Realtà oggettuale e realtà relazionale nella PTG: il problema della trascendenza

Direttore G. Paolo Quattrini

Istituto Gestalt Firenze

Di Paolo Quattrini

Psicoterapeuta – Direttore scientifico Istituto Gestalt Firenze

Pubblicato sul numero 24 di Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia

Abstract: Considerazioni sulla realtà oggettuale e sulla realtà relazionale, partendo dai presupposti della fisica quantistica, della filosofia e della psicoterapia della Gestalt.

Considerations on object reality and relational reality, starting from the assumptions of quantum physics, philosophy and Gestalt psychotherapy.

Keywords: realtà, oggetti, relazioni, Gestalt.

Quando si parla di realtà, nell’ambito psicologico in particolare bisogna distinguere dichiaratamente fra quella degli oggetti e quella delle relazioni fra gli oggetti in questione: se per definizione esistono (cioè sono nel tempo) gli oggetti, esistono (cioè sono nel tempo) anche le relazioni, anche se, secondo la fisica quantistica, perché queste possano venire a esistere concretamente deve esserci qualcuno che le osserva e ne trae delle conseguenze, altrimenti, come nel caso del gatto di Schroedinger1, esistono e non esistono allo stesso tempo2 in una sovrapposizione di stati.

A questo proposito Prigogine considera che chi vede si limita a ricevere sulla retina i fotoni che dalla sorgente luminosa rimbalzano sull’oggetto, e che allora non si può dire che è l’osservatore a fare esistere concretamente la situazione, ma piuttosto che sono le particelle subatomiche in continuo movimento nell’universo a ottenere questo effetto. Se sono queste ultime che fanno precipitare gli eventi, l’irreversibilità è causata dal fatto che nel mondo non esistono aree chiuse, che tutto è in collegamento con tutto, e che la possibilità deve comunque precipitare, prima o poi (in tempi cosmici naturalmente), nell’irreversibilità di una delle possibili opzioni. Tutto tende a precipitare verso eventi che non possono tornare indietro, come per esempio la morte: un organismo che ha un incidente potrebbe morire o potrebbe sopravvivere, ma una volta morto la potenzialità della sopravvivenza si annulla e morto resta, a prescindere dalla presenza di eventuali osservatori3.

Se in fisica questa discrepanza fra Schroedinger e Prigogine non permette di localizzare con chiarezza se e quando il possibile precipita in atto, nel campo della psicologia appare abbastanza evidente che le potenzialità relazionali diventano reali quando precipitano in una azione4.

Il concetto di realtà assume da questo punto di vista un aspetto peculiare: si riferisce a qualcosa che c’è e insieme a qualcosa che si annuncia in modo sfumato, nel quadro di una vera e propria “fuzzy logic5, una logica cioè in cui gli eventi hanno un andamento “a percentuale” e non rispondono ad alternative drastiche come si o no: come per il gatto di Schroedinger, l’eventualità esistenziale che si situa nel mondo interno della persona (in una sovrapposizione di stati o almeno in un miscuglio statistico) diventa atto solo al momento che un osservatore viene coinvolto e reagisce personalmente alla situazione.

Le relazioni fra gli oggetti sono dunque realtà potenziali fino a che non collassano in fatti attraverso l’interazione col mondo circostante: a questo punto le potenzialità delle relazioni diventano oggetti irreversibili, irreversibili perlomeno senza ricorrere a grandi dispendi di energie. Il concetto di irreversibilità è fondamentale nella gestione dell’esistenza umana: a parte il tema della morte, se per esempio molto banalmente un’automobile sbatte e si accartoccia, non può tornare come prima senza che si debba spendere molti soldi da un meccanico.

Si tratta di una legge universale, la cosiddetta entropia positiva, le legge del decadimento dell’energia6: a questa si oppone l’entropia negativa, un fatto di cui la vita è un esempio evidente. Qui la tendenza naturale della materia a stati di aggregazione destrutturati viene contrastata in direzione dell’ordine attraverso lo sfruttamento dell’energia del mondo esterno al sistema in questione, come per esempio una persona che si scaldi a un fuoco e che da questo calore ottenga l’energia necessaria per mantenere in vita il suo organismo, contrastando in questo modo la tendenza naturale a un raffreddamento che si concluderebbe con la morte e la destrutturazione della sua organizzazione cellulare.

