di formazione del counselling si propone come occasione per l’adozione e l’integrazione di paradigmi teorici diversi, accogliendone differenze e contraddizioni. Ogni teoria, anche la più elaborata, può rivelarsi utile in alcune occasioni, ma altre volte mostrerà i propri limiti, perché la nostra esperienza di esseri umani è sempre di natura molto complessa e soggetta a continui cambiamenti. Ogni teoria mantiene comunque un valore di ipotesi, ed è bene che noi non la confondiamo con una verità. Per i professionisti della cosiddetta “psi”, come per i counsellor, è costruttivo non affezionarsi troppo a “rigidi” schemi teorici di riferimento, ma acquisire un’elasticità mentale e un formazione multidisciplinare, che consenta di maturare le capacità teoriche ed esperienziali indispensabili per adeguarsi, di volta in volta, alle circostanze.

L’ortodossia, qualsiasi essa sia, deve preoccuparci. Come è vero che sul vecchio è possibile costruire il nuovo, è altrettanto vero che, per questo, il vecchio deve essere sempre più solido e studiato per reggere e proteggere ogni nuova teoria dettata, per altro, da un’idonea curiosità intellettuale.

 

  1. Nascita e campo di azione del Counselling

Il counselling è nato negli Stati Uniti negli anni cinquanta. Fin da allora si è posto come supporto nei servizi socio-psicopedagogici e/o come servizio di orientamento psico-sociale e lavorativo nel singolo, nella coppia, nella famiglia e nelle organizzazioni sia pubbliche che private.

La varietà degli ambiti d’intervento del counselling, a cui fa riscontro un’altrettanta ampia gamma di modelli teorici di riferimento, testimonia l’esigenza e la complessità con cui oggi si esprime, con il bisogno della relazione di aiuto, la risposta, da parte del counsellor , volta a offrire al cliente l’opportunità di esplorare, scoprire e rendere chiare modalità del vivere più proficue e improntate all’ottenimento di un maggior benessere.

Si stabilisce una relazione di counselling quando una persona, che riveste regolarmente o temporaneamente il ruolo di counsellor, “offre o accetta esplicitamente di offrire tempo, attenzione riguardo a una persona o a più persone temporaneamente nel ruolo di cliente/i” (Sanders, 2003, p. 13).

Dopo anni trascorsi piacevolmente ad esercitare il mestiere di psicoanalista e psicoterapeuta ho potuto vedere come, in alcune persone, poche sedute orientative, erano risultate sufficienti ad aiutar loro a trovare quella sorta di equilibrio o ri-equilibrio che cercavano. Questo non significa rinnegare la professione di partenza che a tutt’oggi esercito ma, con maggior consapevolezza, aver imparato a muovermi, grazie a ricerche teoriche e il lavoro con numerosi pazienti, (anche nel processo) e per la formazione del counsellor . Lavoro che, quando è possibile, consente in pochi mesi di aiutare una persona a ritrovare se stessa. Niente a che vedere col processo psicoanalitico o psicoterapeutico. I tempi e le esigenze sono cambiati e così anche noi professionisti della “psi” dopo averlo imparato con i nostri pazienti, dalle nostre e loro sedute e ricerche, abbiamo valorizzato appieno questa figura fino a ritenere opportuno formarne, in Italia, un nuovo profilo professionale.

Gli strumenti usati per questa “quasi nuova” figura professionale -da più di cinquanta anni esiste in America- devono essere sempre più flessibili e articolati, capaci di contenere il disagio e forme di intervento sempre più brevi ed efficaci che non comportino un costo eccessivo in termini di tempo, denaro e di energia. Promuovere il cambiamento, promuovere la salute rappresentano utili strategie che ci devono aiutare a vivere meglio. Concederci di cambiare, in questo mondo sempre più specialistico e settoriale, non è una condizione sufficiente ma diviene indispensabile perché si possa pensare a nuove strategie più snelle, più proficue e più efficaci.

Per definire il campo d’indagine del counsellor dobbiamo capire chi è, come, dove opera e perché. Il processo di counselling oscilla tra una relazione a carattere prevalentemente educativo e una a carattere prevalentemente terapeutico. Non dimentichiamo che gli psicologi in Italia esistono solo da poco più di quaranta anni. Quella che oggi definiamo “terapia” era appannaggio dei saggi, dei cari amici, dei nonni di famiglia, dei sacerdoti, dei curanderos, dei cantastorie, dei proverbi. Con teorie, tecniche e metodi sempre più precisi e raffinati sono nati gli psicoanalisti prima e, più tardi, gli psicoterapeuti con i numerosi e diversificati approcci teorici. Cinquanta anni fa, in Italia, il sistema sociale, (come anche le figure degli psicoterapeuti), era assente, per quanto concerne il reale aiuto psicologico alla persona e la promozione della salute.

Il processo di counselling è un processo, un itinerario attraverso il quale il soggetto apprende ad essere sempre più libero, perché con il percorso si sciolgono condizionamenti interni ed esterni che, per varie ragioni, limitano le potenzialità del consultante. In questa progressiva conquista di sé matura anche l’apertura verso gli altri e la responsabilità al farsi carico di loro eventuali necessità. La situazione di attaccamento a cui sembriamo riferirci non si risolve in una relazione di accudimento che faciliterebbe nel soggetto una sorta di regressione con una più o meno esplicita delega di responsabilità al counsellor, ma in un passaggio da una condizione di incertezza a un’ipotesi controllata di assunzione di rischio che ogni decisione comporta e che impegna oltre il momento stesso in cui è stata presa. In un processo di counselling psicologico il soggetto impara a ripercorrere in modo consapevole il proprio passato e a schiudersi a una visione di futuro che gli permette di sperare ad un miglior stato di benessere e in un miglior esito positivo delle sue scelte: la mente diviene predisposta ad accogliere (anche) il successo. La persona che si presenta al counsellor è, di solito, in un momentaneo stato di crisi, ma anche sostanzialmente in grado di assumersi l’onere delle responsabilità delle sue decisioni. È necessario che il counsellor impari a formulare opinioni sintetiche (attraverso, ad esempio attraverso ricontestualizzazioni dei contenuti presentati), a volte lapidarie, che determinino decisioni puntuali e non differibili. Si sta parlando di una grande responsabilità e capacità di cogliere al volo la parola, l’espressione, il sospiro del consultante per poter lavorarci sopra e restituirgli poi tutto questo, in modo elaborato e dunque più chiaro, aiutandolo in una maggiore aperta consapevolezza di ciò che sta portando in seduta.

Il counselling psicologico consiste in un intervento di aiuto, in un processo attraverso il quale il singolo, il gruppo o i partner vengono aiutati a comprendere la situazione fonte di conflitto, a gestire il problema assumendosi individualmente la responsabilità, e acquisire abilità decisionali e ad operare scelte. Il processo mira all’autoconsapevolezza, all’autopercezione, all’autodeterminazione e all’autocontrollo. Ha a che fare con l’area del benessere (promozione della salute) e del disagio (prevenzione e relazione d’aiuto). In un’ottica di approccio integrato, in cui lo collochiamo, l’intervento formativo si compie attraverso specifiche fasi sia teoriche che esperenziali. Il counselling può essere avvicinato ad una particolare modalità quella di entrare in relazione col cliente (individuo o famiglia che sia) inteso come sistema, e come storia. Allo stesso tempo però, analogamente alla psicoterapia, questo consiste in un progetto indirizzato al supporto e sostegno attraverso la relazione.

