IL GENOGRAMMA: TEATRO DELLA STORIA FAMILIARE

Redazione

di Luca Chianura,

psicologo, psicoterapeuta

e Simona Iacoella

psicologa, psicoterapeuta

Pubblicato sulla rivista “Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia” n° 2,  settembre – ottobre 2003, pagg. 10-22, ed. IGF. Roma

 

“Se vogliamo sapere qualcosa di un uomo, chiediamo “qual è la sua storia, la sua storia vera, intima?”, perché ciascuno di noi è una biografia, una storia” (Sacks., 1985). “Noi pensiamo per storie perché siamo costituiti da storie, immersi in storie, fatti di storie” (Bateson, 1987). Il Freud che, nel 1909, trattava il piccolo Hans, anche mediante l’intervento dei genitori, può essere considerato il primo terapeuta della famiglia? Si può affermare anche che lo stesso Freud, circa 10 anni prima (1899), con la formulazione del complesso di Edipo, tracciava la prima descrizione di una relazione triangolare potenzialmente disfunzionale? L’intento di tali domande provocatorie non consta nello sconvolgere l’idea di un’epistemologia freudiana orientata da un intransigente meccanicismo e da un’ottica biologistica-lineare, bensì nel riconoscere al padre della psicoanalisi il tentativo e lo sforzo di una lettura dell’insieme oltre che del particolare, del relazionale oltre che dell’intrapsichico. Senza proporre una rassegna critica dei diversi autori, non solo di orientamento psicoanalitico, che si sono più o meno indirizzati, con teorie e tecniche differenziate, verso un’epistemologia ed una pratica clinica di tipo sistemico-relazionale, si può notare che bisognerà aspettare il trentennio post-bellico perché, nel gruppo multidisciplinare di Palo Alto, Gregory Bateson (1979) definisca la famiglia nei termini di una “struttura che connette”, evidenziando la presenza di nessi e legami che uniscono differenti aspetti della realtà e diversi individui appartenenti ad uno stesso contesto. All’interno della teoria e dell’intervento terapeutico sistemico, avverrà soltanto attraverso la seconda cibernetica e l’ottica della complessità (Morin, 1983; Bocchi-Ceruti, 1985; Onnis, 1994) la creazione di una complessa articolazione di livelli: il piano dei comportamenti messi in atto nell’”hic et nunc” ed il piano diacronico della storia e dei suoi significati;la fenomenologia delle transazioni comunicative attuali ed i miti familiari; l’originalità dei singoli e le caratteristiche dei sistemi di appartenenza. L’approccio trigenerazionale si delinea come uno dei possibili orientamenti, all’interno dell’ottica sistemico-relazionale, che tiene conto della dimensione storica ed evolutiva di una famiglia, attraverso l’osservazione di una rete relazionale, non più esaminata secondo una dimensione orizzontale, ma elaborata su tre dimensioni, lungo due assi orizzontali ed uno verticale. Tale ampliamento dell’unità di osservazione alla famiglia trigenerazionale che, secondo Whitaker (1978), non ha limite nè sul piano orizzontale nè tanto meno su quello verticale, è progettato “….per identificare i modelli che traggono origine dal passato e che hanno un tale predominio sulle persone attuali e per aiutare la gente a distaccarsene” (Hoffman, 1984). La continuità che lega più di due generazioni nel tempo sembra essere confermata da una caratteristica dei rapporti familiari, definita da Boszonnenyi-Nagy e da Spark (1983) “lealtà”: gli individui, per un debito di riconoscenza, si impegnano a rispettare, interiorizzare e riproporre le aspettative ed i valori della famiglia alla quale appartengono. Il sentimento della lealtà, l’orgoglio dell’appartenenza, i sensi di colpa e di esclusione che accompagnano i tradimenti, costituiscono il substrato emozionale su cui poggia la trasmissione dei modelli di relazione, degli stili di funzionamento e dei miti familiari da una generazione all’altra. “Sebbene il termine derivi etimologicamente dal francese “legge”, la sua reale natura sta nella invisibile trama di aspettative di gruppo piuttosto che in una legge esplicita. Le famiglie hanno le proprie norme, sotto forma di aspettative condivise e non scritte. Ciascun membro della famiglia è costantemente soggetto agli schemi variabili di tali aspettative cui egli si attiene o meno” (Boszormenyi-Nagy, Spark, 1983). Attraverso le invisibili trame di lealtà ed i miti familiari, veicoli di trasmissione dell’eredità familiare, vengono tramandate modalità relative ai processi di attaccamento, separazione e perdita, nonché gli schemi di rapporto interiorizzati relativi ai modelli coniugali e genitoriali. Le famiglie d’origine non possono che partecipare anche alla relazione di coppia, anche solo in modo fantasmatico, attraverso