Per capire come la relazione in sé sia una potenzialità, basta considerare un esempio: Giuseppe odia Antonio è una relazione e in sè non significa nulla riguardo a quello che accadrà, perché da lì mille strade si dipanano in tutte le direzioni possibili che solo le scelte delle persone coinvolte possono trasformare irreversibilmente in realtà concrete.

La potenzialità comunque annuncia il futuro: se è l’inizio di molte possibilità, non lo è di tutte, e gli eventi si svolgono a partire da quelle potenzialità. In questa maniera realtà oggettuale e realtà relazionale sono ineluttabilmente connesse fra loro, e formano insieme quella che in ambito psicologico chiamiamo tout court realtà.

Se la realtà in senso psichico è dunque in parte in atto e in parte in potenza, il senso della realtà degli eventi cambia a seconda delle persone coinvolte e delle loro capacità di vedere l’invisibile, cioè le potenzialità non ancora precipitate in atto: la previsione della potenzialità si chiama generalmente immaginazione, ed è poi questa che può modificare nelle persone il loro senso della realtà. L’immaginazione è sia passiva che attiva7, e in questa seconda versione si può sviluppare volontariamente oltre il limite delle proprie dotazioni naturali: imparare a immaginare significa riuscire a vedere una realtà più vasta8, un mondo più ricco di spazi di movimento.

Qui entra in ballo la percezione gestaltica: le Gestalt infatti sono insiemi di oggetti e relazioni, percettibili come unità attraverso quella specie di calcolo su grandi numeri che è l’intuizione. Per intuire bisogna immaginare, cosa che in matematica corrisponde all’incirca al concetto di interpolazione e di estrapolazione: se da tre punti si può individuare una curva, questo implica che la si può “vedere” anche fuori dai tre punti dati, e quindi oltre il visibile. La percezione sensoriale è limitata agli oggetti, ma per i bisogni che l’esistenza umana comporta è necessario accorgersi anche delle relazioni che questi hanno fra loro e proiettare le situazioni nel futuro, vale a dire entrare attraverso l’immaginazione nel mondo della realtà potenziale: oggetti e relazioni possono creare questi insiemi di senso che sono le Gestalt attraverso un lavoro di costruzione graduale, che per le difficoltà intrinseche e le vicissitudini della quotidianità non di rado rimane però incompleto.

Se nella tradizione della PTG una pratica importante è quella della chiusura delle Gestalt incompiute, che assorbendo un’attenzione continua anche se non necessariamente consapevole nel tentativo di concludersi, comportano un grande spreco di energia per la persona, Shraga Serok 9, un gestaltista israeliano, propose alcuni anni fa che il vero problema nella psicoterapia sia piuttosto incrementare l’apertura di nuove Gestalt, che allarghino l’orizzonte esistenziale della persona tirandolo fuori da panorami ristretti e ripetitivi, e incamminandolo possibilmente in una via di trascendenza.

Dall’inizio dei tempi gli esseri umani immaginano Dei e vita dopo la morte, e questo è appunto un modo di sporgersi fuori del mondo degli oggetti concreti in quello della realtà potenziale. Da questo punto di vista si può considerare che non ci sono veri Dei e falsi Dei, tutti gli Dei sono potenzialità che vengono ad esistere al momento che gli esseri umani li intuiscono e li fanno diventare la prospettiva del loro agire10: “Dio è nel cuore degli uomini” si dice spesso, cioè le religioni sono appoggiate su percezioni gestaltiche, naturalmente di spessore molto differente l’una dall’altra. E’ comprensibile da questo punto di vista che gli esseri umani arrivino fino a farsi uccidere per i propri Dei, cioè per il senso della vita che questi supportano, e si capisce così anche il titolo di quell’opera di Wagner che è “il crepuscolo degli Dei”: come nascono, infatti, gli Dei anche tramontano, quando nessuno li intuisce più e nessuno vive più in funzione della loro realtà, e allora diventano solo ricordi del passato.