Penso fermamente che non ci siano, per il counsellor, situazioni facili. Ogni richiesta mette in gioco la sua identità, il dover chiedersi continuamente e con chiarezza “chi sono io?”e con la sua rete relazionale, “chi sono io per loro?” e ancora, “chi sono gli altri per me?”. Chi intraprende il mestiere del counsellor deve saper rispondere con chiarezza a queste domande e a collocarle nell’oggetto intorno a cui si articola la richiesta d’intervento: lo studio, la malattia, il lavoro, la famiglia, la provenienza…….. Per ognuno di questi interrogativi occorre “aiutare a” trovare una risposta, “che sia soddisfacente sotto il profilo dell’autopercezione, della comprensione del problema, della densità emotiva del problema e dei valori chiamati in gioco” (Binetti e Bruni, 2003, p. 17).

Nel processo di counselling il soggetto deve essere già consapevole di assumersi le proprie responsabilità (spesso non è presente questo, soprattutto all’inizio, in un processo psicoterapeutico) anche se il soggetto attraversa un periodo di confusione e di timore. Il counsellor deve essere ben attento ad evitare le possibili contaminazioni emotive in cui il soggetto alcune volte cerca di attrarlo, confondendo i confini delle reciproche identità. Per questo diviene indispensabile un lungo periodo di supervisione durante la formazione del counsellor, in modo non diverso a quanto avviene nel training psicoterapeutico. Direi che ciò deve avvenire con massima accuratezza, considerando che le sedute che propone il counsellor ai suoi clienti, per un percorso di counselling, non devono superare mai il numero di venti. Una lettura inadeguata dei bisogni del soggetto può comportare una distorsione nella valutazione della richiesta e quindi una ridefinizione del problema in termini improduttivi. È qui che si può distinguere un processo di psicoterapia breve da un intervento di counselling anche se a volte è proprio questo che fa da precursore alla presa di coscienza del cliente (o suggerimento del counsellor) della necessità di un lavoro che veda mettersi in moto parti psichiche più profonde. Di solito è proprio diverso l’atteggiamento profondo con cui il soggetto accede alla richiesta, anche se non ne è consapevole. In altre parole molti soggetti si avvicinano al counsellor perché temono una psicoterapia ma non sanno che hanno gia iniziato con esso un processo che porterà loro, più tardi, magari a uno o due anni di distanza, ad un processo psicoterapico. Il counsellor spiana la strada, allevia la paura e rende più consapevole, nei casi in cui ce ne è bisogno, dell’esigenza del cliente al trasformarsi in paziente per guardarsi ancor con più energia, e meno timore, in profondità. Questa figura professionale è dunque di grande aiuto non solo al cliente in quanto, anche nei casi i cui il suo intervento non appaia immediatamente proficuo (come del resto in molti lavori psicoterapeutici o psicoanalitici) può contenergli e ridimensionargli le paure, ma anche allo psicoterapeuta perché l’intervento di quest’ultimo gli sta preparando e formando, un soggetto più consapevole della propria situazione psicologica e dei propri bisogni.

 

1.1. Counsellor psicologico e suo paradigma

Poiché l’intervento di counselling psicologico non ci indirizza alla dimensione della patologia (per affrontare la quale è in dispensabile un approccio psicoterapeutico), ma ci può fornire invece un valido apporto alla presa di coscienza dello stato – transitorio – di disagio della persona, la dimensione del counselling si qualifica come supporto significativamente adeguato a integrare interventi di promozione della salute. Il counselling è un incontro destinato al sostegno e alla chiarificazione, allo sviluppo e alla crescita, ma non può prescindere dalla natura dell’incontro con l’altro (o gli altri), dall’emergere dell’empatia e da una relazione interpersonale finalizzata alla evoluzione/trasformazione. Questa figura professionale aiuta ad acquisire una maggiore consapevolezza delle relazioni presenti, per valorizzarne l’insito benessere o per dare un significato alla sofferenza: per far ciò, il lavoro teorico e personale che ha esperito su se stesso diviene uno strumento indispensabile: è necessario infatti consolidare un adeguato sviluppo psico-evolutivo, ma anche perseguire un’incessante crescita della consapevolezza e una visione “altra” della vita e del rapporto con se stessi e con gli altri da sé. Con questi prerequisiti, il counsellor può accogliere il cliente/paziente e rispettarne il tempo, affinché questi dia un significato consapevole allo stato di benessere che sperimenta, o generi un desiderio psico-evolutivo dall’eventuale disagio in cui si trova. Di fatto possono avvantaggiarsi del counselling psicologico coloro che non hanno ancora organizzato una vera e propria psicopatologia, con la produzione di sintomi. È solo quando il sintomo non si è ancora cristallizzato in un complesso ed il conflitto è vissuto in maniera diretta e consapevole, che il counselling psicologico può svolgere in modo efficace la sua funzione preventiva, come fattore di protezione e di Promozione della salute.

Come scritto nell’introduzione l’approccio in cui collochiamo il processo di counselling col cliente, è multidisciplinare e segue un paradigma psicosomatico (Mengheri, 2002) che vede l’uomo come:

  • un’unità psicofisica
  • un’unità conscio-inconscio
  • un’unità relazionale.

In questo paradigma si esprime il senso che diamo, attraverso la formazione, all’intervento del counsellor.

 

1.2. Aree d’intervento e obiettivi

Le aree sulle quali il counsellor può essere chiamato ad intervenire (nel singolo, nella coppia, nel gruppo) sono inerenti alla motivazione, comprensione, gestione-azione (Zerbetto, 1998), potremmo dire anche al divenire più consapevoli grazie ad una diversa prospettiva della:

riflessione, pensiero e azione. Gli interventi attuati dal counsellor hanno, quindi, l’obiettivo di:

  1. promuovere il benessere (promozione della salute)
  2. agevolare l’assunzione di responsabilità di ciascuno in quanto persona autonoma;
  3. guida al processo di autoesplorazione attraverso il vissuto emozionale nel qui e ora;
  4. guida al processo di acquisizione di consapevolezza che condurrà al contatto chiaro tra il sé e l’ambiente;
  5. ricontestualizzare, ovvero offrire ai consultanti la possibilità di sviluppare una diversa prospettiva che cambi il significato dell’evento (il significato che una persona dà ad un evento o ad un modo di essere, di fatto contribuisce a creare l’evento stesso). Nel contesto protetto del setting il counsellor aiuterà inoltre a non vedere il problema secondo la prospettiva di chi ha ragione e chi torto, stimolando la trasformazione delle posizioni irrigidite;
  6. confrontare ciascun soggetto con quegli aspetti della personalità che non vengono percepiti. Questa modalità di intervento aiuta ad ascoltare e ascoltarsi meglio e asviluppare un apprezzamento più empatico dell’esperienza interna.