la struttura gruppale interna dei partner: “I contenuti dei legami a due… vanno costruendosi sulla base di altri legami relazionali, ancorché non sempre visibili, e delle loro vicissitudini nel tempo, e definiscono le aspettative che dovrebbero trovare risposta all’interno della relazione” (Andolfi, Angelo, 1987). Durante il suo ciclo vitale, una famiglia può manifestare un’assoluta lealtà nel conformarsi alle regole più significative del sistema, fino al punto di irrigidirsi in una situazione che non offre più possibilità di evoluzione e di cambiamento. Trame e forze transgenerazionali nascoste esercitano un’influenza tale sulle relazioni intime che i nodi conflittuali intrapsichici e relazionali dei genitori vengono riproposti dai figli nelle loro relazioni attuali, nel tentativo di trovare una soluzione agli aspetti problematici di partenza, come se la famiglia d’origine costituisse una vera e propria “ fucina relazionale” (Baldascini, 1999) che fonda le successive modalità relazionali, comportamentali, emozionali e razionali dei singoli individui che la compongono. Framo, nel 1996, scriveva, a tal proposito che “….le difficoltà che una persona, nel presente, ha nella coppia, nella famiglia o con se stessa, possono essere viste fondamentalmente come sforzi riparativi…” per correggere, controllare, difendersi da e cancellare vecchi paradigmi relazionali appartenenti alla famiglia d’origine, dal momento che “….la maggior parte delle persone non riesce a “vedere” i coniugi, i figli o comunque i partner così come sono, perché si frappongono vecchi fantasmi” (Framo, 1996). Da tali considerazioni consegue che la convinzione o, ancor più, la pretesa di “essere se stessi” appare una mera illusione se è vero, come sostiene Napolitani (1987), che “….l’identità psicologica dell’individuo è sin dall’inizio esito di innesti di parti psicologiche eteronome nel tessuto disposizionale, espressivo ed apprenditivo del soggetto umano…”. Le persone e i sistemi familiari portano con sé le radici dell’identità, costruite attraverso un processo di maturazione multigenerazionale che coinvolge la genetica, la cultura, le emozioni ed altri fattori. Il Sé è considerato il prodotto di una storia di relazioni; già Virgilio diceva che “ciascuno patisce i propri Mani” (Montagano, Pazzagli, 1989). La famiglia è un sistema che segue le leggi dei sistemi familiari, ed in particolare viene definita come un “sistema emozionale”, ossia un gruppo i cui componenti hanno sviluppato un’interdipendenza emozionale. Nella famiglia, ogni persona è percepita come un frammento di un insieme più ampio. Il fatto di essere una parte di un tutto, di essere una storia che si intreccia con altre storie provenienti da diverse generazioni, non significa che la persona non abbia la possibilità di diventare, oltre che attore, anche autore della propria esistenza. Tale tentativo, a diversi livelli di gradualità, può essere paragonato all’atto paradossale e liberatorio del Barone di Munchausen, il quale, intrappolato nelle sabbia mobili, si salva afferrando il suo stesso codino… All’interno di una norma statistica presente nella nostra cultura occidentale post-industriale, sono tre le generazioni contemporaneamente in vita e tre sono i ruoli (nonni, genitori, figli) che ciascun individuo ricopre durante l’arco della sua esistenza. Sono queste le generazioni che recitano in quella sorta di teatro che è il genogramma, strumento che traduce visivamente e metaforicamente l’immagine della famiglia come entità che si distende nello spazio e nel tempo. 2 Lo schema concettuale del genogramma può essere fatto risalire a Murray Bowen, il quale, attraverso lo studio di alberi genealogici di diverse famiglie, ha messo in rilievo l’analogia di alcuni processi, individuando una “…trasmissione di caratteristiche familiari da una generazione all’altra, caratteristiche che possono essere definite come modelli di base generalizzabili” (Bowen, 1979). Tra gli strumento più conosciuti ed utilizzati per ottenere e rendere utili le informazioni sulla famiglia e/o sull’individuo in ogni training, servizio socio-sanitario o setting privato ad orientamento sistemico, il genogramma, costituito da una rappresentazione grafica carta-matita, può essere definito una sorta di albero genealogico in versione più dettagliata, generalmente limitata, però, alle ultime tre generazioni, “….che registra informazioni sui membri di una famiglia e sulle loro relazioni….”, mettendo in risalto da un punto di vista grafico “….le informazioni della famiglia, in modo da offrire una rapida visione di insieme dei complessi patterns familiari” (Mc