Ora, è importante rendersi conto che se tutto quello che trascende è, al meno potenzialmente, reale, non è necessariamente anche buono: ci sono stati Dei perfidi nella storia dell’umanità, e trascendenze senza Dei mostruose come il nazismo. Se consideriamo la trascendenza, cioè l’insieme, come qualcosa che è più ma non necessariamente meglio11 della somma delle parti, bisogna sviluppare un approccio critico che permetta di avvicinarcisi con criterio: non basta infatti semplicemente che qualcosa trascenda i suoi componenti per esserne migliore.

Se la trascendenza non è un criterio preferenziale in sé, sembra evidente che bisogna allora tenere conto del problema del valore12, che secondo la tradizione classica è articolabile in etica estetica e logica: dovremo sempre chiederci cioè come la trascendenza in esame si situi rispetto a questi tre piani di esperienza. Le religioni insomma non possono sottrarsi con la presunzione dell’assolutezza al vaglio etico, e come ce ne sono di buone ce ne sono anche di cattive: una religione che apprezza il massacro degli avversari si può dire per lo meno che non ha un respiro universale13. Naturalmente le religioni organizzate sono vere e proprie culture, pervase inevitabilmente da molte componenti, oltre che dalla dimensione spirituale anche per esempio da un banale afflato nazionalista: è questo che può spiegare l’assurdità dei preti che benedicono gli eserciti in marcia, magari verso una nazione che professa la stessa religione.

Ogni specifica trascendenza insomma esiste in senso potenziale, e diventa evento nel momento che precipita nell’irreversibilità attraverso gli atti di qualcuno che agisce appunto in base a questa, vale a dire in definitiva in base all’intuizione previe di questa: una ideologia per esempio diventa realtà concreta quando qualcuno ne fa una pratica di vita. All’area delle trascendenze appartengono infatti anche le ideologie, che come sappiamo nascono e muoiono continuamente nella storia umana: non si tratta mai di posizioni definibili in base a un criterio di verità, si tratta sempre di basi teoriche di possibilità concrete, più o meno dotate di valore e valutabili in base a questo.

Per quanto riguarda la psicoterapia, che è un sistema di idee che trascendono il concreto e cioè insomma è un’ideologia, appare chiara la necessità che le persone, in merito ai comportamenti da tenere nella relazione col mondo, allarghino le proprie considerazioni a un orizzonte, cioè al punto estremo verso dove si orienta la loro vita. E’ altrettanto chiaro quanto sia importante che questo orizzonte diventi consapevole per la persona stessa, in modo che lo possa riferire al senso del valore articolandolo secondo scelte che possono più o meno differire dall’orizzonte ereditato dal contesto culturale di provenienza. Che questo orizzonte abbia l’aspetto di religione o di ideologia è meno importante rispetto invece al fatto che sia scelto responsabilmente in base al senso del valore, il quale è congruo all’insieme ed è percepibile dunque solo con l’intuizione, ma è verificabile con l’immaginazione dei suoi effetti e con la pratica dell’empatia, cioè del mettersi nei panni delle persone che coinvolge.

Il significato del termine empatia, cioè di come si possa percepire cosa sente qualcun altro, fu ben illustrato con un escamotage teorico da Heinz Kohut, uno psicoanalista americano: Kohut affermò che la psicologia è un campo definito dall’empatia, cioè affermò ex catedra che la psicologia non esisterebbe senza l’empatia, la quale è, in parole povere, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, e che è dimostrata appunto dall’esistenza dalla psicologia e dal teatro. Chiunque ha un po’ di pratica di teatro sa che il bello non è quando un attore fa una sedia e quella sedia sembra l’attore, ma quando quell’attore sembra miracolosamente la sedia che mette in scena: in altre parole l’attore si mette veramente nei panni dell’altro non quando fa diventare il personaggio simile a se, ma quando diventa simile al personaggio.

Come ci si possa riuscire, pur tenendo conto dei neuroni specchio e dello sviluppo dell’immaginazione è per la verità piuttosto un mistero, un mistero alla fine da contemplare piuttosto che da svelare: è questo comunque che permette di sviluppare un gusto etico, dato che per sapere qualcosa del contesto in cui si sta operando bisogna vivere l’insieme, e per vivere l’insieme bisogna percepire le persone che ci sono implicate, e per di più dal loro punto di vista, altrimenti c’è un protagonista e il resto sono solo figure disegnate sui fondali.