Il counsellor utilizza tecniche verbali quali l’ascolto attivo, attraverso interventi di riformulazione del contenuto e di riflessione dei sentimenti. Egli incoraggerà domande che inizino con come e che cosa, invece dei perché che spesso portano a intellettualizzazioni; stimolerà i partner a modificare le domande in affermazioni e anche ad esprimersi attraverso affermazioni, per aiutarli ad assumere la responsabilità di ciò che i richiedenti fanno (Hough, 1999). L’intera relazione di aiuto è un processo di confronto attraverso il quale si acquisisce consapevolezza. Il cammino evolutivo dei richiedenti viene facilitato dal counsellor da interventi volti a far emergere le strutture affettive.

 

  1. L’uomo e il “bisogno” di salute

In questa parte del contributo, che riguarda la Promozione della salute, ci occupiamo della consapevolezza coadiuvati dai nuovi concetti sulla Promozione della salute. La ricerca del benessere, del piacere di vivere, di una più ampia qualità della vita e delle relazioni presenti nel microcosmo familiare, si espande amplificandosi, se proiettata nel macrocosmo sociale, nella realtà istituzionale e culturale del nostro ambiente di vita. Tale benessere ha qualità molteplici, che sono attribuibili al corpo, alla mente ed all’ambiente che ci circonda. Una visione “ecologica” di così ampia portata, sembra però fare qualche passo indietro ogni qual volta venga ridotta a semplicistica espressione organica, risposta ineluttabile di una medicina organicistica e della sua pratica diagnostica. La pratica medica moderna, infatti, è strutturata secondo una gerarchia che vede il medico al vertice della scala, al di sopra degli altri professionisti della salute, con il paziente al livello più basso. Poiché questa pratica interessa anche il modo di relazionarsi al paziente, la conseguenza è che se ne sottovalutano le preoccupazioni, le osservazioni, il bisogno di dignità e se ne sviliscono le potenzialità di recupero1. Una realtà così articolata comporta necessariamente una mancanza di potere del paziente. Se ne comprendono immediatamente le conseguenze se si esamina il significato della parola paziente e dei suoi sinonimi: sottomesso, calmo, remissivo, che patisce sofferenze. Indubbiamente ciò può determinare come effetto collaterale dell’attuale pratica medica una sorta di “annullamento della persona”.

Il comportamento indifeso e passivo che ci si aspetta dal paziente è in realtà dannoso per la sua salute. La maggior parte delle persone non ritiene di essere la principale responsabile della propria salute: coscientemente o no, allontana da sé questa responsabilità, conferendola alla classe medica, alla quale si affida per guarire in caso di malattia. Conseguenza di tale atteggiamento è che molti, dopo la guarigione, conservano le abitudini di vita precedenti, fino a quando non sopraggiunge una nuova malattia e per curarla, si rivolgono nuovamente al medico in cerca di una nuova terapia, in un circolo vizioso che può non aver fine.

In realtà la maggior parte delle persone sane o malate che siano, non sente di avere il controllo della propria salute. Nei paesi industrializzati molti individui hanno assunto un atteggiamento di “impotenza acquisita” rispetto alla propria salute e al proprio benessere e non se ne considerano responsabili in prima persona. Hanno in un certo senso consegnato, spesso inconsapevolmente, il proprio potere ad altri: ai datori di lavoro, ai leader politici, alle istituzioni sanitarie. Subentra ad accrescere ulteriormente il danno, un profondo atto di autonegazione, quando tali persone pensano di non avere la possibilità di operare alcun cambiamento: delegando ad altri il proprio potere, (infatti si sono) condannati ad essere incompetenti e condannando se stessi a restare incompetenti su argomenti quali salute e sanità. Tenere il dovuto conto di questa passività, che scaturisce dall’influenza nella nostra cultura della sorprendente magia (Zucconi, Howell, 2003, pp. 33-4) della medicina moderna, significa iniziare un lavoro di Promozione alla salute.

 

  1. Il fascino della passività

Il ventesimo secolo ha comportato infinite conquiste per la medicina, vaccini contro flagelli che hanno decimato le passate generazioni, nuovi farmaci ad alta efficacia, la mappatura del codice genetico e le promettenti potenzialità che ne scaturiscono. Senza considerare la tradizionale riverenza riservata da tempi immemorabili alla saggezza del guaritore e la ricerca di conferme che continuano ad evidenziare l’importanza fondamentale delle credenze e della speranza nell’efficacia del trattamento ricevuto: una pratica che accresce il senso di soggezione del paziente nei confronti del professionista sanitario, sminuendo invece il proprio potere. A ciò va aggiunta l’incessante ricerca di efficienza, che esaspera la vita moderna ed esige che i professionisti della salute imparino a gestire più casi possibili anziché privilegiare i bisogni. Inoltre, in molte nazioni le polizze assicurative mediche ed i programmi gestionali di cura hanno dato luogo a profondi mutamenti nella pratica medica, causando spesso ulteriore incuria per i bisogni del paziente e accrescendone la vulnerabilità. Tutti questi fattori comportano ulteriore impotenza per l’individuo.

L’impatto di questi affari è incalcolabile ed è doveroso non sottovalutare il fascino della passività. A quasi tutti piace essere accuditi, ed essere accuditi bene. A molti aggrada poter cedere alcune incombenze della propria vita in modo che vengano gestite da altri: c’è chi delega al proprio coniuge molti aspetti della propria vita, personale ed emozionale, chi delega a segretarie e colleghi la gestione di alcune mansioni, perché dunque non rivolgersi all’istituzione medica per far gestire la propria salute? È in un certo senso un’aspettativa legittima e una fantasia estremamente allettante.

Il critico sociale Ivan Illich già nel 1976 rilevava lo sviluppo pervasivo della moderna medicina tecnologica e la sua trasformazione in “imperialismo medico”, sottolineando che qualsiasi aspetto, anche solo remotamente collegato alla salute, veniva ricondotto sotto la supervisione medica. L’effetto invalidante di questo controllo medico, scriveva allora, aveva già “raggiunto proporzioni epidemiche” (op. cit., p. 3).

Sembra infine indispensabile che gran parte del comportamento umano sia orientato da aspettative di vantaggi a breve termine, che alla lunga comportano conseguenze negative. La tentazione di non far nulla rispetto a temi come quello della salute sarà sempre presente nell’uomo: eludendo o rimandando la riflessione sui comportamenti che possono determinare conseguenze dirette per la qualità della vita, operando scelte che nell’immediato riducono il senso di ansia (op. cit. p. 34). La maggior parte delle persone, dunque, quando non si sente bene o soffre di qualche problema di salute, consulta un medico. Si riferisce al medico il problema e i sintomi ad esso correlati: il medico effettua una visita a seguito della quale formula una diagnosi e prescrive una terapia. La maggior parte dei pazienti, ma non tutti, segue la terapia e attende pazientemente un miglioramento. Spesso questo meccanismo funziona, in parte grazie ai progressi conseguiti dalla medicina. Sfortunatamente talvolta i risultati sono meno che soddisfacenti per molteplici motivi.