Goldrick, Gerson, 1985). Il termine “genogramma” richiama alla mente l’immagine dell’albero genealogico, con cui ha in comune l’aspetto grafico; infatti, riporta i vincoli di sangue e consente di cogliere la continuità con il passato (le radici) e con il futuro (i germogli). Ma le differenze rilevanti rispetto all’albero genealogico si delineano dal momento che tale rappresentazione grafica della struttura e delle relazioni di una famiglia, in chiave trigenerazionale, ha il vantaggio di racchiudere in una raffigurazione bidimensionale una notevole quantità di dati che riguardano tre categorie di informazioni: la struttura basica della famiglia (le relazioni biologiche attraverso le varie generazioni); le informazioni riguardanti i singoli membri della famiglia (dati anagrafici, eventi normativi e paranormativi, caratteristiche del comportamento emotivo e della personalità, etc.); le relazioni familiari (grado di invischiamento e disimpegno, livelli di coesione ed adattabilità, etc.). Lungo il dipanarsi della storia, potranno essere raccontati e presi in considerazione anche miti e valori, regole e divieti, credenze e segreti, ruoli istituzionali e relazionali, attraverso il ricordo di gesti e di parole, di suoni e di immagini, di sapori e di odori che appartengono al territorio comune della famiglia. Graficamente il genogramma appare come un insieme di quadrati e cerchi (che simboleggiano le persone) e di linee continue o tratteggiate (che indicano le relazioni); inoltre, è arricchito da nomi, da date, da simboli per raffigurare eventi significativi (quali nascite, morti, separazioni, divorzi, etc) e da diversi colori che distinguono differenti conflitti, alleanze ed altri elementi ritenuti significativi. Questo insieme di dati riempie lo spazio di un cartellone bianco o di una lavagna in modo assolutamente originale, peculiare per ciascun soggetto, tanto che ogni genogramma presenta una sua scrittura e un suo disegno e segue il filo dei ricordi del suo autore, che evoca relazioni e situazioni attraverso un percorso che è soprattutto emozionale, più che logico o cronologico, “….secondo un meccanismo associativo, che non segue schemi razionali, ma piuttosto i movimenti inconsci della psiche” (Montagano, Pazzagli, 1989). E’ dunque una storia di affetti che si fa racconto. La drammatizzazione rende presenti le relazioni familiari, con le componenti emozionali ed affettive del momento in cui gli episodi raccontati si sono verificati. Chi racconta colloca gli eventi in un tempo e in un luogo, con vari livelli (anche relazionali) in cui si sono svolti episodi importanti della propria vita. Pensare per storie significa, dunque, pensare nei termini di patterns che connettono con “occhi batesionani”, ossia nei termini di processi, connessioni, contesti, relazioni, differenze e doppie descrizioni. 3 L’operatore esperto deve lasciare il soggetto libero di sgomitolare il filo della memoria che segue assonanze, associazioni e ritmi suoi propri, cercando di cogliere e connettere “…ridondanze, differenze o regolarità formali nella configurazione di rapporti, eventi e comportamenti familiari…” (Addazi, 1988). In tale maniera ed attraverso domande triadiche, ossia domande che legano gli eventi e/o le persone, l’operatore, chiedendo di definire le relazioni ed i loro cambiamenti, potrà stimolare e proporre nuove letture di una realtà, fino a quel momento apparsa statica ed immutabile, suscitare nuovi interrogativi e cercare nuove riposte, esortare a dare nuovi significati ed un senso a ciò che sembrava non averne. Sono infatti le storie delle persone si danno della loro esistenza a determinare sia l’attribuzione di significato all’esperienza sia la selezione degli aspetti di essa cui dare espressione. Ne consegue che le storie strutturano l’esistenza delle persone (White, 1992). Nel tentativo di dare senso alla vita, bisogna organizzare in sequenze le proprie esperienze dei fatti, per arrivare ad una descrizione coerente di se stessi. In tal modo, le esperienze vengono collegate per sviluppare una propria storia, ed il successo di questo compito conferisce un senso di continuità e di significato alla vita. E’ per questo che ricostruire la propria storia rafforza il senso della propria identità. La strutturazione di un racconto richiede però un processo selettivo, per cui si eliminano dalla propria esperienza gli eventi che non si adattano alla propria storia e, con il trascorrere del tempo, gran parte dell’esperienza non viene mai detta ed espressa. D’altro canto, nella storia familiare tutto ciò che non viene elaborato passa come un obbligo implicito e come