Perché nella percezione dell’insieme l’altro risulti come individuo, bisogna avere visto il mondo con i suoi occhi, bisogna cioè averlo percepito empaticamente. L’empatia è fondamentale per capire qualcosa degli esseri umani, cioè per capire chi è il soggetto che si ha davanti, e mettersi nei panni degli altri è l’unica possibilità per stare dentro un contesto vivo, non unidirezionale come se si fosse la lampadina e tutto il resto fossero ombre: gli altri sono in realtà altre lampadine.

Riuscire a percepire empaticamente l’altro dipende da molte variabili, una delle quali è l’espressione: è più facile intuirne il mondo interno se una persona si esprime piuttosto che se non lo fa. Per capire la logica dell’espressione, aiuta il concetto di spazio transizionale elaborato da Winnicott, che oltre allo spazio interno e a quello esterno individua uno spazio mediano che non è del tutto interno nè del tutto esterno, ed è il luogo che viene abitato dagli oggetti transizionali, come sono per esempio i giocattoli, il cui senso non è autonomo ma riposa in un investimento particolarmente intenso da parte della persona che ci gioca. Oggetti altrettanti transizionali sono le parole, le quali per esempio non sono comprensibili chi non parla la lingua a cui appartengono: l’espressione verbale è appunto il prodotto del parlare, che, situandosi in uno spazio che non è più interno ma non è ancora esterno, espone ai rischi meno dell’azione.

Se consideriamo che le potenzialità diventano realtà nel momento che vengono messe in atto, e che l’espressione è un tipo di atto a basso tasso di rischio, si può allora capire l’importanza centrale dell’espressione nella psicoterapia, sia perché qui si possono mettere in atto cose estreme su un livello di relativa non pericolosità, sia perché le espressioni sono correggibili e quindi parzialmente reversibili, e per questo possono rappresentare un piano di sperimentazione che si muove verso atti verificabili e indirizzabili verso mete scelte dal libero arbitrio, quindi suscettibili di considerazioni responsabili di valore etico estetico e logico, che non di rado sono impedite dall’esigenza di rapidità di scelta che gli eventi della vita quotidiana comportano.

All’area delle espressioni appartiene anche il feed back, che fa parte integrante della pratica psicoterapeutica, in particolare di quella di indirizzo fenomenologico esistenziale: comunicare i propri feed back durante il trattamento è essenziale, se si vuole che il mondo degli avvenimenti interni diventi parte dell’esistenza concreta delle persone, e per questo è una modalità fondamentale di questo orientamento psicoterapeutico. Lo sarebbe naturalmente altrettanto anche in ambito quotidiano e sociale: nessuno ha permesso a suo tempo alle streghe che venivano bruciate sul rogo di manifestare cosa sentivano e cosa pensavano di quelli che ce le mandavano. Può darsi che in quel caso non sarebbe servito a molto, ma certamente sarebbe molto utile, per esempio nel contesto familiare, che i componenti del gruppo comunicassero l’effetto che gli altri gli fanno invece di reagire difensivamente o aggressivamente: nella terapia della famiglia di orientamento fenomenologico esistenziale manifestare agli altri il proprio vissuto invece di agirlo risulta infatti uno strumento centrale per operare cambiamenti nella direzione della qualità della vita delle persone.

Se insomma la realtà comporta l’atto ma anche la potenzialità, sia in ambito politico che in quello intrapsichico un orizzonte fondamentale è l’ideologia della democrazia, che contempla la diversità non come inimicizia ma come contrapposizione dialettica, e dove l’orizzonte si apre in una direzione solo immaginabile, ma tuttavia verificabile responsabilmente in un’ottica di valore, e dove la realtà è abitata da parti diverse e incommensurabili, non riducibili cioè a un denominatore comune, ma che possono dirigersi verso sintesi che le accolgano tutte quante.