Le rimostranze dei pazienti sulla sanità sono diventate sempre più dure, denotando una reale crisi nell’attuale sistema sanitario. Le segnalazioni sono le più svariate: lunghe attese negli ambulatori, visite mediche troppo brevi, alto costo di medicine e terapie, terapie sbagliate, coperture sanitaria inadeguata, effetti collaterali indesiderabili di medicine e terapie, freddezza nel comportamento dei medici e degli operatori sanitari, dimissione ospedaliera precoce. Paradossalmente questo stato di cose provoca conseguenze che influiscono anche sulla vita personale e professionale dei medici e di tutto il personale sanitario. Nonostante il comune riconoscimento dei progressi compiuti dalla medicina (Zucconi, Howell, 2003, p.19), nei cittadini di molte nazioni è presente un opprimente senso di frustrazione, delusione e rabbia nei confronti del sistema sanitario nazionale.

 

  1. La Carta di Ottawa per la Promozione della Salute

Le società contemporanee sono complesse e interdipendenti. La salute non può essere un obiettivo isolato. Il principio guida generale per il mondo intero, per le nazioni, le regioni o le comunità deve essere sempre il sostegno reciproco: dobbiamo avere cura gli uni degli altri, della nostra comunità e dell’ambiente naturale (OMS – Carta di Ottawa per la Promozione della Salute, 1986).

 

Sono trascorsi diciotto anni da quando la Carta di Ottawa ha richiamato l’attenzione delle organizzazioni internazionali e delle persone di tutto il mondo affinché fosse riconosciuto e sostenuto il valore della Promozione della Salute come fondamentale investimento sociale. Negli ultimi anni i vantaggi dello sviluppo sociale, economico e individuale hanno suscitato l’interesse di molti verso una realtà caratterizzata da una migliore qualità di vita e da ciò che ne consegue.

Il paradigma che riassume questa tendenza è quello del Modello Biopsicosociale, che propone una visione sistemica per la quale la salute viene ad essere correlata ad una moltitudine di determinanti, afferenti appunto alle dimensioni biologica, psicologica e sociale. I vantaggi di tale modello sono considerevoli, sia riguardo a coloro che riconoscono il bisogno di cambiamento, sia per gli aspiranti formatori nel campo della promozione della salute. È necessario che ogni individuo comprenda di essere “il principale curatore” della propria vita e il “centro della propria salute”: questo empowerment è fondamentale per il successo dell’“Approccio alla salute” e al benessere centrato sulla persona.

Nel paragrafo di apertura della Carta di Ottawa (1986), l’OMS esorta i suoi membri a modificare il proprio modo di vedere la salute, definendo così il concetto di salute e di promozione della stessa:

 

Per Promozione della Salute si intende il processo che consente alla gente di esercitare un maggior controllo sulla propria salute e di migliorarla. Per conseguire un stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, l’individuo o il gruppo deve poter individuare e realizzare le proprie aspirazioni, soddisfare i propri bisogni e modificare l’ambiente o adattarvisi. La salute è, pertanto, vista come una risorsa per la vita quotidiana, non come obiettivo della vita. La salute è dunque un concetto positivo che insiste sulle risorse sociali e personali oltre che sulle capacità fisiche. Di conseguenza, la promozione della salute non è responsabilità esclusiva del settore sanitario, ma supera anche la mera proposta di modelli di vita più sani per aspirare al benessere.

 

Poiché la salute è da considerarsi una risorsa, l’OMS esorta i governi a pianificarne la massima produzione tramite lo sviluppo sociale ed economico in tutti i settori: dall’agricoltura, al commercio, all’industria, all’istruzione, fino alla comunicazione (Bennett, Murphy, 1997, p. 82; Zucconi, Howell, 2003, p. 40). L’OMS ha altresì enfatizzato il ruolo che la promozione della salute deve svolgere per aiutare le persone a sviluppare le capacità personali e per individuare le risorse e le strategie per migliorare le comunità (ibid. pp. 82-3).

Del resto le percentuali di assenza dal lavoro per malattia sono aumentate notevolmente in molti paesi. Lo stress è evidente ovunque. La nutrizione e le abitudini alimentari continuano a mutare, e non sempre in meglio. Una sana forza lavoro è diventata un requisito essenziale per l’efficienza della produzione, la qualità dei prodotti e la competitività aziendale (La Ferla 2003, p. 17), da ciò, e da altro ancora, l’esigenza di sostenere il modello biopsicosociale (vedi di seguito) e di applicarlo attivamente nei contesti sia pubblici che privati.

 

4.1.    Verso la Promozione della Salute

La Promozione della Salute nasce in primo luogo dai progressi della medicina, delle scienze psicosociali, dalla teoria generale dei sistemi, nonché dall’integrazione dei vari approcci psicologici alla psicopatologia e, solo più tardi, dalla Psicologia della salute.

Parallelamente allo svilupparsi delle ricerche, e di nuove teorie che si succedevano per spiegare i nuovi aspetti della realtà da esse emergenti, prese corpo uno dei paradigmi più significativi nell’ambito del concetto di globalità (Wholeness): il paradigma sistemico, delineatosi tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50, che avrebbe dovuto servire come struttura integrativa per tutta l’attività scientifica (Von Bertalanffy, 1968). Sviluppata ulteriormente da altri scienziati, la Teoria Generale dei Sistemi si “fonda sulla consapevolezza della fondamentale interdipendenza fra tutti i fenomeni fisici, biologici, psicologici, sociali e culturali” (Capra, 1996). Essa può essere vista come un modello ecologico globale nel quale l’organismo umano è meglio compreso se rappresentato come un sistema facente parte di sistemi più ampi, come la famiglia di origine, la comunità di appartenenza lo stato socioeconomico, la professione, il contesto culturale, l’ambiente in cui si vive: tutte le strutture viventi possono essere insomma descritte come incluse in sistemi più ampi e composte a loro volta da sottosistemi in costante interazione reciproca. In pratica, questo può essere semplificato dicendo che ciò che ha un effetto in ambito sociale si ripercuote anche in ambito familiare e individuale e viceversa (Zucconi, Howell, 2003, p. 65). La visione eco-sistemica comporta profonde implicazioni se applicata all’ambito della salute dell’individuo e della società. Ciò che sappiamo, ciò che consideriamo vero e giusto e i comportamenti che assumiamo subiscono la profonda influenza dell’ambiente socio-culturale nel quale viviamo2.

 

4.1.a. Dal modello biomedico a quello biopsicosociale

Il concetto di salute che l’O.M.S. propone attualmente coincide con uno stato di benessere fisico, psicologico e sociale. Ciò introduce una nuova prospettiva di intervento sanitario, che non si deve più esaurire in un’azione di prevenzione primaria, ma cimentarsi invece in un tentativo di promozione di un migliore stato di salute della persona.

Al modello biomedico si sostituisce dunque quello biopsicosociale, un paradigma sistemico che ritiene che la salute sia determinata da una molteplicità di fattori biologici, psicologici e sociali che interagiscono reciprocamente.