costrizione, mentre ciò che viene elaborato acquista senso e significato. Il passato costituisce infatti un’eredità da inventariare per poter operare una scelta degli elementi che possono essere utili per il futuro e liberarsi di quelli che privano della libertà di una scelta libera e soddisfacente. Il genogramma consente dunque di essere attori e autori della propria storia familiare, attraverso un processo di liberazione dal passato, che è una costruzione, un’organizzazione logica ed emotiva che può essere discussa e riscritta (Montagano, Pazzagli, 1989). Tali obiettivi saranno raggiungibili anche grazie al fatto che la chiarezza circa i confini del proprio ruolo e la percezione di essere la “parte” di un “tutto” che funziona già da tempo infonde negli individui “…una sensazione di maggiore “normalità” riguardo se stessi e la propria famiglia…” (Addazi, 1988), agevola “…uno sguardo più obiettivo e razionale ed offre la possibilità di calibrare le emozioni con il procedere del racconto…” (Hof, Berman, 1986). “In una famiglia non ci sono né angeli nè diavoli: sono stati tutti esseri umani, con la loro forza e la loro debolezza, con le loro reazioni prevedibili secondo l’impatto emotivo del momento, ciascuno teso a dare il meglio di sé durante la sua vita” (Bowen, 1979). Il fine del genogramma, in altre parole, consiste non solo nell’aiutare la famiglia e l’operatore a raggiungere una comprensione intellettuale del funzionamento della famiglia (Guerin, Pendagast, 1976), ma anche e soprattutto a far emergere i sentimenti delle singole persone e la loro interpretazione soggettiva della realtà, così come sostiene Wachtel (1982). In questo modo, il genogramma può diventare un’ “…espressione di terapia…”, in quanto costituisce “…il primo passo di un “viaggio” familiare che ha come scopo l’individuazione e l’eventuale ristrutturazione delle alleanze familiari nel presente…” (Hof, Berman, 1986). 4 Attraverso “questo primo passo del viaggio familiare”, l’individuo ha l’opportunità di riconoscersi e definirsi dentro e fuori la propria storia familiare: attore protagonista della rappresentazione ed anche voce fuori campo che narra la storia, può permettersi di scoprire che il copione che sta recitando fa parte di una storia più ampia, scritta a più mani e da diverse generazioni. BIBLIOGRAFIA ¾ Addazi A.M., “Il genogramma, ovvero la mappa della famiglia trigenerazionale”, in (a cura di) Andolfi M. et Al. “La famiglia trigenerazionale”, Bulzoni, 1988. ¾ Andolfi M., Angelo C., “Tempo e mito nella psicoterapia familiare”, Bollati Boringhieri, 1987. ¾ Baldascini L., “Le configurazioni spaziali del legame intergenerazionale”, in (a cura di) Loriedo C., Solfaroli Camillocci D., Micheli M., “Genitori. Individui e relazioni intergenerazionali nella famiglia”, Angeli, 1999 ¾ Bateson G., “Mente e natura”, Adelphi, 1984. ¾ Bateson G.- Bateson M.C., “Dove gli angeli esitano”, 1989. ¾ Bocchi G.E., Ceruti M., “La sfida della complessità”, Feltrinelli, 1985. ¾ Bowen , “ Dalla famiglia all’individuo”, Astrolabio, 1979. ¾ Boszormenyi-Nagy I., Spark G., “La lealtà” in (a cura di ) V. Cigoli “Terapia familiare. L’orientamento psicoanalitico”, Angeli, 1983. ¾ Framo J.L., “La terapia intergenerazionale”, Cortina, 1996. ¾ Freud S., “L’interpretazione dei sogni“, in Opere, Vol.III, Bollati Boringhieri, 1899. ¾ Freud S., “Caso clinico del piccolo Hans“, in Opere, Vol. V, Bollati Boringhieri, 1909. ¾ Guerin P. – Pendagast E., “Evaluation of family systems and genogram”, in (a cura di) Guerin P. “Family therapy. Theory and practice”, Gardner Press, 1976. ¾ Hof L. – Berman E., “Il genogramma sessuale”, in Terapia Familiare, Angeli, 1986. ¾ Hoffman L., “Principi di terapia familiare”, Astrolabio, 1984. ¾ Mc Goldrick M. – Gerson F.G, “Genograms in family assessment“, Norton & Company, 1985. ¾ Montagano S. – Pazzagli A., “Il genogramma: teatro di alchimie familiari”, Angeli, 1989. ¾ Morin E., “Il metodo”, Feltrinelli, 1983. ¾ Napolitani D., “Individualità e gruppalità”, Boringhieri, 1987. ¾ Onnis L., Di Gennaro A., Agostani B., Clouhy A., Dentale R.C., Quinzi P., “Sculpting present and future: a systemic intervention model applied with psycho-somatic families”, in Family Process, Vol. 33, 1994. ¾ Sacks O., “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, Adelphi, 1986. ¾ Wachtel E.F., “The family psiche over three generations: the genogram rivisited“, in Journal of marital and family therapy, N. 8, 1982. ¾ Whitaker C.A. – Napier A.Y., “Il crogiolo della famiglia”, Astrolabio, 1981. ¾ White M., “La terapia come narrazione”, Astrolabio, 1992.

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