A questo proposito è inevitabile riflettere sul tema della logica: se nel sentire comune questa si identifica generalmente con la logica formale, basata sul principio aristotelico di non contraddizione, cioè di esclusione degli opposti, questa però non è l’unica logica possibile e conosciuta nella cultura occidentale. Bisogna tenere presente che siccome qualunque costrutto teorico si basa necessariamente su presupposti che stanno fuori del costrutto stesso14, anche le logiche hanno dei presupposti, e Aristotele, che era avverso all’atomismo di Democrito e non concepiva l’esistenza del vuoto, elaborò un sistema logico basato sul presupposto che la realtà fosse, per così dire, “piena”, e in una realtà piena gli opposti si escludono: se un oggetto è nero, necessariamente non è bianco.

Molto tempo dopo, per opera di Hegel si sistematizza nel pensiero occidentale un’idea del processo dialettico dove gli opposti invece di contrapporsi ed essere giudicati secondo il principio di non contraddizione come nel pensiero di Aristotele, possono coesistere in modo funzionale ed essere indispensabili per la formazione di una terza realtà: tesi e antitesi, gli opposti per antonomasia, che si fondono in una sintesi. Si tratta evidentemente di una vera e propria trascendenza, in quanto per avere spazio per ambedue gli opposti, rispetto a quello in cui questi si contrappongono deve esserci un livello di realtà più largo, più ricco energeticamente, metaforicamente parlando superiore, e da qui il termine trascendente, per significare qualcosa che “è come se salisse sopra”.

Se Hegel lo vedeva un cammino verso l’assoluto, con Merleau Ponty la fenomenologia introduce una variante alla metafora: la sintesi non è qui un terzo oggetto, ma un accadimento all’interno del campo di forze fra gli opposti, i poli, come si chiamano nella PTG. Se per esempio sentire e pensare sono realtà incommensurabili, non riducibili cioè una all’altra, il campo di forze che questa irriducibilità comporta è lo spazio dove si manifesta l’azione, che senza essere un oggetto, è una realtà di ordine differente che sintetizza sentire e pensare in qualcosa che non può fare a meno né dell’uno né dell’altro.

La dialettica implica comunque necessariamente l’idea di uno spazio vuoto che contenga oggetti, potenzialità e avvenimenti, un infinito in grado di accogliere qualsiasi cosa, che fa per questo da prospettiva illimitata dove potenzialmente si possono collocare i prodotti della creatività. Si tratta di un’idea, di una rappresentazione del mondo, ma al momento che si propone come pratica diventa anche un’ideologia e una trascendenza, e proprio su questa si basa poi quell’altra trascendenza che è la democrazia che non avrebbe sostanza teorica se non fosse stata sistematizzata teoricamente la logica dialettica in senso hegeliano, basata sull’idea della discontinuità dell’universo sia a livello macroscopico che a quello microscopico15. La democrazia, politica e intrapsichica, è una scommessa sul futuro, un’aspettativa di poter creare a partire da forze contrastanti una realtà nuova e trascendente dove c’è più posto per tutto e per tutti: in questo senso si identifica con le prospettive etiche della psicoterapia a orientamento fenomenologico esistenziale, e per questo ne è l’orizzonte sul piano della pratica psicoterapeutica.

Ora, la psicoterapia in realtà non si applica esclusivamente ai disturbi mentali: la richiesta fondamentale riguarda piuttosto il miglioramento della qualità della vita. Le persone dichiarano spesso di avere una qualità di vita scadente, e non è la morale che la può migliorare: utilizzare la morale in questo caso sarebbe come entrare in una casa, spazzare, pulire e mettere tutto a posto: se la casa è uno schifo resta uno schifo, magari uno schifo pulito invece che sporco. Il fatto è che le interazioni fra gli esseri umani spesso sono sentite prive di vita, come se, sul piano artistico, fossero scarabocchi invece di quadri: sono in realtà cose fatte in un senso funzionale, ma la funzionalità da sola non fa la qualità della vita, che è data dalla qualità dell’interazione con gli altri, dalla qualità dello scambio, la quale è misurabile solo col metro etico16.

C’è una differenza teorica fondamentale fra il concetto di morale e il concetto di etica, che invece spesso vengono confusi fra loro: la morale è la valutazione astratta di un singolo comportamento, mentre l’etica è la valutazione dell’insieme dei comportamenti che fanno una situazione. Un singolo comportamento astratto da un contesto, nella realtà non esiste: la vita è fatta di tanti comportamenti articolati fra loro all’interno di contesti sempre differenti. Per esempio, moralmente parlando è proibito uccidere, però dipende dalle situazioni: se qualcuno ci aggredisce, per legittima difesa si può uccidere. La situazione della legittima difesa, più larga dell’atto stesso, fa sì che uccidere un aggressore può diventare anche apprezzabile eticamente: la persona in questo caso può essere vista addirittura come eroica.