La salute viene promossa conferendo potere (empowerment) agli individui, i quali sono ritenuti responsabili e capaci di prendere provvedimenti che tutelino la propria salute. La mente e il corpo sono considerati un unico elemento, ciascuno in grado di influenzare fortemente l’altro. Secondo questo modello gli individui sono visti come largamente responsabili per la propria salute e i professionisti della salute appaiono valide risorse umane. Come abbiamo più volte ribadito (Mengheri, 1992; 1994; 2001; Mengheri, Zerbetto, 2002), il trattamento riguarda l’intera persona e non soltanto i sintomi fisici associati alla malattia. Esso può comprendere l’incoraggiamento a cambiare comportamenti e stili di vita, strategie di coping, può offrire sostegno sociale ed emozionale e favorire un adeguamento migliore alle cure mediche, esortando il paziente ad un ascolto attivo riguardo le nuove strategie di cura proposte dal medico, dallo psicoterapeuta, dallo psicologo e dal counsellor.

A differenza di ciò che suggerisce il modello biomedico, gli approcci al modello biopsicosociale riconoscono tre livelli distinti tra loro integrati, ciascuno dotato di pari dignità rispetto agli altri. In altri termini, nessuno di essi è riconducibile ad un altro livello, poiché ciascuno è espressione di una dimensione di per sé ultima.

Come già riferito, a partire da questo modello, l’O.M.S. giunge a definire la salute come uno stato di benessere fisico, psicologico e sociale.

A ben guardare, questa definizione di salute, confrontata con quelle precedenti, denuncia due aspetti autenticamente originali: l’affrancamento definitivo dalla dimensione biologico-organismica e la rinuncia a riconoscere lo stato di salute quale conseguenza diretta dell’assenza della malattia.

È importante notare come questo processo avvenga attraverso l’interiorizzazione da parte dell’individuo della realtà, così come viene mediata innanzitutto dalle persone che hanno cura di introdurlo ai suoi processi di socializzazione: genitori o qualunque altro adulto significativo.

Per la prima volta quindi, la salute non è più definita in negativo, come assenza di qualcos’altro, ma come uno stato positivo in cui si integrano unitariamente funzioni diverse, orientate al benessere dell’organismo stesso.

Il modello Biopsicosociale riconosce che la salute è costruita socialmente nel contesto dei comportamenti e delle relazioni umane. Questo punto di vista ci permette di comprendere che la salute viene creata dagli stessi esseri umani.

 

4.1.b. Continuum benessere-malattia

Anche la salute, come la malattia, viene adesso considerata un continuum, che si sviluppa per differenti livelli qualitativi. In realtà salute e malattia sono dimensioni compresenti ed inversamente proporzionali di una gradualità che si articola lungo lo spazio delimitato da due estremi: alta qualità della vita e morte.

Di regola, si è portati a considerare il continuum salute-malattia solo nella prospettiva unidimensionale somatica, quindi organica ed oggettiva, dimenticando completamente quella soggettiva o psicologica, vale a dire il continuum benessere-malessere, relativamente indipendente seppure profondamente intrecciato col primo.

Questa nuova idea di salute, non più intesa semplicemente come uno stato da conservare attraverso una strenua difesa dall’incessante rischio di malattia, ma riconosciuta nella sua intrinseca natura evolutiva, abilita allora a considerare l’ipotesi di realizzare interventi mirati di promozione della salute. Attraverso il cambiamento di paradigma si è quindi passati dalla staticità di sapore meccanicista della prevenzione, alla dimensione dinamico-evolutiva della Promozione della salute.

Se la prevenzione primaria (distinzione della prevenzione in tre livelli di intervento secondo la medicina sociale, Korchin 1976), si impegna a prevenire la pato-genesi, preservando il soggetto dal rischio di assumere comportamenti pato-geni, la Promozione della salute a sua volta, implica lo studio della saluto-genesi e si esprime promuovendo nelle persone l’acquisizione di comportamenti saluto-geni.

Si tratta in sintesi, di aiutare la persona a sviluppare, mantenere e usare le capacità fisiche, mentali ed emotive nella complessa rete delle sue relazioni sociali; è bene precisare come la distinzione tra promozione e prevenzione venga giocata su motivazioni profondamente diverse, che inevitabilmente determinano differenze sia sul piano soggettivo che oggettivo. Provando a radicalizzare la differenza, è possibile rintracciare un’analogia con l’atteggiamento di chi vive nell’amore della vita, rispetto a quello di chi vive nella paura della morte.

 

  1. Il significato della consapevolezza e la genitorialità

Consapevolezza significa coscienza, attimo dopo attimo, senza giudizi. Si coltiva raffinando la nostra capacità di prestare attenzione intenzionalmente al momento presente mantenendola al meglio nel tempo. Nel farlo stabiliamo un contatto sempre più diretto con la nostra vita. Di solito giudichiamo tutto ciò che sperimentiamo formando opinioni rapide e spesso non meditate in base a ciò che ci piace e non ci piace, a ciò che vogliamo e non vogliamo. La consapevolezza fornisce una metodologia potente e una struttura psichica più opportuna per prestare attenzione a ciò che facciamo in ogni circostanza, per vedere oltre il vero delle sensazioni e dei pensieri automatici, fino ad una realtà più profonda.

La consapevolezza è un utile strumento per sentirci vivere e percepire il nostro modo di porci e di esser-ci rispetto a coloro con cui entriamo in relazione.

Uno dei momenti in cui la nostra capacità di relazione consapevole viene messa maggiormente alla prova è la vita familiare: essere genitori richiede una costante attenzione ai propri atteggiamenti e comportamenti, agiti invece spesso in modo istintivo, poiché il ruolo genitoriale è forse la situazione più impegnativa che un individuo si trovi a vivere, sia sul piano pratico che su quello psicoaffettivo. Non meraviglia dunque che una delle più comuni forme d’aiuto riguardi quanto si svolge all’interno delle mura domestiche; qui non c’è un esperto e manca un cliente, ma c’è una famiglia, dove sussistono un mandato che è quello genitoriale, e una condizione di bisogno: far crescere in salute i figli (Bogliolo, 2003, p.18).

Non esiste una via giusta come non esiste un modo giusto di essere genitori. Il saperci chiedere “cosa è importante ora, come genitore?” è un passo costruttivo e decisivo che ci costringe a metterci in discussione e per questo può anche spaventarci. Facciamo così un passo indietro per ricominciare la nostra storia di vita da genitori recuperando momenti difficili e orribili.

 

5.1. Sicurezza comune e Autostima

Per Freud la nostra eredità biologica ci incatena e crea un confitto inevitabile tra la nostra natura egoistica e la repulsione della cultura. Il quadro scientifico che presenta J. Bowlby (1991) comporta un bisogno di ristabilire connessioni con il nostro passato evoluzionistico. Gli umani sono sopravvissuti e si sono evoluti sulla base dei reciproci legami e del reciproco sostegno. La competizione e il trascurare questi legami di base minaccia di distruggerci. Tutti condividiamo il bisogno di una sicurezza comune: nomadi e agricoltori, esploratori e casalinghi, maschi e femmine, uomini e donne di contemplazione o di azione, ricercatori del mondo interno così come dei mondi esterni, psicologi e politici, yogi e commissari di polizia. Siamo tutti senza scampo attaccati alla terra, dal cui ambiente di adattabilità evoluzionistica abbiamo tratto le origini e che ora minacciamo di distruggere, presi come siamo nel vortice di una spirale negativa di insicurezza (Holmes, 1994).

Seguendo l’approccio dell’analisi transazionale, l’autonomia si conquista quando si liberano o si recuperano tre capacità: consapevolezza, spontaneità e intimità (Berne 1964, p. 205). Consapevolezza significa la capacità di vedere un tavolo e di sentire cantare gli uccelli a modo nostro e non come ci è stato insegnato. “La consapevolezza esige che si viva presenti, quanto al luogo e al momento e non altrove, nel passato o nel futuro” (ibidem., p. 206) . La persona consapevole è viva perché sa che cosa prova, sa dove si trova e quale momento vive. Sa che quando sarà morto gli alberi ci saranno ancora e lui no, e perciò vuole guardarseli e goderseli il più possibile. Spontaneità, secondo Berne, significa scelta, libertà di selezionare uno dei sentimenti disponibili (da Genitore, da Adulto e da Bambino), significa liberazione dalla coazione dei giochi e dal dominio dei sentimenti che ci sono stati inculcati. Intimità significa franca, immediata espressione di sé, senza elementi di gioco, della persona consapevole, liberazione del Bambino eideticamente percettivo, incorrotto, ingenuo, capace di essere presente nel luogo e nel tempo. Si può dimostrare sperimentalmente che la percezione eidetica suscita affetto e che la franchezza sollecita sentimenti positivi, cosicché c’è addirittura una sorta di – intimità unilaterale – fenomeno ben noto, anche se non con questo nome, ai seduttori di professione capaci di conquistare gli altri conservando il distacco. Incoraggiando gli altri a fissarli negli occhi e a parlare liberamente, dal canto loro, il seduttore e la seduttrice si limitano a fingere di ricambiare tanta franchezza, e restano bene in guardia. Poiché l’intimità è essenzialmente una funzione naturale nel Bambino (pur espresso in una matrice di complicazioni psicologiche e sociali) tendenzialmente sarebbe sempre possibile, se non fosse disturbata dall’intervento dei giochi. Di solito l’adattamento all’influenza parentale rovina tutto, e purtroppo l’adattamento è pressoché universale. Ma prima di adattarsi quasi tutti i bambini, se non sono corrotti, e finché non lo diventano, sono affettuosi ed è questa la natura essenziale dell’intimità, come l’esperienza ha dimostrato” (ibidem, pp. 208-9).

 

5.2. “Crescere” persone consapevoli

Guardo l’infanzia come a un periodo della vita tanto prezioso quanto breve, da meritare tempo, parole sussurrate, gesti delicati, spazi di relazione intimi e raccolti, un’osservazione consapevole e silenziosa piuttosto che l’esibizione e la manipolazione di cui i bambini sono oggetto nella società dello spettacolo e dei consumi. Una crescita psicologicamente sana del fanciullo ha bisogno di alcune qualità che solo l’adulto può garantire: ascolto, presenza affettiva, libertà e guida. Diviene indispensabile aver più chiaro il significato di consapevolezza e magari ripensare alla differenza tra benessere e malessere.

L’infanzia modella significativamente la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo e la nostra storia inevitabilmente influenzerà noi, il nostro modo di vedere i figli, le cure che forniremo loro e il nostro modo di aiutarli nel processo di socializzazione. Da genitori, tutti noi tendiamo a mantenere le nostre opinioni, qualunque esse siano, spesso inconsciamente, come se fossimo prigionieri di un potente incantesimo. È solo quando noi diventiamo consapevoli di come siamo stati plasmati che possiamo estrarre ciò che è utile, positivo e arricchente dal modo in cui siamo stati educati, e superare quelli aspetti che invece sono stati distruttivi e limitanti.

Per quelli di noi che hanno dovuto chiudere o sopprimere i sentimenti per sopravvivere all’infanzia, diventare più consapevoli può risultare particolarmente doloroso e difficile. Nei momenti in cui siamo posseduti dagli antichi demoni, in cui convinzioni nocive, modelli distruttivi e incubi emergono e noi siamo oppressi da oscuri sentimenti e da pensieri rigidi, è particolarmente difficile fermarsi e vedere le cose sotto una luce nuova. Molti di noi, e anche molti dei nostri figli, vivono in questa situazione. Da ciò il perenne risentimento del figlio verso il genitore.

I genitori prospettano precocemente ai figli, e talvolta cercano di imporre, i loro schemi e modelli esistenziali. I bambini sono così spinti ad adeguarsi a rappresentazioni che i genitori hanno appreso e che ora si aspettano da lui. A queste tenderanno a fare riferimento nell’educazione del piccolo. Un modello restrittivo o troppo permissivo potrà derivare dall’aver passato, ad esempio, l’infanzia alle prese con un genitore incapace di dare affetto, o peggio, minaccioso e violento. Non di rado accade che ciascuno sia legato ai propri principi, o bisogni, avviando una dialettica interpersonale che finisce per accantonare il figlio. L’esempio più elementare di questo è il disappunto di un padre per la presenza data dalla madre ad un neonato senza tenere conto delle radicali trasformazioni che stanno investendo la donna in quel momento, egli finirà per sentirsi trascurato, ignorato, fino a strutturare spunti di gelosia. Questa situazione, in certi casi, può rappresentare il primo segno, di una crepa tra i due, in termini di attese e di bisogni, e costituire il germe di una futura difficoltà nella relazione. In altre parole può dare origine ad una crisi di crescita di uno o di ambedue i partner, quando non sanno adattarsi alla nuova condizione (Bogliolo, Bacherini, 2003, p. 50). I figli, cresciuti con educazione autoritaria o permissiva, soffrono e spendono energia per sopravvivere e risentendone pagano psicologicamente. I genitori spesso hanno agito (anche) per scarsa competenza (e consapevolezza) del significato della funzione genitoriale. Appena il figlio cresce e acquisisce un po’ di autonomia psichica (e consapevolezza), i genitori pagheranno un prezzo maggiore di quanto è paragonabile ai loro errori e, spesso, a tempi indefiniti, finché gli stessi figli non saranno in grado di perdonarli. Perdonare i genitori significa, per i figli, aver raggiunto una libertà di pensiero, che consente loro di vivere una migliore e più armoniosa vita.

Essere genitori consapevoli significa fornire gli strumenti migliori fin dalla nascita, perché non si scoprano troppo tardi, quando i giochi della vita sono già compiuti e siamo in ritardo per intervenire nella relazione genitori-figli. Come si possono far crescere cittadini consapevoli, adulti responsabili e creativi, individui autentici, mentre si esige da loro competizione, produttività, accelerazione, adattamento a uno stile di vita che neanche l’adulto riesce più a sostenere? Come è possibile vivere in questo paradosso? Ciò è possibile solo sviluppando una maggior consapevolezza di sé, del mondo esterno e delle emozioni: solo se si instaura una solida continuità interna tra essere-pensare-agire, (Liotta, 2001, p. 14) il bambino, una volta adulto, sarà capace di scegliere adeguati modelli di riferimento, un sano stile di vita, e il fine dell’educazione potrà quindi considerarsi raggiunto. Il bambino, che rappresenta il futuro dell’umanità, è invece troppo spesso lasciato sullo sfondo della vita familiare, per una scarsa consapevolezza che gli adulti hanno della funzione genitoriale.