In realtà è impossibile dire dove comincia e dove finisce una situazione, cosa dà i contorni della situazione. Ognuno percepisce l’insieme a modo suo: a seconda di dove comincia e di dove finisce la situazione è diversa, e quindi la valutazione etica cambia secondo il contesto in cui è collocata.

L’etica insomma non può prescindere dallo stare dentro l’orizzonte degli eventi.

Contemporaneamente ha anche bisogno di un campo lungo che situi l’evento in un contesto tendenzialmente universale: solo a questo prezzo si raggiunge credibilmente la dimensione di valore. Non esiste un’etica oggettiva, una ricetta cioè per fare qualcosa di valore etico. L’etica è un’esperienza personale e intersoggettiva, è quello che si può chiamare l’esperienza del buono: qualcosa che ha un valore etico lo si riconosce nella percezione delle persone implicate nel contesto: kalós kai agathós, bello e buono, così nella tradizione greca classica si indicava il segno della qualità17.

Se il metro estetico è il metro di ciò che è bello, quello etico è dunque il metro di ciò che è buono, Non di rado si pensa che una cosa etica sia noiosa e faticosa, e che per farla bisogna reprimersi, altrimenti si farebbe qualcos’altro. Questo è un totale errore di valutazione, perchè se la morale è noiosa, perché è astratta e staccata dalla realtà concreta, l’etica è esattamente il contrario. Sarebbe come dire che l’estetica è noiosa: un quadro meraviglioso può costare lacrime e sangue al pittore, ma il risultato è tale che per lui il gioco vale la candela. Per l’etica è lo stesso: l’etica è la misura del buono, e quando succede qualcosa di buono tra le persone è interessante, affascinante, è una meraviglia, ricompensa immediatamente, non serve per raggiungere un paradiso futuro, è qualcosa che soddisfa nel qui e ora.

Il cristianesimo è stato in un certo senso l’inventore dell’etica, e probabilmente la democrazia funziona principalmente nell’area cristiana perchè malgrado 2000 anni di mostruosità di ogni genere, fra cui l’inquisizione, è come se un sottile rivolo di quello che era il messaggio iniziale sia arrivato fino a noi ed esista tutt’ora, trasformato in mille maniere: si riconosce chiaramente in questa particolare ideologia della libertà e della verità che hanno gli occidentali. La democrazia insomma, che a queste ideologie è legata politicamente, è con tutta probabilità figlia diretta del cristianesimo, ed è comunque concepibile solo pensando che le persone abbiano un gusto etico, che siano cioè non solo in grado di rispettare le proprie leggi, ma anche di scriverle in ottica di libertà e verità.

Al fatto che il cristianesimo è basato sull’etica e non sulla morale è plausibilmente legato il fatto che la democrazia si è allargata a quasi tutta l’area cristiana, e a questo proposito è interessante considerare la differenza fra il cristianesimo e l’ebraismo da cui nasce. Guardando le fonti cristiane si vede che il tema fondamentale di quest’ultimo non è quello di contrapporre una nuova morale a quella esistente, Cristo infatti non ha emanato nessuna legge, e la nascita della nuova religione è relativa piuttosto al passaggio dalla morale (che nella cultura ebraica era articolatissima nei dettagli) all’etica, che sta nell’esperienza. Nello scontro con i Farisei per esempio, che prendevano la legge alla lettera, Cristo si oppose, si potrebbe dire, alla reificazione della legge, e propose appunto il primato del senso etico nel comportamento. Le parole poi “lasciate che i bambini vengano a me”, implicano che quello che lui insegna lo possono imparare anche loro, che è quindi qualcosa di esperibile direttamente e che non richiede elaborazioni teoriche possibili solo agli adulti. Leggendo le parole di Cristo, ci si accorge fra l’altro che, per rivestire valore, non hanno bisogno di nessun tipo di credenza previa: a prescindere da chi le abbia dette, quelle parole hanno di per sè soprattutto valore etico, dimostrano in realtà l’esistenza stessa dell’etica. Le sue parole evocano il superamento dell’attaccamento alle cose del mondo, così limitate nel loro orizzonte, e l’ascesa verso l’alto, elementi fondamentali nel suo insegnamento: non diceva cosa si fa o non si fa, diceva “guardate in alto”, e “chi ha orecchi per intendere intenda”.