Esiste un naturale e coerente cammino dell’uomo, che partendo dall’essere in quanto stato iniziale psico-fisico, passando poi per il pensare inteso come livello mentale costruito sugli istinti e sulle emozioni, giunge infine all’agire, che si concretizza in parole e comportamenti, per quanto possibile, consapevoli. Se c’è questa solida continuità interna tra essere-pensare-agire, il bambino, divenuto adulto, potrà scegliere lo stile di vita che preferisce: da quello anticonformista e fuori dai canoni, a quello postmoderno, ipertecnologico, consumista e anche frenetico, che non è lecito demonizzare per principio. È qui che i modelli pedagogici assumono una rilevanza fondamentale nel rapporto tra adulti e nuove generazioni (ibid., p. 15) . Il compito di un educatore, di un insegnante, di un genitore, non è solo aiutare i giovani ad essere se stessi, ma anche guidarli a conoscersi meglio man mano che apprendono e quindi crescono. Dobbiamo favorire in loro, quanto più precocemente, un processo di dialogo con se stessi. Ciò significa consentir loro di avvicinarsi sempre più a quelle parti psichiche che hanno paura di contattare, di trovare il coraggio di scoprirle, al di là che esse appaiano buone o cattive.

  • necessario favorire la consapevolezza utile a sostenere i nostri figli fin da quando sono piccoli per aiutarli a superare la paura di toccare con la mente e con il corpo un pensiero non ancora conosciuto, un abbozzo di pensiero, un proto-pensiero o un nuovo diverso pensiero. È indispensabile anche contenerli quando avvertono il timore che le spinte interne del loro stato d’animo siano troppo presenti (fino all’eccitazione) o poco stimolanti (fino alla depressione); parti, fino a quel momento, sconosciute alla mente, al sapere, alla coscienza. Sorreggerli dunque quando si fa avanti la paura di toccare una forma, una parola che concretizzerà un linguaggio non ancora conosciuto dalla psiche e alla psiche, che aiuterà a decodificare un’emozione che fino a quel momento non aveva avuto nessun connotato tangibile ma, seppur sopita, era comunque presente.

Essere genitore consapevole è un continuo processo di approfondimento e di affinamento della nostra consapevolezza e della nostra capacità di essere presenti e di agire, proprio e solo in quel momento con “opportuna” bontà, quando non si possa parlare di saggezza. Non deve essere un tentativo di raggiungere uno scopo o un risultato prefissato, sia pur valido. Una parte di questo processo consiste nel considerare noi stessi con un certo grado di umiltà e compassione. Questo comporta dover accettare le nostre limitazioni, la nostra cecità, la nostra umanità e fallibilità e occuparcene il più consapevolmente possibile.

 

5.3 Diventare genitore consapevole

Essere genitori consapevoli significa saper dare attenzione e significato alle esigenze dei nostri figli. Anche alcuni rituali debbono essere allora rispettati. Alcuni momenti della giornata diverranno meditativi pur nel rituale; momenti in cui il figlio può ritenere certa la nostra presenza. Questo significa dare e ascoltare un respiro diverso dalla nostra anima. Oltre a dettare le basi sicure per un buon futuro dei nostri figli ascolteremo in noi un senso di leggerezza e soddisfazione. Il termine Secure Base (base sicura) fu introdotto da Ainsworth (1982) per descrivere la situazione di sicurezza fornita da una figura di attaccamento. I bambini cercheranno la loro base sicura in momenti di minaccia: pericolo, malattia, stanchezza estrema o successivamente a una separazione. Quando il pericolo è passato, il comportamento di attaccamento cesserà, ma il bambino si sentirà sicuro solo nel caso che la base sicura sia disponibile ogni volta che egli ne ha bisogno. Il fenomeno della base sicura si applica nello stesso modo agli adulti. Tutti noi ci sentiamo “a casa” con coloro che conosciamo e di cui ci fidiamo, e all’interno di un ambiente “familiare” siamo capaci di rilassarci e di impegnarci nei nostri progetti sia che essi siano il gioco, il lavoro o la ricerca del piacere (Holmes 1994, p. 233). Questo sembra facile da realizzare, come se ci fosse una strada certa da percorrere affinché non avvengano conflittualità tra genitori e figli. Ma ben sappiamo quanto l’entrare in conflitto tra genitori e figli sia non solo inevitabile, ma utile e indispensabile, perché essi si separino da noi e vivano la loro vita. La separazione è spesso compagna di una conflittualità che ci mette a dura prova, dove il figlio cerca, in uno scontro di volontà, di verificare chi vincerà, soprattutto quando noi genitori ci sentiamo stressati esauriti, stanchi o malati. Quanto ora scritto può un po’ spaventare, ma è proprio ciò che può avvenire.

Quando diventiamo genitori, sia intenzionalmente che per caso, tutta la nostra vita cambia immediatamente, anche se può volerci un certo tempo prima che ce ne rendiamo conto. Essere genitori implica uno stress infinito. Ci rende vulnerabili come non siamo mai stati, richiede che diventiamo responsabili come mai prima, ci pone sfide mai incontrate, distoglie il nostro tempo e la nostra attenzione da altre cose, inclusi noi stessi, come mai prima. Crea caos e disordine, sentimenti d’inadeguatezza, occasioni di litigio, battaglie, irritazione, confusione, obblighi e commissioni apparentemente interminabili e un’infinità di occasioni per sentirci bloccati, arrabbiati, risentiti, feriti e sopraffatti. E questo può durare non solo finché i figli sono piccoli, ma anche, e direi soprattutto, quando sono grandi, ancora quando sono del tutto cresciuti e vivono per conto loro.

Premesso che molti bambini nascono grazie anche ad un certo grado d’inconsapevolezza e d’incoscienza da parte dei genitori, penso si desideri un figlio perché i bambini sono l’espressione più pura e sana di noi stessi. Grazie a loro ci illudiamo di aver dato “senso” alla nostra vita. Spesso pensiamo inconsciamente o consciamente che essi siano la rinascita di noi, o li consideriamo nostri prolungamenti perché proiettiamo in loro alcune nostre parti psichiche. Quando ci sentiamo grandi e preparati fino al punto di desiderarli, si può desiderare un figlio perché, ad esempio, pensiamo che esso sia la concretizzazione della pulsione di vita. I figli, almeno per un po’ di anni, mettono a tacere l’angoscia di morte e in alcuni casi (ci) danno addirittura il senso d’immortalità. Essi ci permettono di accordare tante trame che nella vita sono risultate troppo strette o decisamente larghe. Essi rendono comunque la nostra vita più vera e armoniosa e l’opportunità di profondissimi legami e sentimenti d’amore.