Anche nella tradizione buddista si utilizza il cielo come metafora dello spazio interno, e del resto guardata nella sua struttura dinamica, cioè con la differenziazione fra il Karma primario e quello secondario, la dottrina del Karma è abbastanza vicina al tema dell’etica. Il Karma primario consiste nel fatto che io sono qui, in questo momento, in queste condizioni, e questo è la conseguenza di tutte le scelte che ho fatto nel passato e dalle scelte che hanno fatto prima di me i miei genitori, e così via, una linea di conseguenze che inevitabilmente porta qui, e su cui nessuno ci può più fare niente. Ma sul Karma primario si articola quello secondario: qui e ora, in questo spazio-tempo stretto, si danno una quantità innumerevole di scelte possibili. Sulle base di qualunque Karma di partenza si possono fare comunque un numero infinito di scelte, che una volta fatte diventano fatti concreti e irreversibili, cioè Karma primario. Ora, le scelte hanno più o meno valore etico, e l’indicazione che si dà infatti nel mondo buddista è di non creare conseguenze: banalmente parlando vuol dire per esempio “lascia perdere, non ti vendicare, più che vai diritto per la tua strada meno provocherai conseguenze e meno ti legherai con debiti e crediti al limitato mondo materiale”, e in questo senso la scelta etica e l’uscita dal Karma sono analoghe. Nella tradizione buddista però la scelta etica non è necessariamente relazionale: è una scelta verso la libertà, ma qui la libertà è ricercata soprattutto attraverso la meditazione.

Sia nelle religioni che nelle ideologie, la trascendenza è comunque invisibile: va immaginata, intuita e detta, altrimenti non diventa esistente. La sua invisibilità è detta anche ineffabilità, e ciò significa che la trascendenza non può essere detta, o piuttosto che non può essere detta una volta sola e definitiva: la trascendenza mantiene quella potenzialità che si può realizzare in innumerevoli atti diversi, cioè per ineffabile si può anche intendere inesauribile, ed è a questo che è indirizzata l’iconoclastia di tutte le tradizioni come protezione dalle reificazioni.

 

 

NOTE:

1 Schroedinger, uno dei massimi teorici della fisica quantistica, raccontava una storia paradossale: messo un gatto in una scatola chiusa con un meccanismo a potenziale rilascio di veleno, finchè la scatola rimane chiusa e non può essere osservato quello che succede dentro, il gatto è considerabile vivo e morto allo stesso momento. Solo al momento dell’apertura della scatola in presenza di un osservatore una delle due eventualità precipita in un evento concreto.

2 Qualunque paletto conficcato in terra è un orologio a ombra: eppure questo esiste come tale solo se qualcuno lo utilizza, in quanto la sua orologità sussiste solo retrospettivamente come base di opzioni adoperate come appoggio delle scelte di un osservatore (sono le 11, devo sbrigarmi per l’appuntamento…ecc). E’ in questo modo infatti diventata parte concreta di un avvenimento vero e proprio.

3 La teoria della decoerenza, della sovrapposizione di stati cioè che collassano in una posizione determinata per l’influenza inevitabile del contesto, vale a dire del mondo circostante, descrive una realtà materiale determinata da una funzione d’onda che “salta” dalla descrizione di una sovrapposizione di stati alla descrizione di uno stato determinato, in seguito a una “rete causale”, cioè per una via discontinua dove causa ed effetto non hanno una relazione deterministica, ma piuttosto legata a un sistema quantistico nel suo insieme, cioè a uno dei contesti a cui le particelle in esame partecipano. L’insieme qui sembra poter influenzare le parti, e le opzioni di scelta sembrano quindi potersi orientare nella direzione di un contesto o di un altro. Si tratta ovviamente di una scelta non nel senso della coscienza, che non è certo presente a livello delle particelle, ma di una biforcazione in cui il sistema può prendere e deve prendere una strada o un’altra, data l’impossibilità di essere ubiquo: riportando la situazione a livello macroscopico e in presenza di coscienza, si può allora parlare di libera scelta, e quindi poi di libero arbitrio.

4 O in un’espressione, che è un tipo particolare di azione collocabile in quello che Winnicott chiamò lo spazio transizionale: WINNICOTT D.W., Gioco e realtà (Armando Armando, Roma 1974)

5 La fuzzy logic non procede come la logica aristotelica attraverso il principio di non contraddizione, ma attraverso una percentuale di possibilità: una operazione a rischio per esempio, non è che sia riuscita o non riuscita, ma va considerata parzialmente riuscita fino a prova contraria.

6 L’energia si presenta in natura in varie stati, come radiante, potenziale, calorico, ecc. che sono in ordine gerarchico di forza: tornare da uno stato più decaduto a uno meno decaduto richiede un consumo supplementare di energia.

7 Passiva nei sogni, o quando si presentano spontaneamente fantasie compensative di bisogni insoddisfatti, attiva nel caso per esempio dei progetti.

8 Sempre che non si confonda l’immaginazione con la percezione sensoriale, nel qual caso si entra nel delirio.

9 SHRAGA SEROK, Unfinished businnes and Unstarted Businnes as a Completion of the Entire Gestalt (comunicazione al vi°congresso internazionale di Gestalt Therapy tenuto in Siena anno 1991)

10 Come diceva sant’Anselmo, passato lamentevolmente alla storia come esempio di ingenuità, “la prova della sua esistenza è che Dio è pensabile”.

11 Un campo di concentramento per esempio è più dei prigionieri e dei secondini coinvolti, ma non è certamente meglio.

12 Alla domanda di cosa sia il valore non ci sono risposte digitali, cioè spiegazioni concettualmente definite, dato che si tratta di un senso, qualcosa cioè di esperibile e quindi non oggettivo: la fenomenologia porta però in opposizione all’oggettività l’idea dell’intersoggettività, che senza congelarlo in un oggetto lo ascrive alla relazioni fra le persone, togliendolo dall’indeterminatezza assoluta della soggettività.

13 In ogni religione ci sono poi casi terribili, anche se non necessariamente significativi: nell’area cristiana per esempio, oltre agli orrori di Torquemada, bisogna ricordare che per l’istigazione all’uccisione era famoso il santo Bernardo di Chiaravalle, patrocinatore delle crociate, il quale sosteneva che per Cristo uccidere non cristiani non era un omicidio, ma un malicidio.

14 Secondo principio di incompletezza di Goedel.

15 La dialettica in senso hegeliano parla della sintesi fra opposti, proprio in quanto opposti, non simili: nella democrazia greca la sintesi era fra uguali per cittadinanza, e non erano incluse né le donne, né gli schiavi, né gli extracomunitari dell’epoca.

16 Per etica si intende qui la misura del valore dell’insieme dei comportamenti che compongono un fatto (intendendo per fatto una sezione arbitraria nel continuum degli avvenimenti che compongono la storia umana), che si realizza solamente nell’esperienza del soggetto che lo esperisce.

17 Un contesto esistenziale è assimilabile un po’ ad un’opera d’arte, e la bussola della vita  non può essere semplicemente un codice morale. Se si vuole dipingere, è poco probabile che si riesca a fare qualcosa di bello semplicemente studiando i testi sull’uso del colore: ugualmente, solo rispettando le regole è poco probabile che quello che si ottiene sia nient’altro che un esercizio, cioè qualcosa di rigido e senza vita. Come si parla di gusto estetico, per parallelismo bisogna parlare di gusto etico, che è un fatto relazionale, e che, come il gusto estetico, non è mai astratto dal contesto. Il gusto estetico di un pittore si realizza nel quadro che sta facendo, così il gusto etico lo si può vivere e vedere solo nei propri vissuti, nell’essere dentro la situazione, dentro l’orizzonte degli eventi: è relativo alla percezione dell’insieme dei fatti che costituiscono una situazione, è la percezione del contesto stesso, cioè la percezione dell’insieme di se stessi, delle persone e delle cose implicate nel contesto.

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