Per rendere più feconde le motivazioni positive ad essere genitore, e meno valide quelle negative (Kabat-Zinn, 1999), l’impegno deve diventare, al momento in cui lo si decide, la cosa più importante della nostra vita. La consapevolezza dell’essere genitore deve portarci ad una più profonda intuizione e comprensione dei nostri figli e di noi stessi. La consapevolezza può permetterci di superare le apparenze e i comportamenti superficiali per vedere più chiaramente come sono i nostri figli e per meglio comprenderne e accoglierne le zone ombra, quelle parti psichiche che rifiutiamo e le proiezioni che spesso noi genitori, facciamo su loro stessi. Acquisire consapevolezza non è facile. Occorre tempo, voglia e soprattutto grande amore per i nostri figli, per noi e per la vita stessa. Una maggiore umiltà e compassione anche verso i giovani ci può certo aiutare ad acquisire una maggiore saggezza. Ben sappiamo che il trascorrere degli anni non garantisce saggezza, ma questa può scaturire dalla consapevolezza sempre più piena del ruolo che ci è dato, o che ci siamo dati da svolgere. Essere genitori ci può aiutare ad essere in armonia con le esigenze e le richieste non solo dei nostri figli, ma anche del sociale e personali. Dall’infanzia

 

all’età adulta ed oltre, i figli devono poter essere visti come nostri maestri, che continuamente ci porgono nuove sfide e incessanti occasioni per capire profondamente chi siamo noi e chi sono loro, in modo che possiamo meglio restare in contatto con ciò che è veramente importante e dar loro ciò di cui hanno più bisogno per crescere e fiorire nel loro più pieno splendore. In questo processo, grazie alla consapevolezza, scopriremo di liberarci dalle camicie di forza e dalle prigioni della mente che ci sono state trasmesse, che abbiamo appreso e/o che ci siamo lentamente costruiti. Sono proprio i nostri figli che ci spingono a questo percorso interiore. È raro che col passare degli anni, non si abbiano discussioni con i nostri figli; con alcuni dovremo parlare e discutere molto.

Il percorso verso il cammino del divenire un genitore consapevole può iniziare nel momento in cui si scopre di aspettare un bambino. Per divenire genitori consapevoli, per alcuni è sufficiente il sapere di aspettare un figlio, altri avranno bisogno che il bambino sia ormai nato, del concreto visibile, altri dovranno vederlo crescere un po’, ma in tutti, prima o poi, qualcosa spinge ad una ricerca di maggiore chiarezza riguardo alla consapevolezza della funzione genitoriale, ad una crescita interiore del genitore consapevole: un lavoro in progress. Tanto più siamo in grado di tenere in mente l’intrinseca integrità e bellezza dei nostri figli, quanto più migliora la nostra capacità di essere consapevoli: se vediamo con maggior chiarezza, possiamo rispondere con maggior efficacia e generosità alle loro domande.

Nei primi dieci-venti anni dell’educazione che forniamo loro, ci daranno infiniti momenti di meraviglia e gratitudine nonché opportunità di profondissimi legami e sentimenti d’amore. Solo a loro permetteremo di premere tutti i nostri pulsanti, evocando tutte le nostre insicurezze. Saggeranno tutti i nostri limiti e confini e toccheranno tutti i punti dentro di noi, soprattutto quelli che più temiamo, facendoci sentire inadeguati o anche peggio. Se saremo disposti a discutere ciò che stiamo sperimentando, essi si ricorderanno continuamente ciò che conta nella vita, condividendo con noi la loro esistenza mentre li proteggiamo, li nutriamo, li amiamo e forniamo loro la guida che siamo capaci di dare: una funzione, questa, che impariamo sempre meglio col passare del tempo. I nostri figli possono chiederci cose che nessun altro ci chiederebbe e in modi che nessun altro oserebbe. Ci vedono da vicino come nessun altro fa e tengono continuamente davanti a noi degli specchi in cui rifletterci. Così facendo, ci offrono ripetute possibilità di vedere noi stessi sotto una luce diversa, di lavorare consapevolmente chiedendoci che cosa possiamo imparare dalle situazioni che dobbiamo affrontare insieme a loro e per loro. Dalle scelte scaturite da questa consapevolezza possiamo sviluppare la nostra interconnessione e interdipendenza, aiutandoci ad imparare e crescere insieme. I figli vanno curati come un bene prezioso perché solo da essi può nascere una società migliore.

 

Note conclusive

Da parte della maggioranza degli addetti ai lavori, alla psicopatologia non è stata data l’importanza dovuta. I professionisti delle relazioni d’aiuto cercano quasi sempre, tra i loro pazienti, la persona affetta da disturbi psichiatrici. Forse questo deriva dal fatto che, nonostante la Legge 180, c’è ancora un retaggio culturale che indica il malato psichiatrico come paziente più importante e, inoltre, a completamento di una logica perversa, ai servizi o ai dipartimenti psichiatrici e delle dipendenze arrivano, a differenza che alle Unità Operative di Psicologia, cospicui stanziamenti di fondi, che consentono una vera operatività e l’offerta di un adeguato servizio ai malati. Sembra non si rifletta abbastanza sul fatto che, di solito, molto tempo prima di divenire un soggetto affetto da disturbi psichiatrici o da dipendenze, la persona attraversa una fase importante di disagio psicologico. Al termine di questa fase, che di solito appare più breve di quello che in effetti risulta, la mente non regge più e il disagio diviene una manifestazione così importante da doversi collocare tra i gravi disturbi dell’umore e della personalità (anoressia, narsicismo, psicosi, eccetera). La mente soffre col corpo e forse, per dirla con Wilhelm Reich, un massaggio dell’anima potrebbe aiutarci a vivere una vita possibile. Mi vengono in mente frasi come: blocco energetico, frammentazione organismica, linguaggio del corpo, corazza caratteriale, il precipitare dei pensieri nel corpo. Siamo nel vivo della psicosomatica.

Vogliamo dire che il principio che ha sempre ispirato e ispirerà il nostro impegno è quello di confrontarci in una prospettiva di integrazione, cioè non rigidamente settoriale e tanto meno riduttiva. Impresa non facile, sempre a rischio di conflittualità mimetiche, oltre che della scomunica da parte di chi fa del proprio sapere e della propria prassi un hortus conclusus e assoluto. Diviene prioritario a questo punto escogitare opportune strategie che ci aiutino a far crescere individui efficaci e a rafforzarne la consapevolezza di ruolo. Perché questo si attui, occorre partire dall’educazione dei bambini, avere cura di loro durante il processo di crescita. Per far ciò, però, è indispensabile dedicare attenzione e tempo al bambino che ancora permane dentro noi adulti, sia il bambino ferito, che dovrà essere curato e coccolato, sia il bambino magico, al quale dovrà essere restituito lo spazio adeguato. Sanare le ferite, recuperare l’energia del piacere di star bene, di godere di se stessi, potenziare la consapevolezza dell’attimo, sono tutti strumenti di empowerment che la persona mette al servizio del proprio benessere, promuovendo così la propria salute, innanzitutto, ma anche, di riflesso, la salute dell’intera società. Riteniamo che il counselling possa qualificarsi come uno strumento estremamente funzionale a favorire ed incrementare questo processo

 

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